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Cultura
L’onda lunga del Covid 19: una riflessione sul tempo che verrà e sul mondo che non sarà mai più come prima

Le nostre esistenze sono pensate sulla base di alcuni presupposti: prevedibilità, calcolabilità e continuità. Elementi che la persistente variabilità di questi anni e il Covid-19 stanno pesantemente pregiudicando

Partiamo dall’affermazione di Bob Dylan al New York Times: «Abbiamo la tendenza a vivere nel passato, ma questo riguarda la mia generazione. I giovani non hanno questa abitudine. Semplicemente non hanno un passato, quindi tutto quello che sanno è quello che vedono e sentono, ed è facile fargli credere qualsiasi cosa. Ma tra 20 o 30 anni saranno loro in prima linea…». L’occasione è dettata dall’uscita del suo nuovo album, Rough and Rowdy Days («Giorni difficili e tumultuosi»).
L’autore, si sa, da lustri ha assunto la veste di profeta riluttante, di aruspice refrattario, di vate involontario, trascinato su una scena pubblica che gli è sempre appartenuta solo in parte, avendo affidato soprattutto alle sue note il senso dei suoi pensieri. Ed aggiunge, parlando del Coronavirus, che gli pare essere: «il precursore di qualcos’altro che sta per venire. Non per forza una piaga biblica, perché questo significherebbe che sul mondo starebbe per  abbattersi un castigo divino. L’estrema arroganza produce però conseguenze disastrose, forse siamo alla vigilia della distruzione. Non saprei, ci sono molti modi per pensare al virus. Io penso che occorra lasciargli fare il suo corso».

Sarà – come è stato notato – che quella di Dylan è musica fuori dal tempo, ossia destinata a sopravvivere all’epoca medesima in cui è stata generata. Proprio per questo, in fondo, si inserisce come un cuneo in un’epoca, la nostra, dove la storia sembra essersi capovolta poiché l’uomo se ne sente espropriato. Tale è la sensazione che molti stanno vivendo in questo periodo di transizione, apertosi nelle prime settimane di quest’anno, con l’avvio della pandemia, e arrivato ad oggi, senza che ad esso si accompagni un qualche segno di conclusione. Al netto dei catastrofismi, che non solo non spiegano nulla ma molto spesso sono solo un esercizio di gratuito esibizionismo da parte di coloro che li evocano come degli iettatori, rimane il fatto che le già fragili speranze manifestatesi nei mesi scorsi, quando si confidava in una veloce conclusione della vicenda sanitaria, si siano invece ben presto infrante contro la realtà di una condizione collettiva di lunga sospensione della vita abituale. La nostra condizione è tale perché sappiamo cosa stiamo lasciando alle nostre spalle ma  non possiamo in alcun modo prevedere cosa ne deriverà. A partire da ciò, soprattutto, avvertiamo l’impotenza che ci accompagna, non sentendoci “padroni di noi stessi” ma, piuttosto, sottoposti alla balia delle circostanze. Che di impongono la loro agenda. Proviamo allora a tematizzare un repertorio delle questioni aperte.

Il primo problema da cui partire è che la crisi che ci sta accompagnando è l’impossibilità di vivere quella dimensione sociale che è altrimenti parte integrante dell’identità di tutti noi. Siamo “animali sociali”, svolgiamo la grande parte della nostra vita in presenza degli altri, dai nostri famigliari per arrivare, una volta superato l’uscio di casa, a quella parte del mondo che incontriamo abitualmente (e spesso casualmente, senza neanche pensarci). Questa continuità è stata violentemente interrotta, spezzata, imponendoci di ragionare su di essa. Ciò che conosciamo come «distanziamento sociale» ci ha chiesto di ridurre gli scambi, i legami, i rapporti. Qualcosa che ha il sapore della innaturalità. Anche se in parte abbiamo ripreso alcune delle attività precedenti, lo stiamo facendo non solo a regime ridotto ma con tutta una serie di impedimenti che non sappiamo quando finiranno. Ne è derivato, ed è il secondo ordine di problemi, che sia il tempo di vita che gli spazi di rapporto siano a tutt’oggi filtrati dai vincoli generati dal Coronavirus. Ma il limite non è solo sanitario, poiché la pandemia è tale dal momento che si riflette da subito sul piano economico, con effetti di lungo periodo, anch’essi imprevedibili. L’economia mondiale ha rivelato un’incredibile fragilità, venendo colpita quasi da subito e, con essa, imprese, famiglie, persone.

Per molti, la vera preoccupazione, infatti, è per il tempo che verrà soprattutto da questo punto di vista: non è per nulla chiaro quale sarà il punto di equilibrio rispetto ai propri redditi e, con essi, riguardo alla stabilità individuale e familiare. In tutta probabilità, posto il fatto che oramai da tempo siamo entrati in una economia dell’informazione e della conoscenza, dove una parte crescente delle ricchezze viene prodotta dalla messa a profitto della trasmissione di informazioni, la pandemia non sta facendo altro che accelerare processi che erano già in atto nel recente passato ma che adesso risultano sempre più evidenti. Dalla relativa stabilità di un’economia industriale stiamo infatti definitivamente passando alla permanente mobilità di quella post-industriale. Si osservi anche solo la composizione del paniere domestico: sono aumentati di molto i consumi immateriali (gli abbonamenti ad Internet, il traffico di dati via telefonica, in sostanza il ricorso a quei beni che si fruiscono per connessione, con un trasferimento degli acquisti di non poche merci sul Web) mentre, al netto della tenuta degli alimentari, segnano il passo quelli più tradizionali, tipici di un’economia di movimentazione fisica (ad esempio, la ristorazione, l’abbigliamento, i viaggi, i pernottamenti e molto altro).

Rimane l’ovvio riscontro che una parte di questo trend sia temporaneo, destinato quindi a ridimensionarsi in futuro, quando le cose dovessero tornare ad una regolarità al momento non ancora ristabilita. Tuttavia, certe abitudini, quando mutano, non sono più destinate ad essere ripetute per come erano precedentemente. Un chiaro riscontro al riguardo è la diffusione di ciò che chiamiamo «smart working», qualcosa che indica non tanto quell’«agilità» che l’aggettivo richiama quanto l’adattabilità a situazioni irrituali per lo svolgimento di attività lavorative continue, il più delle volte eseguite in un ambiente domestico. Quanto il protrarsi – e l’eventuale consolidarsi – di un tale stato di cose sia destinato ad incidere non solo sulla natura del lavoro medesimo ma, soprattutto, sui lavoratori, sulla loro identità, sulle relazioni che intrattengono, sulla quotidianità della vita, è un campo ancora tutto da indagare. Fermo restando che un’economia che debba ridurre la movimentazione fisica, taglia via un ampio indotto di attività economiche legate ad essa (trasporti, consumi quotidiani tipici delle trasferte, ristorazione fuori da casa e così via). Il blocco delle attività didattiche «in presenza», nelle scuole così come nelle università, si è immediatamente riflesso su quell’ampio sistema di attività economiche che fino ad oggi sono riuscite ad esistere grazie ad esse: dalle copisterie alle cartolerie, dalle imprese di pulizie a quelli di servizi alla persona, dalla ristorazione take away all’affitto di alloggi, posti letto e camere d’albergo. E così via.

Non esiste nessuna conversione facile, tanto meno immediata, rispetto a questo stato delle cose. Si può confidare in una progressiva attenuazione delle attività «da remoto» ma rimane il fatto che non poche cose difficilmente ritorneranno come prima. La questione di fondo è, infatti, che tutte le nostre esistenze sono pensate sulla base di alcuni presupposti: prevedibilità, calcolabilità, continuità e così via. Elementi che la persistente variabilità, introdotta pesantemente in questi anni, sta invece pregiudicando. Disegnando una situazione dove gli elementi dominanti sono la precarietà e la profonda insicurezza collettive. Non è una questione da poco, soprattutto se si pensa che la quantità di lavoro umano necessario per produrre il grande surplus di beni di cui siamo circondati, è decrescente. Così come la struttura dei consumi, anche al netto dei mutamenti che abbiamo già ricordato, è destinata ancora a cambiare. In poche parole: c’è già troppa merce in circolazione. Non sarà per nulla facile smaltirla, non comunque ai prezzi remunerativi che invece ci si attende da eventuali acquisti. Il rischio di un cortocircuito economico e poi sociale (non a caso la nostra è conosciuta come una «società dei consumi»; se questi calano o mutano, gli effetti si ripercuotono sulla società stessa, in molti modi) non è poi così remoto. Un tempo, alle pandemie si accompagnavano le carestie, destinate a durare, come immensi flagelli collettivi, per molti anni. La domanda di beni (i consumi) non era soddisfatta da un’offerta (produzione) del tutto insufficiente. Un tempo – quindi – si moriva di fame, mentre oggi si rischia di morire di bulimia. Quanto meno nei grandi paesi a sviluppo avanzato. È il paradosso dell’obeso, che vive male e si ammala facilmente, fino a rischiare la sua vita, non per il difetto di ciò che gli è indispensabile ma per l’eccesso di beni di cui dovrebbe invece fare a meno. Non si vive bene perché si ha molto; si vive in maniera accettabile se c’è un costante equilibrio tra bisogni e loro soddisfacimento.

Un terzo problema è il senso di espropriazione che, poste queste premesse, sta sempre più spesso accompagnandosi alla vita quotidiana di molte persone. È l’inevitabile risultato del sentirsi limitati, vincolati se non impediti non solo nello svolgimento delle proprie attività abituali ma anche in una qualche progettazione rispetto al proprio futuro, spesso anche quello immediato. Espropriazione e frustrazione vanno quasi sempre a braccetto: chi si sente immobilizzato, suo malgrado, e non vede alternative praticabili, è spesso propenso a sentirsi deluso e poi arrabbiato. Non tutti reagiscono nel medesimo modo; tuttavia, quando il disagio, soprattutto se è espresso dai ceti medi, non trova risposte, allora è l’intera società a subire una scossa elettrica. La qual cosa, se ne può stare certi, si riflette da subito sui sistemi di democrazia rappresentativa nei quali siamo abituati a vivere.

Un quarto passaggio importante è poi quello generazionale. Nelle società moderne, un fattore propulsivo nell’innovazione condivisa è il conflitto che intercorre tra genitori e figli, laddove questo non sia un fatto dilacerante in sé ma il presupposto affinché i secondi si emancipino dai primi, non solo per costruire un proprio profilo esistenziale ma anche per concorrere ad una società in trasformazione. La partecipazione delle coorti di età più giovani al cambiamento, laddove esse non ne subiscano passivamente i soli effetti ma ne divengano protagoniste, è la migliore garanzia di prosperità a venire. Nella storia, le generazioni si alternano. Ma se succede che siano i più giovani a dovere fare affidamento ai più anziani (per il sostegno al reddito; per la mancanza di prospettive professionali; per la difficoltà di fare fronte, con risorse proprie, alla progettazione della loro esistenza), allora le cose possono cambiare. E di molto. Al momento, non pochi giovani stanno “in panchina”. Succede nelle società a sviluppo avanzato, dove peraltro la media delle classi di età è piuttosto anziana, fino ad una situazione al limite dell’insostenibile come avviene in Italia, con un disequilibrio generazionale marcato (pochi giovani, molti pensionati); avviene in quelle società meno ricche, composte da un numero di giovani e giovanissimi molto alto. Nell’uno caso e nell’altro l’elemento comune – al netto delle tante altre differenze – è che non sono i giovani a sentire di avere dinanzi a sé il futuro ma, paradossalmente, quei gruppi di età più elevata. Società che non agevolino la mobilità giovanile verso mete professionali ed esistenziali appropriate, da cui derivi l’autonomia certa (con l’”uscita dal nido” domestico), sono destinate a rimanere frenate dalle molte zavorre che le trattengono a terra, non permettendogli di navigare verso un orizzonte certo.

In una tale condizione, è pressoché certo, finirà con l’amplificare l’effetto delle diseguaglianze. La qual cosa, non è solo il riscontro dell’ingiustizia nel trattamento di persone e gruppi che dovrebbero invece godere di pari opportunità, ma il segno di una potenziale crisi nella coesione sociale. Cosa che non farebbe bene a nessuno, per intenderci. Detto tutto questo, cosa succederà di qui in avanti? Il lungo dopoguerra al quale dobbiamo prepararci, non sarà di ricostruzione, vuoi perché la pandemia non ha distrutto cose ma ha trasformato relazioni sia perché non c’è qualcosa di perso da recuperare ma un orizzonte inedito da disegnare. Il punto è: quanta parte delle collettività nazionali saranno chiamate a prenderne parte? Il timore di molti, infatti, è che una parte crescente della popolazione, quella che vive del proprio lavoro, possa risultare sempre più spesso superflua rispetto ad un’economia in violenta ed accelerata trasformazione. Il governo dei processi di cambiamento sarà quindi un terreno strategico, sul quale misurare dove si situerà il punto di equilibrio che farà si che il mutamento non diventi sinonimo di esclusione.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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