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La storia di Hollywood tra omaggi e polemiche. A Los Angeles

“Vienna in Hollywood: Emigres and Exiles in the Studio System” una rassegna e un simposio all’Academy Museum of Motion Pictures di Los Angeles

All’epoca della sua inaugurazione, avvenuta alla fine dello scorso settembre, il nuovo, sfavillante e gigantesco Academy Museum of Motion Pictures di Los Angeles non ha ricevuto solo elogi. Certo, nessuno ha potuto criticare la magnificenza del palazzo che lo ospita, firmato da Renzo Piano, né la portata dell’archivio esposto e dello spazio a disposizione, che ne fanno l’istituzione dedicata al cinema più importante al mondo. Anche i primi mesi di programmazione hanno fatto centro con una serie di appuntamenti dedicati alle più diverse facce dell’industria cinematografica, dalle star di Hollywood ai suoi aspetti meno conosciuti. Le collezioni permanenti e quelle a rotazione attingeranno alla collezione di Academy of Motion Picture Arts and Sciences, comprensiva di oltre 12 milioni e mezzo di fotografie, più di 230mila film e video, 65mila manifesti e 85mila sceneggiature.
Per la mostra inaugurale distribuita su tre piani, Stories of cinema, il direttore Bill Kramer ha creato un comitato consultivo per l’inclusione teso a mettere in risalto il lavoro di registi estranei ai soliti canali, esplorando quando possibile anche le omissioni storiche, in particolare per quanto riguarda il contributo offerto da donne e afroamericani. La mostra include tra gli altri il lavoro di Oscar Micheaux (1884-1951), pioniere nero del cinema all’inizio del XX secolo, e quello della regista latino-americana Patricia Cardoso con il suo film del 2002 Real Women Have Curves sulle donne latinoamericane di East Los Angeles.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Come ha fatto notare Sharon Rosen Leib su The Forward, in questa prima panoramica dedicata all’industria cinematografica mancherebbero coloro che di quell’impero hanno gettato le basi, ossia i produttori e gli autori ebrei. Particolarmente sensibile per sua stessa ammissione all’argomento perché pronipote di Sol M. Wurtzel, uno dei magnati ebrei fondatori di Hollywood, la giornalista ha chiesto ragione di tale omissione alla curatrice del museo Doris Berger. «Abbiamo scelto di non raccontare una storia cronologica», le è stato risposto. «Dare una storia completa del cinema non è possibile. Il nostro obiettivo è raccontare storie complesse e mettere in discussione la storia del cinema, che è stata in gran parte dimenticata e sottorappresentata. Stiamo mettendo in discussione un canone e creando un canone». Peccato che, in questa narrazione così attenta all’inclusività, gli ebrei risultino, se non assenti, almeno tenuti in disparte. Una storia di esclusione che si ripete, visto che è proprio dall’emarginazione degli ebrei nell’America di inizio Novecento che sarebbe nata Hollywood. Come scrive Neal Gabler nell’introduzione al suo libro del 1988 An Empire of Their Own: How the Jews Invented Hollywood, gli ebrei avrebbero trovato un posto per avere successo a Hollywood proprio perché si trattava di lavorare in una industria appena nata: “Non c’erano barriere sociali in un business così nuovo e vagamente disdicevole come erano i film nei primi anni”.
Poi, certo, quei pionieri della celluloide aleggiano come fantasmi in ogni angolo del museo, visto che è dei loro lavori che spesso si parla e gran parte di questa industria non esisterebbe senza il loro apporto, ma in questa prima esposizione mancavano sezioni specificamente dedicate agli ebrei, se si eccettua lo spazio riservato al magnate Louis B. Mayer.

Che si fosse trattato di una dimenticanza o di scarso tempismo nella comunicazione non è dato sapere, ma di sicuro l’annuncio dell’imminente ciclo di proiezioni e del simposioVienna in Hollywood: Emigres and Exiles in the Studio System sembra colmare, almeno in parte, quel vuoto. In programma dall’11 dicembre al 31 gennaio, la serie di film intende esplorare quella che il museo descrive come la “grande comunità di artisti e professionisti del cinema di origine austriaca, prevalentemente ebrei, che hanno contribuito a plasmare i film e l’industria della Hollywood dell’epoca classica”. Rispondendo più o meno direttamente alle critiche, per sei settimane l’Academy Museum metterà in scena alcune delle opere più significative prodotte tra gli anni Venti e Quaranta ricordando, come recita il comunicato istituzionale, che “all’inizio del XX secolo la nascente industria cinematografica di Hollywood è stata in gran parte costruita da immigrati ebrei dall’Europa orientale e centrale, inclusi molti austriaci provenienti dalle regioni dell’ex impero austro-ungarico“.

Passando dagli artisti austriaci giunti a Hollywood negli anni Venti come l’attore-regista Erich von Stroheim e il compositore Max Steiner a quelli costretti a fuggire in America nei due decenni successivi, vengono ricordati registi del calibro di Billy Wilder, Fritz Lang, Fred Zinnemann e Otto Preminger, attori come Hedy Lamarr, Peter Lorre e Paul Henreid, i produttori Eric Pleskow e Sam Spiegel, gli sceneggiatori Vicki Baum, Gina Kaus e Salka Viertel, nonché i compositori Erich Wolfgang Korngold ed Ernest Gold.
I film in programmazione partiranno dal mitico Casablanca del 1943, descritto dal Museo come “forse la produzione di emigrati più iconica di tutte, un film su documenti di transito e fuga dal fascismo”. Diretto dall’ungherese Michael Curtiz e con la colonna sonora del compositore austriaco Max Steiner, affianca ad Humphrey Bogart e Ingrid Bergman una coppia di icone del cinema provenienti dall’ex impero austro-ungarico come Paul Henreid e Peter Lorre. Sarà poi la volta di Grand Hotel del 1932, tratto dal best seller di Vicki Baum, romanziera e sceneggiatrice austriaca emigrata negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali. La regina Cristina del 1933 sarà il modo per ricordare il lavoro dell’autrice (e attrice) Salka Viertel, amica della protagonista Greta Garbo e firma di diversi altri suoi film. Chiude la rassegna di sedici cult l’indimenticabile Sunset Boulevard girato nel 1950 da Billy Wilder con il regista austriaco Erich von Stroheim nei panni del maggiordomo dal cuore.
Il ciclo di proiezioni sarà preceduto da un simposio di due giorni organizzato in collaborazione con la University of Southern California e incentrato sull’influenza e l’impatto degli austriaci degli ultimi 100 anni sull’industria cinematografica di Hollywood. Gli incontri si terranno tra l’USC e l’Academy Museum e vedranno studiosi e registi confrontarsi, tra gli altri temi, sui compositori austriaci e la loro eredità, le scrittrici e le reti di esiliati, la cultura di Vienna e gli attuali rapporti della città austriaca con Hollywood.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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