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Cultura
La memoria di un giorno

Ogni generazione deve farsi carico del diritto alla memoria. Perché i diritti, in quanto tali, non sono mai concessi dall’alto

Sì, c’è stanchezza, benché non si debba parlare solo di essa. Poiché ogni iniziativa che assume una connotazione istituzionale, ripetendosi poi nel tempo, rischia da subito di trasformarsi in rito e totem, vincolo e tabù. Quando le istituzioni politiche se ne appropriamo, quando è il “paese legale” a celebrare il ricordo, allora l’orizzonte di una qualche forma di impropria sacralizzazione di alcune immagini del passato, è dietro l’angolo. La sacralizzazione costituisce l’altra faccia della banalizzazione: mentre la seconda afferma che ciò che è stato non solo potrebbe ripetersi ma, nel suo effettivo riproporsi di fatto, è semmai già di nuovo accaduto, mettendo così nel medesimo sacco drammi diversi di cui dichiara invece la totale equivalenza, la prima statuisce l’assolutismo di una tragedia, sancendone la sua incomparabilità. Con essa, quindi, anche la sostanziale incomprensibilità. Sacralizzazione, banalizzazione e negazione condividono in comune un movente, ossia la cristallizzazione del tempo, destinato a non trasformarsi in storia. Un tempo che è totale poiché senza scorrimento: è sacro ciò che è dato una volta per sempre; è banale ciò che si ripete per sempre; è negato ciò che non si vuole fare esistere mai. In tutti e tre i casi si cancella il senso del mutamento e della complessità che sono invece i due assi del significato nella comprensione del passato.

Non è un problema del solo Giorno della Memoria. Semmai è un agire politico che, in sé, connotando l’intera Europa (e non solo essa), ha costruito un calendario civile con un susseguirsi di ricorrenze che rischiano di sembrare inflazionate. Occupando molti giorni dell’anno. Ciò che a volte pervade un certo comune sentire è poi lo scarto, in certi casi drammatico, tra gli imperativi che ruotano intorno al perentorio «mai più!», a volte ripetuto con compiaciuta immedesimazione, e i segni della distruzione quand’essi si rinnovano nel tempo corrente. Al netto di facili e inaccettabili analogie tra storie e itinerari diversi, rimane il riscontro che l’impotenza rischia di accompagnare ogni racconto che intenda invece riannodare i densi fili dei fatti trascorsi a quelli che stanno consumandosi, proprio per capire che cosa stiamo vivendo nel nostro mentre. Si è impotenti poiché con desolazione si riscontra che ciò che avvenne potrebbe ripetersi, poste le condizioni materiali e amorali che occorrono affinché una qualche tragedia collettiva abbia concreto seguito.

Non esiste un «dovere della memoria» ma un diritto ad acquisirla. Ogni generazione, da questo punto di vista, se ne deve fare carico.  I diritti, in quanto tali, non sono mai concessi dall’alto. Nel qual caso, invece, si tratterebbe semmai di un favore ottriato, come tale immediatamente revocabile. I diritti derivano invece dalla capacità di conquistarseli da sé, fornendo ad essi un’ossatura che sia in linea con il loro proprio tempo. E ciò vale tanto più se ci si riferisce proprio al quel costrutto, la «memoria», che è sempre sospeso tra lontano ricordo e suo valore etico, tra sensibilità mutevoli e priorità in trasformazione. In quanto tale, non è la prevedibile riproposizione di una serie di precetti che ci derivano dal tempo trascorso ma un dialogo permanente sul rapporto tra i modi in cui il presente viene concepito e quei segmenti del passato che esso stesso utilizza per offrirsi con un significato contemporaneo comprensibile ai molti. Memoria, infatti, non è pedissequo racconto di ciò che fu bensì di quelle cose che contano per dirci ciò che siamo diventati, grazie a quei frammenti dei fatti trascorsi che, di volta in volta, riemergono in maniera quasi occasionale e confusa. Sta a noi, quindi, esercitando per l’appunto il diritto alla memoria, il riuscire a dare ad essi un indirizzo di senso. Altrimenti – come si è avuto modo di vedere con lo sconcio degli antivaccinisti – la manipolazione feticistica di simboli e immagini è immediatamente dietro l’angolo.

Un filosofo del Novecento molto citato, ma spesso non pienamente compreso, il tedesco Walter Schöenflies Benjamin, al riguardo parlava di «esperienza trasmessa» (una estensione della parola tedesca Erfahrung) ed «esperienza vissuta» (Erlebnis): la prima si perpetua di generazione in generazione, concorrendo a forgiare le idee dei gruppi e delle società nella loro lunga durata; la seconda è invece il prodotto del vissuto individuale, come tale tendenzialmente fragile, volubile, effimero e spesso solipsistico. L’Erfahrung è tipica delle società tradizionali, basata sul conservatorismo di usi e costumi e su ritmi temporali maggiormente dilatati. L’Erlebnis appartiene invece alla nostra modernità, come contrassegno antropologico del liberalismo, dell’individualismo ma anche delle catastrofi del Ventesimo secolo, con i traumi che ne sono seguiti e che hanno colpito intere generazioni senza potere diventare una piena eredità inscritta nel corso naturale della vita comune. Se il trauma è a potenziale fondamento di una radicale presa di coscienza (così come anche di una totale rimozione della medesima) la modernità si è tuttavia caratterizzata invece per il declino dell’esperienza trasmessa. Con essa, anche dell’autorevolezza dell’anteriorità, ossia quel dispositivo sociale che cercava nei segni del passato la cifra per comprendere il senso del presente.

La grande cesura storica in Europa (ma non necessariamente in altre parti del mondo che, non a caso, sono assai poco o nulla proclivi ad accogliere un racconto delle tragedie continentali che vivono come inesorabilmente viziato da etnocentrismo) è stata dettata dalla Prima guerra mondiale, attraverso gli sconvolgimenti di un conflitto totale, di natura tecnologica ed industriale. In un tale quadro, dove è spesso subentrata l’afasia, sciolta solo a distanza di molti decenni dai fatti (ovvero sommersa in un mare di retorica istituzionale), la memoria dell’omicidio di massa – prima sui campi di battaglia, dove i giovani furono sacrificati senza alcuna pietà, poi nei lager, regime dello sfruttamento e dell’annientamento insensato – ha faticato molto a trovare un qualche addentellato con l’esperienza trasmissibile. Non necessariamente per «ignoranza» o per «indifferenza» ma in quanto – ed è una ragione ben più profonda – il trauma della morte di massa non condivide coordinata alcuna con l’esperienza che andiamo invece facendo del nostro quotidiano, che è il vero obiettivo della trasmissione di significati.

Ha riscontrato al riguardo lo storico e filosofo Enzo Traverso che l’ossessione commemorativa dei nostri giorni costituisce allora il prodotto del declino dell’esperienza trasmessa, in una società che ha perso i propri punti di riferimento, spesso accompagnata da una violenza insensata, senza altro oggetto che non sia il bersaglio occasionale del capro espiatorio, e da un sistema sociale che tende a cancellare le tradizioni (ovvero, il convincimento che il presupposto per dotarsi di un domani riposi nella consapevolezza del passato) così come frantuma le esistenze riconducendole a molecole di un sistema invece complesso, come tale al limite dell’incomprensibile per i più

Se ci si vuole risparmiare le pedanti e inette pedagogie dell’obbligo, allora forse bisognerebbe liberare il nostro bisogno di memoria (e di storie) dal vincolo della sua mera istituzionalizzazione. Poiché quest’ultima rischia invece di svuotarne i contenuti dall’interno. Il problema, in fondo, non è il pronunciarsi sulla maggiore o minore pertinenza di una ricorrenza civile ma sul modo, gli strumenti, i criteri con i quali diciamo di volere ricordare. Il resto, in fondo, rimane un campo aperto ad opportunità ed esperienze.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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