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Cultura
Margaret Bourke-White e Art Spiegelman interpreti del trauma della Shoah

Dalla mostra romana dedicata alla fotografa americana all’ultima edizione del grahic novel, “Maus”

Fino al 27 febbraio 2022, il Museo di Roma in Trastevere ospita una mostra interamente dedicata a Margaret Bourke-White, una tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo internazionale. La retrospettiva è intitolata Prima, donna. Margaret Bourke-White ed è a cura di Alessandra Mauro, organizzata da Contrasto e Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con l’archivio fotografico Life Picture Collection.
In mostra troviamo oltre cento immagini, divise in gruppi tematici: dalle prime fotografie dedicate al mondo dell’industria fino ai grandi reportage per le testate più importanti come Fortune e Life, e ai celebri ritratti di Stalin e di Gandhi. Una sezione della mostra, intitolata Sul fronte dimenticato, è dedicata agli scatti realizzati durante la Seconda Guerra Mondiale, che, come prima fotoreporter donna, Margaret Bourke-White documentò indossando una divisa militare disegnata apposta per lei. Questi sono gli anni in cui la fotografa, al seguito dell’esercito USA, sarà in Nord Africa, Italia e Germania. Si prosegue con la sesta sezione, Nei Campi, dove è testimoniato l’orrore al momento della liberazione del Campo di concentramento di Buchenwald (1945) quando, come si legge sui pannelli di approfondimento che guidano il percorso espositivo:

per lavorare dovevo coprire la mia anima con un velo. Quando fotografavo i campi, quel velo protettivo era così saldo che a malapena comprendevo cosa avevo fotografato. Tutto si rivelava in camera oscura, al momento di stampare le mie immagini. E allora era come se vedessi quegli orrori per la prima volta.

Le fotografie di questa specifica sezione risalgono alla primavera del 1945, quando Margaret Bourke-White è al seguito del generale Patton nella sua avanzata in Germania. Nell’aprile di quell’anno vengono liberati i campi di Buchenwald, Dachau, Ravensbrück, Mauthauseu e Theresienstadt. «Vidi e fotografai pile di corpi nudi senza vita, i pezzi di pelle tatuata usata per i paralumi, gli scheletri umani nella fornace, gli scheletri viventi che di lì a poco sarebbero morti per aver atteso troppo a lungo la liberazione. Buchenwald era qualcosa di inconcepibile per la mente umana».
I detenuti di Buchenwald ritratti da Margaret Bourke-White restano così impressi nella memoria dei visitatori, coi loro volti scarni e annichiliti dalla sofferenza, con addosso la divisa a righe del lager, in piedi dietro il filo spinato. Lo scatto diventa fin da subito famosissimo, grazie anche alla rivista Life che per prima l’ha pubblicato, fino a diventare vera e propria icona della liberazione. Allo stesso tempo, quella foto rappresenta, ancora oggi, per chiunque la guardi, l’apice dell’orrore assoluto, il paradigma visibile e tangibile dell’assurdità umana.
Ancora oggi vedere quegli scatti equivale a immergersi nell’immaginario iconografico dell’Olocausto ebraico, in cui ogni luogo perde la sua specificità e i campi, i ghetti, i luoghi di prigionia, finiscono per assomigliarsi indistintamente l’uno all’altro, e ogni vittima diventa anche il simbolo della comunità perseguitata: ebrei, sinti, rom, omosessuali, prigionieri politici, sono tutti uguali agli occhi degli spettatori che osservano oggi quelle fotografie. Le icone dello sterminio, dal dopoguerra ad oggi, hanno modellato ed indirizzato la nostra conoscenza della Shoah, talvolta escludendo proprio lo sguardo critico, riflessivo e partecipe, senza attribuire alle immagini fotografiche della Shoah l’esclusivo valore testimoniale. Anche la famosa fotografia sopra citata è stata estrapolata da qualsiasi riferimento o contesto specifico, per diventare icona della Shoah.

La mostra al museo di Roma in Trastevere, anche se è stata realizzata con semplicità di mezzi, ha il merito di restituire anche a quella fotografia il suo vero senso, reinserendola nel contesto in cui l’orrore è stato visto, percepito, e a tratti combattuto dalla giovane fotografa americana, e riesce ad essere evocativa sia dell’intero universo concentrazionario, sia della specificità del momento dello scatto.

Sarà proprio la celebre fotografia scattata da Margaret Bourke-White ad aprire uno spaccato di verità nella riproduzione grafica che ne farà, qualche decennio più tardi, Art Spiegelman, figlio di sopravvissuti, che l’ha riprodotta sotto forma di tavola da disegno, nell’opera a fumetti Maus in cui racconta la storia dei suoi genitori durante la Shoah, inserendo tra i sopravvissuti anche suo padre. Marianne Hirsch, studiosa dell’Olocausto e della cultura visuale della Shoah, anch’essa figlia di sopravvissuti, ne deduce che l’impossibilità dei figli di immaginare l’orrore vissuto dai propri familiari, li spinge a recuperare quello stesso patrimonio visivo e collettivo a cui tutti si rifanno per tentare di rappresentare l’irrappresentabile.
Art cresce senza un racconto vero e proprio di quanto successo ai suoi genitori, alla sua famiglia e alla comunità degli ebrei polacchi: riesce a cogliere solo qualche episodio accaduto nei campi, ma privo di contesto, che la madre gli racconta e che gli lascia un senso di angoscia e terrore, o qualche storia rubata origliando, mentre i suoi genitori parlavano in polacco con gli amici sopravvissuti. Comincia a prendere coscienza della verità, nel 1961, a tredici anni, con il processo ad Eichmann, a cui la televisione americana, in quel periodo, dedica molta attenzione, e ai libri che trova nella biblioteca della madre (tra cui Il fumo su Birkenau pubblicato nel 1946 della scrittrice polacca deportata a Birkenau Seweryna Szmaglewska). Seguendo queste tracce, sarà in grado di ricostruire meglio la storia dei suoi genitori, utilizzando a pieno tutte le potenzialità narrative del fumetto di cui negli anni Settanta, nel circuito underground, egli è già un autore molto apprezzato. Arriva alla stesura della prima striscia senza la consapevolezza di quello che davvero intende fare: disegna il poco che sa, per lo più aneddoti raccontati dal padre, accompagnati da un lavoro di documentazione che svolge in poco tempo, non essendoci all’epoca una così vasta letteratura e produzione di vario genere sulla Shoah. Sottopone poi le strisce a Vladek, suo padre, che spontaneamente integra le parti del racconto mancanti, rendendo Art finalmente consapevole di quanto poco in realtà sapesse. Comincia una lunga intervista con il padre, e una registrazione frutto di quattro giorni di racconti, che costituirà il materiale principale raccontato in Maus.

Nella vignetta iniziale del 1972 egli riprenderà proprio lo scatto di Margaret Bourke-White, i cui protagonisti, trasposti sotto forma di figure per metà umane e per metà animali, sono gli stessi della celebre foto di Buchenwald: un gruppo di prigionieri che osserva attraverso il filo spinato l’arrivo dei liberatori. Così, Spiegelman racconta nelle sue pagine, la storia di un padre che ha vissuto il dramma della Shoah, ma anche quella del suo rapporto conflittuale con il figlio, e contemporaneamente racconta anche la sua storia, quella di un disegnatore di fumetti, che cerca di immaginare ciò che il padre ha vissuto.
Il regista italiano Davide Ferrario, a proposito dell’uscita di Maus, scriveva: «Abbiamo bisogno di più opere come Maus […]. E di gente come Spiegelman. Artisti che sanno penetrare di una propria ispirazione personale le forme dell’industria culturale e della comunicazione di massa […]. Se accettiamo il fatto che la Storia – per chi vive la quotidianità dell’oggi – è soprattutto memoria ed esperienza, dobbiamo riconoscere che un libro come Maus è un fatto importante. Sarebbe utile che la Montagna degli storici partorisse più spesso topolini di questo genere».

Risale appena a novembre la ripubblicazione da parte di Einaudi del romanzo a fumetti, nella veste originale composta due volumi, in un’edizione cofanetto che li contiene entrambi: Mio padre sanguina storia seguito da  E qui sono cominciati i miei guai, pubblicati originariamente da Pantheon Books e premiati con il Premio Pulitzer nel 1992, l’anno seguente all’usicta del secondo volume.
Come ha affermato Umberto Eco: «Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico».

 Prima, donna. Margaret Bourke-White a cura di Alessandra Mauro, organizzata da Contrasto e Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con l’archivio fotografico Life Picture Collection, è visitabile fino al 27 febbraio al Museo di Roma in Trastevere 

Eirene Campagna
collaboratrice

Classe 1991, è PhD Candidate dello IULM di Milano in Visual and Media Studies, cultrice della materia in Sistema e Cultura dei Musei. Studiosa della Shoah e delle sue forme di rappresentazione, in particolare legate alla museologia, è socia dell’Associazione Italiana Studi Giudaici.


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