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Cultura
Radiografia dello scrittore Amos Oz

Il documentario  “La quarta finestra” di Yair Qedar

Aggiornamento: Il documentsario sarà proiettato a Milano in occasione della rassegna Rassegna Nuovo Cinema Ebraico e Israeliano – 15° edizione. 24 ottobre, cinema Arlecchino
Di Yair Qedar avevo già parlato recentemente. È un regista che negli scorsi anni ha portato avanti un progetto originale: presentare al pubblico sedici documentari, sedici ritratti di scrittori della letteratura ebraica dal passato fino a oggi. La maggior parte di questi autori sono già morti, un’ eccezione fu fatta per Buli, per Avraham Yehoshua. Intervistato mentre Qedar girava proprio il documentario su Amos Oz, di cui parlerò in questo articolo, Yehoshua gli propose di dedicare un film anche lui. Ne nacque un ritratto inconsueto, umano, con risvolti sorprendenti. Almeno per me: avevo sempre pensato che il signore della letteratura israeliana fosse Yehoshua, non è vero. Lo è da noi in Italia, non in Israele. Avevo sempre creduto che il suo stile fosse elaborato, pieno di termini ricercati e preziosi, ho scoperto che viene ritenuto in patria un narratore molto semplice. Lui stesso era solito consegnare il testo finito agli editor e dire: fatene pure quello che volete. No, il vero re della scrittura in  Israele, il vero divo è stato indubbiamente Amos Oz. Il documentario  “La quarta finestra” però non è un panegirico, un santino. In modo molto delicato ma profondo e incisivo,  scopre molti aspetti della personalità complessa di Oz, anche alcune zone d’ombra. Del resto è Oz per primo a definirsi con parole impietose, mentre parla all’amica Nurith a cui chiede di scrivere la sua biografia: “Sono un ballo in maschera ambulante”.  Una vita segnata dalla tragedia. A cominciare dalla prima ferita, quella che decise il suo destino quando a dodici anni la madre si tolse la vita.  Ne parla in “Storia d’amore e di tenebra”. “Senza ferita non esiste uno scrittore” afferma. E in effetti si ha la sensazione che intorno a quel trauma si sia formata la sua identità artistica, che tutta la sua opera nasca da quella morte e ripercorra continuamente la stessa memoria, la stessa storia fino allo sfinimento. 
Poco dopo, Oz poco più che quindicenne decide di andare a vivere in kibbutz mentre il padre se ne va in Inghilterra. Ne rinnega il cognome, Klauser. Decide di essergli opposto: non un intellettuale ma uno che guida i trattori, che munge le mucche. “Era un disastro” affermano i testimoni di quel periodo, tra i quali anche Reuven Ravi Rivlin, presidente quando è stato girato il documentario di Qedar. Anche perché non aveva affatto il fisico del pioniere: biondo, esile, con una bellezza delicata e luminosa, una bellezza “giusta”, come la definisce poco dopo Etgar Keret. Non ha di che vestirsi, non ha soldi, è un orfano senza pace. Sposa a ventitré anni Nili, scambiando con la moglie quelli che sono i voti più belli che abbia mai sentito. “Non ti farò mai avere fame” gli dice lei e lui risponde “Non ti farò mai avere freddo”. Comicia a scrivere di notte quando il lavoro al kibbutz lo consente e quasi subito inizia una carriera promettente, poi sfavillante. I proventi dei diritti vanno alla comunità che, dopo molte riunioni e trattative, gli concede un giorno durante la settimana per scrivere, a patto che lavori di più, con più intensità negli altri. “Michael mio” vince premi internazionali, approda in America, fa di lui una star. Le storie sono semplici ma lo stile è alto. I problemi iniziano quando la sua scrittura si interseca con la politica. Fervente sionista, cresciuto in una famiglia di destra, durante la guerra di sei giorni condanna l’occupazione. Mentre Israele festeggia, attacca il ministro della difesa, scrive il romanzo “Il settimo giorno”. Ci voleva un bel coraggio, commenta Yehoshua. Da lì inizia una missione, diventare una guida, un profeta, una bussola morale per il paese. Una responsabilità, dice Nicole Krauss, perché gli artisti devono poter essere liberi. C’è quasi un conflitto tra letteratura e impegno politico. Oz ama interfacciarsi con chi ha potere, conosce e frequenta i presidenti. Talvolta parla meglio di loro. Quando Netanyahu va a Londra in visita al premier inglese viene fischiato dagli attivisti e attaccato dalla stampa, arriva Oz dopo due giorni, dice le stesse cose, afferma che lo Stato di Israele ha diritto di esistere e tutti commentano “beh, in fondo ha ragione”.
Ma non mancano le sconfitte, per esempio quando decide di scrivere il libro “La scatola nera”, la vicenda di un ebreo nordafricano immigrato che non riesce ad integrarsi nella società israeliana. Non lo pubblicare, lo mette in guardia Yehoshua. Lui invece lo dà in stampa. Parte un attacco su molti fronti: c’è chi lo accusa di cultural appropriaton, c’è chi denigra lo stile e i contenuti. Da principe diventa zimbello: il regno si sgretola. Megalomane, narcisista lo definiscono critici e lettori.
E poi arriva l’altra grande ferita, l’altra tragedia. La figlia Galia lo accusa di molestie, di violenza. Anche in questo caso il film cerca di non prendere posizione, non dà ragione a una parte piuttosto che all’altra. Ci vengono i brividi quando Oz confessa quasi candidamente di averle tirato “soltanto due volte” il caffè in faccia, di averle “solo” dato un paio di schiaffi.  Galia diventa un’ossessione. Le chiede perdono, le scrive, cerca di parlarci, si presenta davanti a casa sua. Implora il confronto, l’assoluzione. Lui, bambino tradito dalla madre, abbandonato dal padre, non è riuscito a dare a sua figlia un’infanzia felice, un genitore stabile di cui fidarsi.
Il film si conclude con questa amarezza. La grande scrittura nata dalla prima ferita termina con la seconda. Il grande esploratore del cuore umano, delle relazioni, non è riuscito a guarire dal dolore e l’ha lasciato in eredità. Yehoshua, nel ritratto a lui dedicato, affermava che dal passato bisogna liberarci, per fare posto ad altro. A volte la letteratura serve proprio a questo, a ripulire anche l’autore. A volte però il miracolo non riesce e la terapia di salvezza funziona solo per i lettori, condotti per mano a esplorare e dipanare sentimenti che nella vita invece finiscono per annientare chi scrive.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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