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Pedone e pedina: perché il Libano muore

Il Libano muore, nella sostanziale indifferenza collettiva. I bagliori, ormai residui, del crepuscolo nazionale, illuminano tristemente, a sua volta, un Medio Oriente destinato ad essere di nuovo stravolto da una serie di crisi senza sbocco

Una quindicina di giorni di riserve cerealicole, poi basta. Un debito consolidato pari al 170% del prodotto interno lordo, peraltro in caduta libera; almeno un centinaio di miliardi di dollari americani (plausibilmente, molti di più) di debito, non restituibili; un profugo siro-iracheno ogni sei abitanti; la lira libanese che sta azzerando il suo valore (al momento, rispetto al dollaro statunitense, il cambio ufficiale corrisponde al rapporto di uno a venti rispetto al mercato nero); la mancanza sistematica di beni di prima necessità, così come l’intermittenza quotidiana nell’erogazione di corrente elettrica al pari dell’acqua; le proteste continue, sul versante popolare, alle quali, come di prassi in questi casi, si sommano le crescenti azioni di gruppi sia criminali che paramilitari; la rifeudalizzazione dei territori di uno Stato che ha sempre faticato ad esistere in quanto entità a sé, abitato com’è da fazioni e partigianati che invocano, tutti indistintamente, un qualche “dio” al pari di una sorgente primigenia del loro agire, altrimenti esclusivamente criminaloide; la chiusura di buona parte dei centri commerciali, delle attività mercantili, delle macellerie così come delle panetterie; un terzo della forza lavoro senza lavoro, la parte restante pagata circa 300 dollari al mese se non di meno; due terzi della popolazione sotto la soglia della povertà e così via.

Il Libano muore, nella sostanziale indifferenza collettiva. I bagliori, ormai residui, del crepuscolo nazionale, illuminano tristemente, a sua volta, un Medio Oriente destinato ad essere di nuovo stravolto, ancora una volta, nei tempi a venire, in ragione dei violenti sussulti di una serie di crisi senza sbocco. A Beirut come in tante altre capitali. Auspichiamo che siano i meno sconvolgenti possibili. Ma, dinanzi ad un incontrovertibile declino, per l’appunto quello del Libano come nazione, che da sempre, invece, con tutte le sue forze, si è altrimenti sforzato di fare parte del novero dei paesi a sviluppo avanzato, non c’è molto da aggiungere. Se non che la crisi libanese ha un preciso imputato, ossia il sistema di interessi politico-finanziario-bancari, a ricalco dei gruppi di pressione che dominano la scena nazionale. Gli istituti di credito nazionali, infatti, sono strapieni di titoli tossici, di bond comprati con il credito dei loro clienti ed ora ridotti a carta straccia. La bancarotta libanese, infatti, è il risultato plastico di un insieme di fattori storico-politici alla cui sommità si collocano élite parassitarie che, proprio dal fallimento collettivo, traggono ancora benefici diretti e indiretti. Non da oggi, beninteso. Sono amministratori del declino permanente in quanto la rovina dei molti è la fortuna di pochi altri, tali poiché sufficientemente corporati tra di loro. Parlano di «popolo» nel mentre lo depredano e ci sputano sopra.

Da tempo le banche hanno imposto rilevanti limiti ai prelievi in contanti (si va al bancomat e si ottengono piccole cifre, sufficienti ad acquistare poco o nulla, prescindendo dall’ammontare del proprio deposito in divisa nazionale), impedendo inoltre di convertire la declinante lira libanese in dollari (anche se la divisa nazionale è ancorata alla moneta statunitense dal 1997). La scarsità di dollari (il tasso ufficiale, prima della tragedia del porto di Beirut del 4 agosto di quest’anno, era di 1.500 lire/dollaro, mentre quello reale veniva valutato di quasi dieci volte superiore; adesso, le cose stanno velocemente involvendo) si è pertanto accompagnata alla caduta libera del valore della lira nazionale. I soldi si stanno traducendo in carta, beninteso da bruciare. Come nelle Repubblica di Weimar, per intendersi. Le importazioni di beni dall’estero – 20 miliardi circa per ogni anno, per 3,7 miliardi di esportazioni, con un perenne disavanzo della bilancia dei pagamenti – hanno quindi subito un secco ridimensionamento, creando non pochi problemi ad un pur già asfittico mercato interno. Non ci sono beni da consumare. La crescente difficoltà ad importare grano e carne, insieme ad altri beni di prima necessità, si è quindi tradotta in una prima ondata di crisi alimentare, ovviamente favorendo il mercato nero, a prezzi proibiti per la maggioranza dei libanesi. A breve, purtroppo, ne seguirà una seconda (alla date del 14 agosto il Libano ha riserve cerealicole sufficienti al massimo per due settimane). Come già si è avuto modo di scrivere, nel suo insieme, l’economia libanese è fortemente vincolata al circuito bancario (a sua volta frazionato in base ai potentati politici), a quello immobiliare e dei servizi (anch’essi sottoposti alle servitù feudali dei gruppi di potere “confessionali”; tutto – infatti – si misura sulla forza del gruppo etno-religioso di ascrizione). Il combinato disposto tra economia e aggregati lobbistici di pressione, suddivisi in un articolato ed asfissiante mosaico di appartenenze religiose – un capolavoro d’ipocrisia, per tenere i libanesi, nel loro insieme, in una condizione di permanente servaggio – ha contribuito alla crescita, dopo il 1990, con la conclusione della dilacerante guerra civile, durata quindici anni, di un’economia non orientata alla produzione bensì alla speculazione, grazie anche agli ingenti investimenti stranieri, attirati sia dagli alti interessi praticati dal sistema bancario come dal vantaggioso tasso di cambio della lira libanese rispetto al dollaro.

Le banche, nella seconda metà del 2019, hanno venduto una parte consistente delle loro obbligazioni ai cosiddetti «vulture funds», i fondi avvoltoi. Si tratta di fondi speculativi che raccolgono titoli di debito fragili, tali poiché di difficile onorabilità. Gli investitori (individuali e collettivi, privati ed istituzionali) traggono massimo beneficio acquistando i titoli di garanzia dell’altrui debito ad un prezzo bassissimo, rimettendoli poi in circolazione ad un valore maggiorato. Ad oggi, quindi, ciò che resta del governo libanese (in realtà totalmente dimissionario, a dieci mesi dalla sua nomina come “esecutivo di cambiamento”; qualcosa del tipo: “quando la barca affonda, i topi fuggono”), quando affronta la questione del suo debito, si trova a dovere negoziare essenzialmente con speculatori stranieri, i quali concedono canali di credito, oppure mitigazioni nella restituzione del debito consolidato, solo potendo accedere ai residui asset produttivi e immobiliari del Paese. Una politica di depredazione. Peraltro, come molti hanno già denunciato, da tempo la banca centrale libanese non poteva entrare nei mercati legali del credito, delegando invece a ciò le banche private, che hanno negoziato l’acquisto di valuta a tassi dell’8% o del 10% (ossia, a strozzinaggio legalizzato) per poi prestarla al 2% alla banca nazionale, in una sorta di partita di giro che ha portato, infine, al cortocircuito dell’ottobre del 2019, quando il sistema, nel suo insieme, è crollato indecorosamente. Lasciando i veri creditori – i libanesi medesimi- con il cerino in mano.

Nella sua cronologia la devastante crisi libanese si trascina peraltro almeno dal 2005, anno in cui fu assassinato Rafīq al-Harīrī, già premier (musulmano sunnita) del Paese. Il lungo tempo dell’involuzione di sistema, quindi di un qualcosa che si proietta tristemente anche negli anni negli anni a venire, non depone in alcun modo a favore di una ragionevole soluzione. La cronicizzazione della sua crisi, per intendersi, non è l’indice di temporanee incongruità da superare ma – piuttosto – di una perdurante impotenza che si è fatta prassi abituale e che ora, dinanzi alla débâcle collettiva che si chiama Sars-Cov2, presenta i suoi conti. Feroci, beninteso. Tali poiché senza alcun sconto a venire. In questo casi si dice che i nodi (di sempre) vengano al pettine. Essendo il prodotto della somma di deficit di ogni genere e tipo, da quello economico a quello sociale, da quello civile a quello morale, ben precedenti alle stesse prove del presente, con il quale un po’ tutti ci troviamo adesso a fare fronte. Sulla catastrofe politica libanese, ovvero sul risultato che si sta prefigurando, saranno a breve le cronache a dirci quali saranno i suoi immediati esiti. Più di uno, per intenderci, poiché non c’è nessuna exit strategy a venire, ossia un percorso non troppo doloroso, ma solo un orizzonte fosco, privo di agganci e, soprattutto, di speranze. Il rischio è che si torni alla guerra civile. Riducendo il Paese ad una somma rissosa di cantoni tribalizzati. Poiché il Libano è oramai fallito (sul piano delle finanze pubbliche, almeno dal gennaio-marzo di quest’anno, con la dichiarazione di inadempienza nel pagamento degli interessi sul debito sovrano; sul piano economico, con il default di buona parte della sue attività produttive, a partire da quelle immobiliari e commericiali; sul piano del lavoro, con una disoccupazione dichiarata che ha da tempo superato un terzo della popolazione in età produttiva; sul versante civile, con lo scollamento delle sue diverse componenti che, dinanzi al tracollo collettivo, cercano – invano – in sé qualche risorsa condivisa; e così via).

Fallisce il Libano al medesimo tempo «interconfessionale» (il Paese in cui coesistono, tra mille difficoltà, sciiti, sunniti, cristiani di diverse osservanze e scampoli di altri gruppi religiosi, circa una ventina, perlopiù invisibili poiché impossibilitati ad esprimere alcunché) e «multi-confessionale». Quest’ultimo, per capirci, quello che conta, ossia della spartizione delle cosiddette «poltrone», un accordo che vige sul versante istituzionale, secondo rigidi e irrealistici accordi, dal novembre del 1943, quando si proclamò repubblica indipendente, già protettorato di Vichy e poi, a venire, della Francia liberata dai gollisti; per intenderci, la suddivisione proporzionale nei seggi del Parlamento, al netto dei voti e delle preferenze, seguiva le appartenenze etno-religiose, ricalcandole pedissequamente; del pari, per ciò che riguarda i ruoli istituzionali: il presidente della Repubblica deve essere, ad oggi ancora, un cristiano maronita; il primo ministro dell’esecutivo, un sunnita; lo speaker del Parlamento, un sunnita. Il tutto, poi , riflettendosi come una immagine specchiata sulle amministrazioni locali. Come se nel mentre, in più di settant’anni, nulla fosse mutato. In Libano, nel Medio Oriente, nel mondo intero. Una copertina incartapecorita che finge di potere contenere, attraverso le sue insopportabili, demenziali rigidità, il fluire del tempo, delle collettività, delle società, delle persone. Lì come in qualsiasi altro luogo.

Tutto questo, non a caso, si sta quindi esaurendo. Tuttavia, ed è la cosa peggiore, in assenza di un’alternativa credibile. I movimenti di piazza, animati in almeno quindici anni dai giovani (a partire dalla «rivoluzione del cedro», delle classi urbane beirutine, che dal 2005 ha preceduto l’«onda verde» iraniana e poi le «primavere arabe», tra il 2011 e gli anni successivi) non esprimono alcunché, se non il disagio di cui i giovani medesimi sono titolari, spesso tanto inferociti ed intransigenti quanto impotenti. Anche perché le proteste in corso, di cui diremo ancora, seguono quelle trascorse – e precedono quelle, prevedibilmente, a venire – secondando, a modo loro, il disagio e il disorientamento che origina da un dissesto programmatico. Il quale, in Libano, deriva già dagli anni Sessanta, quando si parlava ancora di esso, con eccessiva facilità e superficialità, della «Svizzera del Medio Oriente». Forse anche da prima, quando il transito dal vecchio ordinamento prima ottomano, poi coloniale ed infine indipendentista, rivelò non solo la sua fallacia bensì la sua evidente insostenibilità. In altri termini, poiché il Libano era da sempre una terra multi-confessionale (leggasi: abitata da una molteplicità di gruppi denominati esclusivamente in base alla loro affiliazione religiosa), una tale condizione – nel momento in cui fu cristallizzata sul piano istituzionale e politico, dal novembre del 1943, con la nascita di una «Repubblica» indipendente, a prescindere dai mutamenti non solo socio-demografici ma anche politici che sarebbero poi intervenuti nel corso del tempo – era comunque destinata, prima o poi, a fallire indecorosamente. Poiché partiva dalla falsa premessa che la politica rappresentativa, e poi quella istituzionale (ossia, entrambe, in quanto proprie ad uno Stato capace di farcela da solo), dovesse invece costituire l’eterna riproposizione di una sorta di vecchia foto ingiallita. Dove non contava la cittadinanza tra pari ma la contrattazioni, ed i ricatti, tra gruppi di pressione. Nel Libano francofono e francofilo, la Rivoluzione francese, purtroppo, non è passata.

Ecco, forse il nocciolo della crisi sta proprio in ciò: ossia, nel fatto che il Libano “che può”, ovvero quello delle famiglie che contano – tali per reddito, relazioni sociali, conti bancari all’estero, figli che studiano, indifferentemente, in Europa così come in America, secondo una consolidata tradizione, ascrivendosi ad un clan oppure ad una entità “confessionale”, la quale in realtà nasconde invece interessi di fazione, di gruppo, di aggregazione – sta invece implodendo nei fatti. Una tale organizzazione di interessi corporati è, nel suo manifestarsi, il reciproco inverso dei diritti di cittadinanza. I quali, per potersi realizzare, riconoscono invece le appartenenze pregresse ma richiedono la sottoscrizione di un patto di lealtà che va oltre il gruppo di cui ci sente comunque parte. Altrimenti la nazione, la “patria”, lo Stato, la comunità nazionale non esisteranno mai. Esattamente la condizione del Libano di oggi. Non a caso, per l’appunto, in via di progressiva estinzione. A meno che non si pensi che la sua riduzione in cantoni ferocemente separati ne costituisca la soluzione. Poiché i giovani, e i meno giovani che siano, sunniti, sciiti, cristiani o cos’altro, stanno scoprendo, a loro spese, che il «re è nudo»: non conta l’affiliazione confessionale ma la reale condizione sociale. Per ripetersi, a rischio di risultare noiosi, il riscontro che quanto determina le condotte non è solo una situazione culturale, ossia, in questo caso tanto più, il retroterra di appartenenze religiose e di «tradizione», bensì la propria collocazione sociale, che divide i ricchi dai poveri. Nella sostanza, i secondi si “scoprono”, oggi tanto più, senza alcuna protezione. Il migliore modo, per così dire, di tutelare i propri interessi, al netto della realtà dei fatti, facendo quindi il vuoto intorno a sé, è invece quello di continuare a dichiararsi eredi di una qualche «identità», di una comunità religiosa o cos’altro, per azzerare ogni terreno di mediazione. Da ciò è derivata, non a caso, una suddivisione camorrista del Paese. Poiché il camorrismo – omologo alla mafiosità – non richiama necessariamente solo un sistema di potere economico criminale ma soprattutto un modo di intendere le relazioni sociali, a tutto tondo, dove si incentivano le dipendenze collettive e non l’emancipazione personale. Poste queste premesse, si esiste non per le proprie individuali capacità bensì per le affiliazioni di gruppo.

A questo punto, soccorrano il lettore ancora poche parole, oramai di puro riscontro storico, sulle radici più resenti della crisi che il Libano sta vivendo: il 14 febbraio 2005, il già due volte premier, tra il 1992 e poi nel 2004, Rafīq al-Harīrī, veniva assassinato, insieme ad un’altra ventina di persone, nel mentre il corteo delle macchine che lo accompagnava passava dinanzi all’Hotel Saint-George di Beirut. Sede, al medesimo tempo, di ricco turismo così come di presidio istituzionale (le due cose, a volte, nel Medio Oriente contemporaneo, tendono a sovrapporsi, in quanto la politica nazionale – erede del colonialismo – si contratta anche negli alberghi a cinque stelle, di cui francesi ed inglesi erano registi, attori e comparse al medesimo tempo). L’ipotesi dominante, a tutt’oggi, anche sulla scorta dei rilievi necrofori compiuti sulla scena del crimine, farebbe pensare ad un attentatore che si sia fatto esplodere. In tutta plausibilità, di osservanza siro-iraniana. La qual cosa può volere dire molto ma non necessariamente tutto.

Poco conta, ai fini del nostro discorso, il come sia avvenuto l’eccidio mentre molto importa riguardo alle ragioni. Poiché Harīrī – propriamente non un “Riccardo cuor di leone” ma un politico che cercava, a modo suo, di vedere oltre – si era reso inviso ai grandi registi della crisi mediorientale così come del suo Paese, ossia i siriani dell’oftalmologo Bashar al-Assad (che dal 2011, a loro volta, sarebbero precipitati in una guerra civile a tutt’oggi ancora non conclusasi ma, della quale, il Libano medesimo con i suoi molti rifugiati, in un esasperante rapporto di uno ogni sei abitanti, avrebbe costituito una pedina essenziale) e la fazione sciita Hezbollah, che di fatto domina (e plausibilmente sempre più spesso dominerà) il Sud del Libano. Avendo quest’ultima fatto di esso un suo feudo inattaccabile, ossia coniugando alla rivendicazioni sciite (i grandi esclusi, fino agli anni Ottanta, dai rapporti di potere nazionali) quelle dei profughi palestinesi (quasi tutti sunniti), del 1947-48, del 1967 e poi – in una miscela esplosiva – di ciò che derivava, dopo l’espulsione di fatto dall’Egitto tra il 1967 e il 1969, del comando dell’Organizzazione della liberazione della Palestina, che fino al 1982 operò nel Sud del Libano, anno della sua definitiva defenestrazione da parte israeliana.

Come si avrà modo di osservare, la crisi del presente ha radici storiche complesse, non riconducibili ad un unico attore, e come tali non ravvisabili in una sorta di esclusivo “capro espiatorio”. Se si vuole ragionare in questi termini, beninteso. La storia, e con essa la politica, contrariamente a quanto ci siamo abituati a pensare, non si basano sui buoni e sui cattivi, sui belli e sui brutti, bensì sui molti. Che ne affollano le scene, assumendo ruoli e partiture mutevoli. Al netto delle vicissitudini storiche pregresse, Harīrī, che non era un apostolo vocato al martirio bensì un politico non meno brutale di altri, pagò il conto della sua ingombrante presenza, invisa a molti antagonisti. In altre parole, sbagliò nel calcolare le misure, i tempi, i modi e le distanze. Morì, per l’appunto, in un attentato. La cui dinamica era mafiosa e camorrista. Le stesse Nazioni Unite, in un’inchiesta indipendente, si pronunciarono rispetto alle responsabilità siriane e di una parte dei servizi di informazione e sicurezza libanesi. Come dire: parenti & serpenti. Successivamente, il suo fragile successore, Said Harīrī, figlio ed erede (soprattutto degli interessi economici, invero assai robusti), già primo ministro, a sua volta, tra il 2009 e il 2011, per poi ottenere un secondo incarico nel 2016 – impegno peraltro spirato anticipatamente – si espresse invece contro le ombre di corresponsabilità siriana. Ma era nel mentre intervenuto ben altro scenario. Poiché Said, già nel novembre del 2017 aveva denunciato le continue interferenze di Teheran (il padrino di Hezbollah dal 1982, quando dalla valle della Beka’a il movimento sciita di era installato nel Libano meridionale, fruendo a proprio beneficio della crisi delle organizzazioni palestinesi), per poi, in una sorta di catenaccio che nulla ha da invidiare alla vecchie purghe staliniste (tra alleati, amici e nemici del 1937-1938), sopravvivere a quelle esercitate dell’Arabia Saudita e quindi essere recuperato, in articulo mortis, dall’allora presidente della Repubblica del Libano Michel Aoun (già noto, durante la guerra civile, con il soprannome di «NapolAoun»), che ha permesso alla famiglia Harīrī di continuare a svolgere un ruolo di primo piano. Aoun è a tutt’oggi in carica, in quanto cristiano maronita. Figlio di un macellaio, militare di carriera, di “area” per l’appunto cristiana ma legato anche ai musulmani, dai quali ottenne più di un riconoscimento.

Per capirci ancora, l’esercito libanese di metà degli anni Duemila, era diviso tra quanti riconoscevano nell’Arabia Saudita un protettore (potenziale) e coloro, invece, che ne accusavano le trame. Va da sé che non se ne potesse venire a capo poiché dietro la diatriba di potere si celava la faida dei gruppi di appartenenza e, con essa, del multi-confessionalismo cristallizzato della politica libanese. Non è poi così interessante capire la traiettoria di Rafīq e Said al-Harīrī quanto il fatto che la loro ingombrante presenza abbia pesato rispetto al tracollo in corso. Poiché nell’autunno del 2019, dopo avere annunciato al Paese un programma di «lacrime e sangue» (massima austerità, aumento generalizzato della tassazione, secca riduzione della spesa sociale, sforzo spasmodico per ridurre il disavanzo pubblico, in attesa di un pacchetto di prestiti da parte della Banca mondiale, della Banca europea degli investimenti, dei fondi sauditi e del Fondo monetario internazionale per 10,2 miliardi di dollari) seguirono proteste di piazza che, di fatto, arrivano all’oggi. Agli annali della cronaca, anche l’ipotesi di tassare la messaggistica online, con venti centesimi di dollaro per comunicazione. Il programma di «riforme» (termine oramai sinistro per definire le decurtazioni a carico dei cittadini), approvato il 17 ottobre fu di fatto neutralizzato due giorni dopo, per volontà dello stesso premier Said al-Harīrī  e del presidente Michel Aoun. In quanto, per l’appunto, le piazze erano oramai quotidianamente riempite da parte di coloro che avevano dato vita alla cosiddetta «Tax Intifada» e alla «WhatsApp Revolution», la cui vera radice era quella di raccogliere indistintamente persone a prescindere dalle loro appartenenze settarie. Il Libano dei capobastone può sopportare tutto – a partire da una nuova guerra interconfessionale – ma non la condivisione delle medesime proteste da parte di persone che si identificano, prima di tutto, come «cittadini» e non in quanto depositari di un’identità partigiana precostituita.

Il resto, è cronaca dei giorni nostri: il 29 ottobre 2019 l’esecutivo Harīrī rassegnava le dimissioni, alle quali seguiva la formazione del governo presieduto dal “tecnocratico” Hassan Diab, anch’egli sunnita – si intende – già docente di ingegneria informatica, di formazione americana e ben introdotto negli “ambienti che contano” della finanza internazionale. Il gelido e insapore piatto del «cambiamento», promesso da quest’ultimo, è durato fino ai giorni scorsi. Quand’anche egli, gettando infine la spugna, ha riconosciuto come il suo Paese sia sull’orlo della catastrofe, in quanto pressoché ingovernabile. Il suo sacrificio, peraltro, non servirà a nulla, in quanto i libanesi non sanno cosa farsene delle teste nobili da tagliare, vedendo già le loro da tempo rotolare per terra.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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