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L’ebraismo dell’Europa orientale e i regimi comunisti. Spunti di riflessione #5

Stalin, nella sua scalata al potere, comprese quanto potesse tornargli utile il rifarsi all’antisemitismo popolare per combattere i suoi avversari, primi tra tutti Trotsky, Zinoviev e Kamenev, sempre più raffigurati come «intellettuali ebrei insoddisfatti»

In base al censimento effettuato nei territori dell’Unione Sovietica, nel 1926 il numero totale di ebrei che vi risiedeva era di 2.672.398. Di essi, il 59% viveva in Ucraina, il 15,2% in Bielorussia, il 22% nella Repubblica socialista federativa sovietica russa e la parte restante, ossia il 3,8%, nelle altre repubbliche. Il Birobidjan, ovvero il tentativo di dare vita e sostanza ad un Oblast ebraico, una regione dotata di un elevato grado di autonomia amministrativa, come già si è detto, fallì miseramente. Doveva essere la «Sion dell’Urss», nata come la meta alla quale ancorare la propria definitiva emancipazione ma, di fatto, nulla di ciò avvenne. Non era solo il tracollo di un tassello della politica delle nazionalità ma anche il riscontro che i disegni geopolitici che Stalin, e il gruppo dirigente bolscevico, andavano coltivando, non trovavano necessariamente dei fedeli esecutori. La ragione di fondo della nascita dell’Oblast rimandava alla necessità di popolare una regione prospiciente la Cina, al medesimo tempo garantendosi contributi statunitensi per i programmi di colonizzazione rurale e depotenziando le spinte sioniste. A tale riguardo, Michail Ivanovič Kalinin, presidente del Presidium del Comitato Centrale, figura di rilievo nello stretto entourage di Stalin, ebbe modo di affermare che gli ebrei, unica fra tutte le nazionalità a non godere di uno “Stato proprio”, avrebbero ora avuto una società politica che ne avrebbe salvaguardato la cultura nazionale. Quanti si fossero opposti, o comunque avessero scelto diversamente, si sarebbero invece dovuti lasciare assimilare.

Lo stesso Kalinin, che più volte ebbe a soffermarsi sulla «questione ebraica» nella Russia rivoluzionaria, era peraltro il sostenitore di una linea per la quale la politica dei matrimoni misti, la dispersione delle famiglie ebraiche all’interno del gigantesco arcipelago di gruppi nazionali e nelle comunità slave (e non), la destinazione a ruoli professionali e produttivi diversi da quelli praticati in origine, avrebbero fatto sì che nel giro di poche generazioni l’ebraismo medesimo perdesse i suoi caratteri distintivi («a Mosca, gli ebrei mischiano il loro sangue col sangue russo, ed essi sono persi per la nazione ebraica dalla seconda, massimo dalla terza generazione. Di regola essi si trasformano in grandi russificatori»).

Se la formalizzazione della nascita dell’Oblast data al 1934, già nel 1928 il Partito comunista si era mosso per promuovere l’immigrazione nella regione, con risultati più che demotivanti. A fronte di poche migliaia di donne e uomini che si spostavano di anno in anno verso l’Est, altri, dopo un primo tentativo di insediamento, tornavano velocemente indietro. Tra il 1928 e il 1933 due terzi degli immigrati, quindi, abbandonarono il territorio. Le condizioni di vita erano pessime, la decantata libertà culturale e “religiosa” (il virgolettato deriva dal fatto che ufficialmente l’Unione Sovietica praticava l’ateismo di Stato) risultava estremamente vincolata, il comando politico rimaneva nelle mani dei fedelissimi del regime, le infrastrutture inesistenti, le prospettive – nel loro insieme – deludenti.

Di fatto la componente ebraica non arrivò in nessun momento a superare più del 5% della popolazione locale. Attualmente si calcola che su 190mila residenti, non più di 1.500 siano da considerarsi di origine ebraica. Il resto, al 90%, è composto da russi. Benché si fosse permesso di usare l’yiddish, insegna dolo nelle scuole locali, la lingua della grande maggioranza fu e rimase il russo. Dopo di che, il Birobidjan fu comunque utilizzato per tutti gli anni Trenta come un motivo di orgoglio propagandistico da parte del regime. Si parlò a lungo di inesistenti «successi», di un entusiasmo che sussisteva solo nelle fantasie delle raffigurazioni pubbliche, di una ruralizzazione delle «masse ebraiche» che avrebbe permesso loro di vivere del proprio lavoro, non subendo più l’antisemitismo delle altre collettività nazionali. I trasferimenti avvennero comunque quasi sempre su base volontaria, giocando su un doppio binario: da un lato si lasciava intendere che nei luoghi della colonizzazione l’ebraismo avrebbe potuto vivere con maggiore libertà i propri aspetti identitari, pur battendo il tasto della «solidarietà socialista» come precetto fondamentale; dall’altro, si inseriva l’insieme dei processi in atto dentro la cornice del consolidamento della patria comune, quella rivoluzionaria, che avrebbe spiccato il volo verso ulteriori mete di conquista internazionale proprio grazie alla messa in produzione dei territori periferici, destinati a diventare i luoghi di una nuova umanità. Quasi a volere mantenere in tensione il rapporto tra universalismo socialista e particolarismo ebraico.

Quando, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’evidente crepuscolo di ogni residua aspettativa divenne evidente, un declinante Stalin si orientò verso l’ipotesi di una deportazione coatta degli ebrei sovietici ma la sua morte, nel 1953, impedì che tali intenzioni si traducessero in atti politici concreti. Nel mentre comunque, con la seconda metà degli anni Trenta, la regione aveva già subito un secco ridimensionamento politico, compromettendo qualsiasi restante ipotesi di autonomia. Nel 1938, quando già l’Unione Sovietica era stata investita in pieno dalle grandi purghe che avrebbero decimato il comunismo russo, il governo moscovita impose la chiusura delle istituzioni ebraiche più importanti mentre i permessi per l’immigrazione ia quel punto sottoposti al beneplacito amministrativo della polizia politica. Successivamente, in un processo di allineamento al resto della società sovietica, la repressione colpì alcuni degli esponenti più in vista della comunità ebraica mentre, a guerra già iniziata, furono chiuse le scuole che insegnavano in lingua yiddish.

Dopo la scomparsa di Stalin, negli anni del disgelo e dell’allentamento delle restrizioni, gli ebrei residenti non superavano le 15mila unità. Con la fine degli anni Ottanta, quando oramai già da tempo si era avviato e consolidato il flusso di ebrei verso i paesi occidentali ed Israele, rimaneva ancora alcune migliaia di residenti. Che nella grande maggioranza dei casi, avrebbero lasciato l’Oblast entro la metà del decennio successivo. Solo in questi ultimi vent’anni si è assistito ad una ripresa delle attività culturali ebraiche, in un clima di relativa liberalizzazione, che si inscrive – tuttavia – dentro un più generale processo di riconsiderazione turistica delle potenzialità della regione che non all’interno di un percorso di rinascita comunitaria in senso stretto.

Presentata (e da non pochi vissuta sinceramente) come la grande occasione attraverso la quale una gigantesca società oppressa da condizioni semifeudali si sarebbe liberata delle sue catene, la Rivoluzione d’Ottobre prima e l’Unione Sovietica successivamente non riuscirono in alcun modo a fare i conti con il diffuso antisemitismo, sia quello popolare che di radice politica. Nel primo caso dominava un atteggiamento che mai fu risolto e che faceva sì che il pregiudizio, comunemente diffuso tra le collettività (alimentato ad arte dalle precedenti autorità zariste ed ortodosse), per il quale gli ebrei russi costituivano un “corpo estraneo”, si rinnovasse anche sotto un regime che dell’autodeterminazione degli individui aveva invece fatto la sua bandiera. Nel secondo caso, ossia la dimensione politica, entrava in gioco – e pesantemente – l’ambiguità teoretica del pensiero comunista sulle specificità nazionali e culturali, rivelandosi quest’ultimo assai più propenso a liquidarle come residui del passato, che sarebbero stati sostituiti dal conflitto di classe, piuttosto che coglierne l’autonomia, a prescindere dal solo confronto economico.

L’armamentario antisemitico, nell’Urss, si rifaceva ad una serie di formulazioni che coniugavano la tradizione consolidata del pregiudizio allo sguardo, per così dire, innovativo, tale poiché legato allo spirito dei nuovi tempi. Sta di fatto che le ondate antisemitiche furono tanto più pronunciate nei momenti di difficoltà economica del regime. A tale riguardo, d’abitudine si affermava che gli ebrei godessero di eccessivi benefici dai processi rivoluzionari, a scapito degli altri gruppi (tale posizione si spingeva, in alcuni casi, ad accreditare implicitamente le posizioni controrivoluzionarie, per le quali la Rivoluzione sarebbe stato un complotto giudaico contro il resto della società); gli ebrei avrebbero occupato troppe posizioni di potere dentro il Partito e l’amministrazione statale, facendo pendere a proprio favore, all’interno degli organismi pubblici, le altrimenti già difficili relazioni con le restanti nazionalità; gli ebrei avrebbero assunto il controllo dei commerci (l’esatto opposto di quanto invece stava concretamente avvenendo, poiché, come già è stato ricordato, i diversi passaggi economici innescati dal regime, con la fine degli anni Venti avevano di fatto disarticolato ciò che restava del vecchio commercio ebraico, soprattutto di quello rurale e suburbano); gli ebrei, sempre secondo le voci critiche e polemiche, si stavano troppo velocemente urbanizzando, sottraendo alloggi – allora scarsissimi e quindi molto ambiti – al resto della popolazione; molti di loro cercavano di svolgere attività scarsamente onerose o si adoperavano per assumere mansioni parassitarie, rivelandosi poco o nulla propensi al lavoro manuale (altra accusa che, nella sua radicalizzazione, entrava a fare parte, a pieno titolo, dell’armamentario dell’antisemitismo contemporaneo, laddove si stabiliva un’equazione tra propensione al pensiero astratto e vocazione al complotto, due “indici” di ebraicità come essenza della corruzione dello spirito umano).

L’intero dispositivo pregiudizioso ruotava, ancora una volta, intorno alla presenza (e alla militanza) degli ebrei nel Partito comunista. Per gli antisemiti, anche quelli dichiaratamente comunisti, le percentuali risultavano eccessive. Dimenticando alcuni passaggi fondamentali: la presenza ebraica – infatti – fu a lungo legata alla componente menscevica, rivelando frequentemente scarso o nullo entusiasmo per la Rivoluzione d’Ottobre (quale sia stato il destino dei menscevichi, negli anni successivi, è cosa troppo nota per essere richiamata ancora una volta, almeno in questa sede); nel 1922 gli ebrei iscritti (come membri effettivi e in quanto candidati) al Partito erano il 5,2%; nel 1927 la percentuale era scesa al 4,3%. Rispetto alla struttura demografica sovietica (dove l’ebraismo non superava il 2%) potrebbero sembrare cifre significative. Tuttavia, a dovere essere presa in considerazione, è non tanto la presenza delle «nazionalità» quando il radicamento dell’organizzazione politica rispetto alla geografia sociale russa. I comunisti sovietici, per tutta la loro esistenza formale, ovvero fino al 1991, costituivano un partito essenzialmente su base urbana, raccogliendo un seguito – e quindi entusiasmi – assai più contenuti nelle immense campagne. La concentrazione urbana del proletariato ebraico datava a ben prima del 1917. La sua presenza nel Pcus, quindi, derivava non tanto da una disposizione “etnica” quando da una collocazione sociale. Per meglio intendere: il comunismo russo non era ebraicizzato; semmai era il forte addensamento dell’ebraismo in alcuni segmenti della popolazione a renderne più appetibile l’adesione al Partito, in quanto soggetto organizzativo particolarmente attivo nelle aree urbane.

Ad esempio, nell’intera Unione Sovietica della seconda metà degli anni Venti, se la presenza urbana degli ebrei era pari all’8,2% rispetto all’intera collettività, quella come membri effettivi del Partito arrivava al 4,9% e come cadetti al 3,2% (la media è del 4%); nella Bielorussia il rapporto era del 40,2% tra gli urbanizzati e del 22,6% tra gli iscritti; nell’Ucraina, del 22,7% tra la popolazione metropolitana e dell’11,5% nel Partito; nella Repubblica socialista federativa sovietica russa, il 3,1% di contro al 2,05%. Più elevati, invece, i dati relativi agli organismi dirigenti politici: erano ebrei il 10,6% del membri del Comitato centrale e l’8% dei componenti della Commissione centrale di controllo (organismo di sindacato sull’operato dei gruppi dirigenti), mentre la presenza crollava nel caso delle strutture istituzionali (Consiglio dei commissari del popolo dell’Urss; organismi territoriali e così via) dove variava dallo 0 all’1%.

L’accusa, del tutto trita e ritrita, per la quale l’ebraismo – ancora una volta inteso come un tutt’uno sul piano identitario e sociologico, quando l’evidenza dei fatti testimoniava da subito dell’esatto opposto – avrebbe cercato da sempre di evitarsi i lavori più faticosi, a partire da quelli manuali, si nutriva di tutta una serie di robusti preconcetti e di palesi ignoranze dei dati concreti. Tra gli altri, l’invidia sociale per il più elevato livello di alfabetizzazione e di scolarizzazione; la maggiore confidenza con le attività di natura intellettuale; gli effetti di lungo periodo del divieto legale di accedere alle funzioni legate al lavoro rurale e alla proprietà fondiaria. A cavallo tra la seconda metà degli anni Venti e la prima metà del decennio successivo l’ebraismo conobbe invece un processo di proletarizzazione industriale che seguiva il passo delle trasformazioni introdotte dal regime sovietico, con l’avvio dei piani quinquennali (dal 1928) e dei grandi processi di industrializzazione forzata. Di fatto, in una decina di anni, la presenza ebraica nelle file operaie e del ceto impiegatizio medio-basso raddoppiò, soprattutto nella ex Zona di residenza coatta. Si trattava del risultato di un’accelerata trasformazione, e dei suoi effetti di radicalizzazione, che si riflettevano sull’insieme della popolazione, tuttavia coinvolgendo direttamente anche la componente ebraica. Di fatto, gli anni Trenta, per l’ebraismo sovietico furono segnati dal declino delle residue posizioni nell’ambito del terziario (commercio e artigianato) e da un incremento sensibile di presenze in campo industriale.

Nel suo insieme, la lotta contro l’antisemitismo in Unione Sovietica raccolse l’attenzione di quella parte di autorità che si impegnarono in essa essenzialmente per via di un’esclusiva ragione, ovvero combattere la «contro-rivoluzione» che utilizzava i temi antiebraici per accreditarsi contro Mosca. Risale all’estate del 1918 il decreto del governo sovietico che puniva penalmente, con la massima severità, «gli istigatori e gli attuatori di pogrom». Le motivazioni addotte non si rifacevano tanto a generici moventi di giustizia civile e sociale (pur riconoscendo che «qualsiasi persecuzione di una qualunque nazione è inaccettabile, delittuosa, vergognosa», si ribadiva – tuttavia – che «il borghese ebreo è nostro nemico non come ebreo ma come borghese. L’operaio ebreo è nostro fratello») ma alla necessità di identificare e colpire quanti, facendosi schermo dell’antisemitismo, intendessero minare il nuovo potere («i pogrom [sono] una rovina per la causa dei lavoratori e la rivoluzione contadina»). Peraltro, la disposizione legale rispondeva in sé a necessità più contingenti – quelle dettate dalla dilacerante guerra civile oramai in corso – che non ad una visione più ampia, destinata a proseguire quand’anche l’emergenza che l’aveva generata si fosse attenuata. Il successivo codice penale sovietico, il primo, licenziato nel 1922, colpiva genericamente le forme di propaganda e di incitamento all’«odio» e alla «discordia nazionale» intravedendo in esse non tanto la lesione di diritti personali (come di gruppo) bensì una minaccia alla coesione sociale. Quindi, agli interessi di regime. Di fatto, questo indirizzo fu confermato nei decenni successivi.

Parimenti, furono svolti, con andamenti anch’essi altalenanti, interventi di carattere pedagogico e politico nei confronti delle «masse» per sensibilizzarle sulla perniciosità dell’antisemitismo rispetto agli interessi della patria socialista. Tra di essi, la stampa di alcuni opuscoli. Ma nessun dibattito teorico fu concretamente avviato sugli organi di stampa del Paese, soprattutto tra quelli maggiormente autorevoli: era un segno preciso, poiché ogni questione che avrebbe coinvolto la collettività veniva in genere inaugurata, e quindi legittimata, dal Partito così come dalle istituzioni, attraverso una accesa discussione sulla carta stampata. A volere dire che, in tale modo, il tema doveva essere ritenuto di rilevanza e pertinenza collettiva. Se non si parlò di antisemitismo, quindi, era perché non costituiva una priorità nell’agenda politica. Qualche segno diverso giunse dai comunisti ucraini e bielorussi, dove il problema era maggiormente accentuato e, quindi, potenzialmente divisivo. Rimane comunque il fatto che gli interventi non superassero mai la soglia dell’occasionalità. Il progressivo rafforzamento di Stalin, inoltre, mutò lo scenario poiché il dittatore georgiano, nella sua scalata al potere, comprese ben presto quanto potesse tornargli utile il rifarsi all’antisemitismo popolare per combattere i suoi avversari, primi tra tutti Trotsky, Zinoviev e Kamenev, sempre più raffigurati come «intellettuali ebrei insoddisfatti». La troika che vedeva uniti Stalin, Nikolaj Aleksandrovič Uglanov (successivamente eliminato durante le grandi purghe del 1937) e Sergej Mironovič Kirov (assassinato nel 1934), si adoperò in tal senso, distinguendo tra un “vecchio” e un “nuovo” corso, dove uno dei fattori di differenziazione era una crescente diffidenza non solo nei confronti degli ebrei in quanto tali (sempre più spesso descritti come incapaci di garantire una piena lealtà) ma anche e soprattutto di quelli che militavano nel Partito o lavoravano nell’amministrazione statale.

Era gioco facile, per la componente stalinista, indicare nell’opposizione interna la concentrazione di ebrei intorno a Nikolaj Ivanovič Bucharin (giustiziato dalla polizia politica nel 1938) e a Lev Davidovič Bronštejn, detto Trotsky. Quest’ultimo, nella sua contrapposizione all’autocrate georgiano, ebbe modo a più riprese di denunciare come le crescenti fortune del levitante stalinismo fossero rafforzate anche dall’uso spregiudicato che veniva fatto dell’antisemitismo per alimentare un clima di crescente diffidenza verso ogni forma di pensiero e di azione che non aderisse ai dogmi della leadership. A quel punto, e si era oramai dinanzi all’affermazione definitiva del potere di Iosif Vissarionovič Džugašvili, l’equazione tra «opposizione» e distruzione, così come la contrapposizione tra «ebrei» e «madre Russia», stavano però entrando in circuito, inquinando non solo le relazioni politiche ma anche i rapporti sociali a venire.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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