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Cultura
L’identità come piattaforma tra Israele e la Diaspora

Perché è bene iniziare a parlare di “società ebraiche” come un complesso di fattori, dove l’identità degli individui tende a mutare nel corso del tempo

La vecchia battuta su “due ebrei, tre opinioni”, in tutta franchezza, inizia ad essere un poco logora. Se non altro poiché nelle medesima persona possono coesistere opinioni diverse a seconda dell’arco di tempo che si prende in considerazione. Così come i processi di accelerato mutamento messi in circuito dalla globalizzazione si riflettono sul modo di concepirsi delle persone e, tra di essi, nelle società ebraiche.

Ecco, forse, anche per uscire in parte da alcune sfumature provincialistiche che accompagnano gli ebraismi “nazionali”, quelli strettamente ancorati alle terre d’origine, quand’anche essi siano il prodotto di lungo periodo dei processi diasporici, forse è bene iniziare a parlare di “società ebraiche”, intendendo con una tale espressione un complesso di fattori, dove l’identità degli individui tende comunque a mutare nel corso del tempo, assumendo una dimensione dinamica. Diversamente, peraltro, non potrebbe essere, posto che solo un pensiero magico, ed al medesimo tempo infantile, riesce a identificare cose e persone come perennemente identiche a se stesse.

In società pluraliste, il mutamento è un dato pressoché continuo. Non è in sé né buono né cattivo. Semplicemente, segna la sfera dell’individualità e, con essa, quella delle relazioni di reciprocità. Interrogarsi su cosa sia (divenuta) l’identità ebraica assume quindi un diverso effetto se si parte da queste premesse, tanto elementari quanto basilari. Negli Stati Uniti è un esercizio abituale, fosse se non altro per la ramificazione territoriale discontinua – con una forte concentrazione nelle aree metropolitane -, per l’organizzazione congregazionale, per la solida tenuta demografica. Non di meno, va tenuto in considerazione che dei quattordici milioni di ebrei presenti sul pianeta terra, più di cinque milioni sono negli Usa (e oltre sei milioni e mezzo in Israele). Il resto, è presente in Francia (485mila); nel Regno Unito (300mila), in Russia (200mila circa), in Argentina (180mila), in Australia (107mila), in Ucraina (71mila) in Sud Africa (70mila) e via scendendo.

Le cifre che riportiamo sono imperfette e deficitarie, essendo in costante mutamento. Quello che tuttavia è certo è che gli attuali due grandi poli, non solo demografici ma anche socioculturali, ovvero gli Usa ed Israele, anche solo cent’anni fa non esistevano o erano profondamente sottodimensionati rispetto all’impatto assolutizzante che, invece, raccolgono nel presente. Nel XX secolo la distribuzione della popolazione ebraica ha infatti subito una radicale trasformazione. Contano tre fenomeni prioritari: la Shoah, la nascita d’Israele e la redistribuzione migratoria che la Diaspora ha conosciuto dall’Est europeo all’Occidente transatlantico e dai paesi arabo-musulmani ad Israele e all’Europa. Sono flussi di lungo periodo, almeno gli ultimi due, che si innestano nel tempo della modernità, quello che si apre con l’età delle rivoluzioni borghesi (1789-1848)  che prosegue nei decenni successivi, fino ad arrivare alle due guerre mondiali.

Il parlare di “identità ebraiche” (sempre meglio usare il plurale in questi casi) deve considerare questo respiro di tempo, che raccoglie due secoli. Poiché l’ebraismo che entra in campo nel mentre si differenzia fortemente da quello che fu invece parte nell’età moderna, incontrandosi e ibridandosi con la fortissima politicizzazione delle società nelle quali si trova ad interagire. Un indice al riguardo, ragionando su un reciproco inverso, è la movimentazione dell’antisemitismo, anch’esso destinato a mutare, divenendo vera e propria ideologia di corredo per una pluralità di movimenti politici discesi nell’agone collettivo.

Non di meno – fenomeno in prospettiva destinato forse a pesare ancora di più – la sfida che le società liberali pongono ad esso non è quella dell’integrazione confessionale (il proverbiale conte Stanislas de Clermont-Tonnerre sanciva l’emancipazione giuridica con la dichiarazione: «dobbiamo negare gli ebrei come nazione e concedere tutto agli ebrei come individui. Non devono fare un corpo politico o creare un ordine nello Stato. Devono essere cittadini individuali») bensì dell’assimilazione fino all’estinzione definitiva. Nell’Ottocento una tale prospettiva – la metabolizzazione dentro le società nazionali, fondate sul patto di cittadinanza – si accompagna progressivamente alla disintegrazione che nel Mediterraneo arabo e nell’Oriente musulmano porterà all’espulsione, mentre nell’Europa centro-orientale al genocidio sistematico. Se questo è il quadro, invero assai sommario, dell’ordine delle questioni in agenda, allora il Z3 Project («Through conferences, convenings, and coalition building, the Z3 Project promotes the ongoing evolution of Zionism, modeling a rejuvenated relationship between Diaspora Jews and Israelis, based on Peoplehood, shared values, and a common destiny») di Palo Alto, in California, costituisce un’interessante piattaforma di circolazione delle idee.

Poiché non si pone il problema dell’identità ebraica come di un’essenza da identificare (e magari da costruire) una volta per sempre, ma per lo più come una questione di flussi e di scambi, che trovano negli Stati Uniti ed in Israele due poli permanenti ma non esclusivi. Il 10 novembre 2019 si è tenuto il meeting annuale – il quinto, in ordine di successione, suddiviso in 23 sessioni – nel corso del quale si è lavorato su tre assi: popolo, centri e opinioni. Sembrano tre macrocategorie, destinate ad annullarsi vicendevolmente dal momento in cui se ne discetti, soprattutto se da posizioni preconcette. Invece, la differenza è stata offerta, prima ancora che nei contenuti, dai metodi. In sostanza: un popolo; più centri di pensiero e di azione; molte opinioni, non destinate necessariamente ad incontrarsi sempre e comunque ma indirizzate a trovare, di volta in volta, dei punti di sintesi. Più di sessanta relatori provenienti dal mondo ebraico, molti tra di loro con affiliazioni, convinzioni, appartenenze, età e background distinti, si sono confrontati con il pubblico su una pluralità di questioni aperte, tra le quali l’identità, la cultura, la responsabilità sociale. Inutile sottolineare da subito, tanto più per dei lettori italiani, che un’impostazione di questo genere è fortemente debitrice di criteri di circolazione delle idee tipici della cultura anglosassone.

E non a caso, ad essere posti sotto la lente d’ingrandimento sono stati perlopiù i rapporti tra l’ebraismo nordamericano (in particolare quello statunitense e canadese) e quello israeliano. Al riguardo, è impossibile confidare che da simili meeting possano derivare modelli univoci. Anzi, semmai il loro obiettivo è quello di affermare la dimensione pluralistica delle identità ebraiche. Così, ad esempio, Zack Bodner, Chief of Executive Office della Oshman Family Jewish Community Center, quando afferma che «siamo ancora un popolo. Abbiamo bisogno di unità, non di uniformità», così come il «nuovo sionismo deve onorare le nostre differenze ma [anche] trascenderle per abbracciare l’unicità del popolo ebraico.

Deve insistere sul fatto che Israele e la Diaspora si impegnano come partner alla pari. E deve dare la priorità a una varietà di voci». Lo scarto non è solo lessicale: si parla di «popolo d’Israele», non di «nazione israeliana». L’una cosa non è in contrasto con l’altra ma nessuna delle due può pretendere di risolvere la controparte. Non a caso Tzipi Livni, ex vicepremier di Gerusalemme, nel suo discorso introduttivo ha ribadito che «noi [ebrei e israeliani della Diaspora] dobbiamo essere collegati da una visione condivisa. Non è sufficiente il fatto che l’avere nemici in comune ci colleghi. Abbiamo semmai bisogno di un nuovo dialogo tra di noi. Ci sono molte voci legittime che devono essere ascoltate».

Oppure il rabbino Irving Yitz Greenberg, quando ribadendo che «non ci sono due comunità in competizione. Israele è una risorsa per il nostro futuro ed è nostra responsabilità mantenere politicamente gli Stati Uniti dalla parte di Israele», si è posto il problema di come incrementare gli scambi culturali, soprattutto tra i giovani, non solo nelle comunità ortodosse. Altri relatori si sono soffermati sugli elevati differenziali di percezione delle priorità. Così Noam Pianko, Samuel N. Stroum Chair of Jewish Studies e docente alla Jackson School of International Studies, per il quale sussiste la necessità di colmare il crescente divario «tra i diversi valori della Diaspora e quelli degli ebrei israeliani.

Mentre gli ebrei americani si preoccupano profondamente dei diritti delle minoranze e dei valori liberali, essendo molto preoccupati per la questione palestinese, gli israeliani sono molto più turbati dal ruolo della religione nella vita civile di quanto non lo siano i palestinesi. La sfida chiave per la gente è che non stiamo parlando degli stessi problemi». La percezione condivisa è che, al netto dei rapporti tra le cancellerie e del legame tra Washington e Gerusalemme, siano in corso dei significativi mutamenti d’umore. Bret Stephens, editorialista ed editore, già vincitore del Pulitzer per il New York Times, chiudendo i lavori del meeting ha dichiarato, rispetto allo stato dei legami, che «tutti i matrimoni iniziano con l’amore, ma se non c’è rispetto, il matrimonio crollerà»; sarà così anche tra Usa e Israele.

Più che alla politica del presidente Donald Trump il pensiero di Stephens corre verso un diffuso scetticismo presente in una parte delle congregazioni ebraiche americane, dove entrano in gioco dinamiche che solo in parte si rifanno al giudizio sulla politica israeliana, nei confronti della quale si raccolgono comunque anche altre questioni, invece fortemente legate all’autonomia dell’ebraismo diasporico. In poche parole, la pretesa – avanzata da buona parte delle classi dirigenti di Gerusalemme, al pari della sua intellettualità – di rappresentare anche la Diaspora in questioni capitali, non è per nulla gradita da molti  esponenti dell’ebraismo americano, nel quale la stessa identità si articola su una pluralità di indirizzi che chiamano in causa anche appartenenze multiple (femminismo, generazionalità intesa come differenza di sensibilità tra distinte generazioni, identità sessuale e così via). Una questione di fondo è la percezione d’Israele oggi nel mondo.

Diversi relatori, a partire da Livni, hanno sottolineato come «riteniamo di essere il David mentre il mondo [ci vede come] il Golia». Per una parte degli studenti essere liberali oramai implica dichiararsi «vegani e a favore del BDS». Nei campus «sta diventando problematico difendere e stare con lo Stato di Israele. Possiamo criticare la politica israeliana fintanto che abbiamo la comprensione che Israele ha il diritto di esistere come uno Stato sicuro e democratico e ha il diritto di difendersi». Fin qui, a ben vedere, affermazioni di prammatica. Il punto dolente, se così lo si vuole chiamare, è il trend socioculturale che si è innestato nel mondo anglosassone, dove una parte non secondaria della declinazione dei diritti civili si nutre anche (e a volte soprattutto) del rifiuto d’Israele come «stato d’apartheid». Il rischio, molto concreto, è che una tale lettura delle dinamiche in corso nel Medio Oriente cristallizzi i giudizi, rafforzando i pregiudizi e rinnovandone la dirompenza.

La questione della violenza nella società americana, e della sua pervasività rispetto a quelli che sono identificati come target ebraici, secondo il vecchio assunto neonazista di ZOG, acronimo di «Zionist Occupation Government», declinazione americana della teoria del complotto giudaico per il controllo del mondo (oggi rideclinata come «New World Order»), ha fatto più volte capolino nelle conversazioni tra le diverse sessioni, Questa pseudoteoria, inaugurata con un articolo dal neonazista statunitenze Eric Thompsonn, che nel 1976 licenziò il testo «Welcome to ZOG-World», continua a presentare il governo federale americano, e molti esecutivi, come mera espressione delle volontà dei poteri segreti «sionisti».

La dottrina suprematista, che accompagna la vecchia destra neonazista, si può incontrare oggi con segmenti dell’antisionismo più esasperato, presenti in alcuni campus americani e non necessariamente contrassegnati dall’appartenenza alla destra estrema. Il paradosso di una saldatura implicita tra motivi esplicitamente razzisti ed un antirazzismo identitario, che trova in una certa immagine del «sionismo» il fuoco della sua avversione, non è poi così lontana da un qualche riscontro di fatto. Il rossobrunismo, come si dice in Europa, ha quindi fatto capolino nelle riflessioni degli astanti. Rimane il fatto che la funzione di convention, meeting e congressi di questo genere non possa essere solo quella di identificare i rischi potenziali, ma debba semmai rivolgersi alle strategie di risposta, quelle che non debbono generarsi in un mero gioco di rimessa. Se in Italia si parla quindi di «mosaico» per definire i diversi segmenti di una identità composita, in America ci si rivolge all’immagine del «puzzle». Entrambe, a ben vedere, si rifanno all’idea di una complessità di tasselli da ricomporre costantemente. Non è di certo una novità per l’ebraismo. E anche a partiire da questa consapevolezza si prosegue nel lavoro collettivo.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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