Cultura
La jewish side di Little Richard, il padrino del rock and roll

La vera storia dietro la fascinazione per l’ebraismo dell’uomo che ha inventato il lato selvaggio del rock

Little Richard, il padrino del rock and roll recentemente scomparso a 87 anni, durante un’intervista alla Bbc per pubblicizzare un concerto allo stadio di Wembley nell’agosto del 1972, spiazzò il giornalista Francis Fuchs con una risposta davvero inaspettata sull’influenza artistica che aveva esercitato la sua musica su decine di rocker:  “Tutti hanno preso da me, un ragazzino ebreo, col sedere nero, proveniente dalla Georgia“. Richard Wayne Penniman, da tutti conosciuto come Little Richard, sentiva una forte connessione con l’ebraismo, tanto che, come confermato dal suo manager, osservava lo Shabbat, rifiutandosi di lavorare venerdì sera e sabato, anche per concerti ad alto budget come quelli al Caesars Palace di Las Vegas o nei film in cui aveva recitato, Down and Out in Beverly Hills del 1986 e The Pickle del 1993.

Il cantante, cresciuto in una famiglia cristiana religiosa, ha frequentato la chiesa battista, pentacostale e metodista episcopale africana (AME). Dopo l’apice della sua carriera musicale, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, segnata dal successo di brani leggendari come Tutti Frutti, Long Tall Sally, Rip It Up, Lucille e Good Golly Miss Molly, l’artista di Macon è diventato, negli anni Settanta, un ministro evangelico ordinato, prima di tornare al mondo dello spettacolo.

La sua predicazione sottolineava l’importanza dell’armonia razziale, idealizzando un regno pacifico in cui tutti potevano vivere insieme pacificamente, in un singolare ecumenismo che teneva insieme varie religioni, tra cui quella ebraica. “Little Richard è stato un pioniere del rock and roll intriso di vangelo, che ha preso spudoratamente in prestito per creare il suo stile unico”, ha scritto Steve Turner nel libro An Illustrated History of Gospel. Ascoltando i coristi di Clara Ward, scoprì lo yodel gospel del membro del gruppo Marion Willams, che poi avrebbe utilizzato nella sua canzone Tutti Frutti. Negli anni Sessanta ha registrato diversi album gospel, tra cui Clap Your Hands per Spin-O-Rama e King of the Gospel Singers per Mercury Records.

Nell’ottobre 1985, Little Richard, rimase coinvolto in un incidente d’auto. “Tutto quello che mi ricordo, quando mi sono svegliato, è che ero in un ospedale ebraico e ho detto: Grazie a Dio”, ha dichiarato Richard a United Press International. L’artista fu curato presso il Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles dal Dr. Edwin Gromis del Young Israel di North Beverly Hills. Un articolo del Florida Sun-Suntinel del 1986 affermava che il cantante si era ulteriormente avvicinato all’ebraismo grazie all’incoraggiamento di Bob Dylan, che negli anni Ottanta tornò ad accostarsi alla religione. Il bardo di Duluth trascorse sette ore al capezzale di Little Richard, parlandogli anche dell’importanza di celebrare lo Shabbat. Il rocker di Tutti Frutti dichiarò poi allo stesso giornale di aver celebrato Rosh Hashanah mentre era in tournée quell’anno”.

Tra il serio e il faceto, Little Richard diceva spesso di essere “l’unico ebreo abbronzato nel mondo della musica”. Lo storico della musica Steven Lee Beeber ha descritto la canzone Heebie Jeebies di Little Richard come ispirata a quella stato di agitazione che in Yiddish viene chiamata “shpilkes”. Un’osservazione confermata dallo stesso cantante, che ha affermato come l’ebraismo abbia avuto un ruolo fondamentale in questa espressione di energia. In un’intervista rilasciata alla rivista Playboy, Little Richard disse: “Sono un credente nel dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Credo che il riposo del sabato sia la via di Dio. Credo che dovremmo mangiare kosher”. Il padrino del rock, che ha vissuto per più di due decenni in un hotel Hyatt a Los Angeles, ha raccontato al Sunday Times come si svolgeva una giornata tipo della sua vita: “Mi sveglio e adoro. Mi inginocchio. Prego. Ringrazio Dio per l’attività dei miei arti. Quindi, ordino il servizio in camera”.

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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