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Cultura
La Torah in ballo: tradizione e danza contemporanea in Israele

Negli ultimi anni nel mondo ebraico si sono sviluppati numerosi movimenti e compagnie artistiche che coniugano la passione per la danza con il rispetto della tradizione. Un matrimonio destinato a durare?

Il rapporto dell’Ebraismo con il corpo è tale per cui la danza è sempre stata un’espressione performativa vitale e centrale, tanto da far scatenare persino oggi rabbi e discepoli ortodossi al suono della trance chassidica. Non solo manifestazioni folkloriche o post-moderne, ma anche creazione artistica: prova ne sia la fiorente scena della danza contemporanea in Israele, riconosciuta e celebrata negli ultimi anni da festival e tournée internazionali. Ma esiste (ancora) un legame tra danza contemporanea israeliana e tradizione ebraica? La risposta, prevedibilmente, è betach, eccome!

Chi sapesse chi intendesse
Il nostro breve viaggio non può non iniziare da una pièce iconica della famosa compagnia Batsheva, opera dell’innovativo coreografo Ohad Naharin. Il sipario si apre su un semicerchio di sedie occupate da quindici danzatori in abiti charedi. Una voce fuori campo pronuncia con lentezza e in ebraico poche parole criptiche ma evocative: “L’illusione della forza e la linea sottile che divide la follia dalla normalità. Il panico dietro la risata, la coesistenza di fatica ed eleganza.” Naharin descrive così il mondo della danza o quello dell’ebraismo? A quanto potremo vedere, entrambi. Il filo che conduce la performance è il canto tradizionale cumulativo Echad mi yodea (Chi sapesse chi intendesse): a ogni strofa, a cui corrisponde un diverso movimento corale, i danzatori ripetono la sequenza all’indietro, fino ad aprire a canone il cerchio come un domino del quale l’ultima pedina rovina a terra – per poi rialzarsi a ogni round. Lo spettatore viene così rapito da un vortice di gambe e braccia che accompagnano, senza mimarla, la sequenza di principi ebraici snocciolata dal brano: uno il nostro Dio, due le tavole dell’alleanza, tre i patriarchi, quattro le matriarche, cinque i rotoli della Legge, sei gli ordini della Mishnah, sette i giorni della settimana, otto i giorni della circoncisione, nove i mesi della gravidanza, dieci i comandamenti, undici le stelle del sogno di Giacobbe, dodici le tribù d’Israele, tredici i principi divini. La ripetitività e l’accumulazione della coreografia diventano la rappresentazione fisica del tempo e della storia ebraica, la cui ubiquità umana e divina viene accentata dal grido in coro “She ba-shamayim u-va-aretz“, “in cielo e in terra”. Una spirale che si alimenta e arricchisce a ogni ciclo – questa è l’immagine della tradizione ebraica che Batsheva sembra restituirci con una rappresentazione ipnotica e coinvolgente anche per chi non sia ebreo o in grado di capire l’ebraico.

Scuola rabbinica in movimento
Ma se mettere in scena la Torah nel senso più ampio di lascito culturale ebraico è possibile – e con risultati inaspettatamente efficaci dal punto di vista della comunicazione estetica – si può danzare professionalmente ed essere fedeli alla Legge nella sua visione più ortodossa? A rispondere al quesito ci pensano due compagnie contemporanee israeliane, Ka’et e Nehara.

Ka’et Ensemble nasce nove anni fa sotto la guida del coreografo “laico” Ronen Itzhaki e si compone esclusivamente di uomini religiosi, studenti di yeshivah che, non senza coraggio, hanno deciso di associare allo studio dei testi sacri la sperimentazione attraverso l’arte del movimento. I temi che vengono esplorati tramite la riflessione e azione corporea sono, chiaramente, di matrice ebraica. Un esempio è il pezzo “Highway n° 1”, qui rappresentato, significativamente, per le vie di Gerusalemme. Con nonchalance quasi distratta, ma anche con una concentrazione (o una Kavanah) del tutto naturale, i danzatori, in kippah e tzitzit, mettono in atto una sorta di preghiera dinamica. Il busto e il bacino che oscillano avanti e indietro tradiscono l’ispirazione – e, perché no?, la finalità – liturgica della coreografia. Ben presto i gesti prendono il largo e investono il corpo intero. Passi modulati di fretta lungo i vicoli perpendicolari a Jaffa Street si trasformano in avanzamenti ferini a quattro zampe, sotto l’occhio vigile e mobile dei compagni. Il climax che suggella l’incursione urbana si materializza in una sorta di solo estatico, dove un danzatore ondeggia a terra circondato dal gruppo che batte un pugno sul cuore al ritmo di percussioni minimali e delle parole dello Shema Israel. Una dimostrazione, questa di Ka’et, di quanto sia osmotico il confine tra vita e arte e di con quale ricchezza una possa nutrire l’altra sotto l’egida di culto e cultura ebraici.

Tradizione ebraica nella modernità
Anche le donne però trovano la propria voce nella questione danza/religione. O forse dovremmo dire danza // religione, visto il proposito con cui la compagnia Nehara Dance Group, fondata nel 2011 da Daniella Bloch, si presenta: “Dance. Connectivity. Judaism“. Il fine dichiarato è quello di permettere a donne ebree osservanti di praticare in maniera professionale la danza, senza per questo scendere a compromessi con le obbligazioni della vita religiosa. I brevi estratti dalla performance “Hut mit afeder” (“Cappello con piuma”) bastano a inquadrare come l’eleganza discreta del linguaggio contemporaneo si sposi con i principi della tradizione ebraica. La scoperta delle potenzialità cinetiche del corpo si accompagna a una riflessione, di certo sentita sulla propria pelle, sulla posizione del corpo stesso nel mondo ebraico: in solo o in coppia, il contatto creato da una lunga treccia di capelli esprime una ricerca energica e nient’affatto patinata o edulcorata tra le pieghe della femminilità e dell’ebraismo. Una ricerca che, per le donne all’opera, corre parallela al riconoscimento del proprio status professionale di danzatrici e dunque all’affermazione del proprio posto all’interno del mondo dell’arte.

I pochi esempi incontrati in questo excursus sul rapporto tra movimento e religione bastano a farci capire come anche il corpo ebraico possa farsi strumento di creatività artistica senza contravvenire ma anzi esaltando la tradizione a cui è consacrato, danzando libero e sapiente entro il Seyag Torah, il recinto della Torah.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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