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Un weekend con Amos Oz

In occasione della morte di Amos Oz, ripubblichiamo un articolo scritto da Marina Morpurgo per Diario, pubblicato nel settembre del 2000, in cui racconta due intensi giorni passati con lo scrittore, tra letteratura e politica.

Era il 2000, l’editore Feltrinelli e il mio giornale – Diario – mi chiesero di tenere compagnia ad Amos Oz per due giorni, in giro tra Milano e Lugano, e poi di presentarne (l’allora) ultimo libro. Quale pazza avrebbe rifiutato. Fu ovviamente un’esperienza indimenticabile, ogni sua parola trasudava intelligenza ed era una microlezione di letteratura.
Rileggere di quei due giorni è doloroso, perché lui è morto e anche perché le congiunture geopolitiche sono così cambiate, e in peggio: in effetti si era mostrato assai meno graniticamente ottimista di noi sull’avvento della pace in Medio Oriente.
All’epoca non aveva ancora scritto il libro che poi si è scolpito, straziandolo ed esaltandolo, nel cuore di tanti: “Storia d’amore e di tenebra”. Glielo avrei chiesto nel corso di un’intervista successiva, anni dopo: “Non ha paura di non riuscire a scrivere altro, dopo questo libro così bello e definitivo?” Lui aveva sorriso, forse perché la domanda era fessa, o forse perché gliela facevano tutti. Ha scritto, in effetti, molto altro, tra cui l’intensissimo “Giuda”.
Addio, Amos.

 

Ciclone Amos.

Forse non bisognerebbe cominciare un articolo su uno scrittore dicendo quanto sia seduttivo e charmant. Questa non è Novella 2000. Ma raccontare l’effetto che Amos Oz ha sulle donne (e in parte anche sugli uomini) è cronaca, non pettegolezzo. Certo, sarà un po’ per quella faccia alla Paul Newman, in cui le stropicciature dell’età non fanno danni. Sarà per quel modo sexy-assassino di strizzare gli occhi chiari. Sarà per quell’aura eroica che l’Occidente attribuisce (irritandoli, nel caso specifico di Oz) agli intellettuali israeliani, accogliendoli come inviati dal fronte quando non come profeti. Ma c’è qualcosa di molto più forte. Oz dice: «Ciò che rende un uomo sexy è la capacità di ascoltare». Nel corso del suo ultimo giro di conferenze in Italia nelle file di chi aspettava di vedersi firmare una copia di Lo stesso mare (appena pubblicato dalla Feltrinelli, nella traduzione di Elena Loewenthal: un romanzo-poema di cui l’autore dice: «È il libro per il quale, dopo la morte, vorrei essere ricordato») erano in molte a confessare di essersi innamorate di Yoel, l’agente del Mossad, protagonista di Conoscere una donna. Motivazione unanime: «Perché quello è un uomo che sa veramente capire i desideri di una donna». Se Oz le avesse sentite non si sarebbe stupito affatto di tanta carica emotiva. Ci avrebbe probabilmente riconosciuto un modo israeliano di affrontare i romanzi, che lui racconta così: «Da noi la gente legge moltissimo… leggono come pazzi… ma non lo fanno con lo stesso spirito degli altri popoli, per cui la lettura è un divertimento. No, gli israeliani leggono per poter essere in disaccordo con i protagonisti… per litigarci… si arrabbiano. Ogni tanto mi viene perfino un sospetto: secondo me in Israele vendo così bene perché c’è qualcuno che compra venti copie per cavarsi il gusto di stracciarle…». Chiarito questo, possiamo raccontare di due giorni passati con lo scrittore. Le sue opinioni politiche e letterarie, le barzellette a raffica, gli aneddoti. Dei volti estasiati in platea non parleremo più, però bisogna far conto che siano una costante.

È lunedì 11 settembre, aeroporto di Malpensa. Oz arriva da Roma, dove lo ha intervistato la Rai. Prima è stato a Mantova: nel chiostro del museo diocesano, c’erano 600 persone ad ascoltarlo. Prima ancora era stato a Ferrara, alla libreria Feltrinelli. Una presentazione in stile «strana coppia»: con il laico Oz c’era il rabbino capo di Ferrara, Luciano Caro. A Milano, Oz racconterà con un sorriso furbetto: «Io leggevo in ebraico capitoli de Lo stesso mare, a lui ho affidato l’incarico di leggere la traduzione italiana… gli ho fatto recitare le scene in cui si parlava di sesso. Non ha protestato, eh! Non ha fatto una grinza! Se era seccato, non lo ha dato a vedere. D’altra parte, gli ebrei – parlo dell’ebraismo originario, e non degli ultraortodossi – non hanno problemi con il sesso… i cattolici li hanno».

 

Sorpreso da Ehud.

La destinazione è Lugano, dove Oz è atteso per una lettura organizzata dall’Istituto studi mediterranei, diretto dal professor Vittorio Dan Segre. Oz compare attraverso i cancelli degli arrivi nazionali. Zoppica vistosamente. Una vecchia ferita di guerra, come sospira qualcuna? Non esageriamo con l’aura e con gli stereotipi. È stato un brutto incidente d’auto. In macchina si parla poco: la giornata sarà lunga.

A tavola, a Lugano, con l’amico Segre, la discussione politica è già aperta. Oz non è troppo ottimista, sul processo di pace: «La partita è nelle mani di Arafat. Bisogna vedere che cosa lui deciderà di fare… se avrà il coraggio di rinunciare al ruolo di eroe rivoluzionario per diventare il primo ministro di un miserabile Stato del Terzo Mondo, afflitto dalla disoccupazione, dalla corruzione, dal problema degli scarichi delle fogne… Se io ne avessi la possibilità, telefonerei ad Arafat e gli direi: accetta, perché queste sono le condizioni migliori che riuscirai mai a strappare, e perché domani potrebbe non esserci un altro Barak. Se i palestinesi diranno di no alle offerte, sarà una tragedia. Tornerà Netanyahu, e per almeno altri 50 anni di pace non si parlerà più. Se i palestinesi al contrario accetteranno, la sinistra avrà qualche chance di vincere le elezioni». Per Ehud Barak, Oz – mai tenero con il potere – ha parole sorprendenti: «D’ora in poi, ogni qual volta Barak entrerà in una stanza, io mi alzerò in piedi. E non l’ho mai fatto per nessun altro leader politico. Ha dimostrato di essere pronto a pagare con la propria testa, pur di arrivare alla pace. Se non riuscirà nel suo intento, non vedo per lui alcun tipo di futuro: al massimo andrà a suonare il piano in un bar, visto che pare sia un ottimo musicista. Barak è stato più coraggioso di Rabin, è uno dei più grandi statisti idealisti: il fatto è che nessuno glielo riconosce, perché lui è un tipo difficile, arrogante. Due anni fa me lo aveva detto… non gli interessava inaugurare nuove stazioni ferroviarie, o migliorare la rete stradale… gli interessava solo concludere l’accordo con i palestinesi. Allora non gli credetti, e per questo ora mi sento in colpa. A Camp David, Barak è andato e ha svuotato subito le tasche, dicendo chiaramente fin dal primo momento che cosa era disposto a concedere… non è andato a mercanteggiare nello stile in cui di solito si trattano le questioni mediorientali». Di quello che potrebbe essere il futuro dopo la nascita di uno Stato palestinese, lo scrittore ha una visione affatto romantica: «La frase “fate l’amore non fate la guerra” non ha senso. Il contrario di guerra non è amore, ma pace. Non aspettatevi che ci abbracceremo come dei fratelli in Dostoevskij, implorando reciproco perdono. Non è che facendo terapia di gruppo, o andando a bere un caffè insieme, ci capiremo e ci ameremo. Possiamo berne fiumi, di caffè. Io sono d’accordo con quel che dice Robert Frost: un buono steccato fa un buon vicino». Fine pranzo. Riposino. Interviste alle radio, televisioni e giornali locali.

 

Un orologio che cammina ancora.

Poi la conferenza su Israele all’Università, uno spettacolo pirotecnico che tiene avvinto alle sedie il pubblico che riempie l’aula. «Israele», esordisce Oz «è un sogno e una realtà… tra tutti gli ideali del XIX secolo è l’unico orologio che cammina ancora, magari male… ed essendo un sogno che è diventato realtà ha portato con sé delle delusioni, perché solo le fantasie irrealizzate restano rosee e perfette. Io credo che sul biglietto da visita del mio Paese dovrebbe esserci scritto “Great Expectations”, grandi speranze. C’era chi si aspettava che Israele diventasse un faro di moralità, il campione mondiale di salto in alto morale. Chi al contrario sognava un macho-show permanente. Chi voleva uno shtetl con i bagel e le treccine degli ortodossi, senza essersi mai chiesto “ma quanto gefilte fish ha mangiato poi Mosé?”. C’era chi voleva ricostruire in stile holliwoodiano il regno di Davide… chi l’impero di Francesco Giuseppe, con tanto di Herr Direktor e gemutlich, chi voleva tirare il Messia per la barba…». Oz racconta del suo kibbutz, Hulda, in cui entrò da adolescente, negli anni Cinquanta. In rotta con il padre, che era un sionista di destra: «Erano socialisti tolstoiani, anzi degli anarcosocialisti semi-religiosi… non volevano lo Stato, ma una federazione tra eguali comunità rurali… volevano pregare Dio non in sinagoga, ma nei campi». Ma dietro l’angolo, racconta Oz, c’era la fazione marxista: «Fino al 1952 fantasticavano che il compagno Stalin sarebbe venuto a vedere il loro pollaio… poi avrebbero fatto un dibattito sulla Russia e sul marxismoleninismo. E nei loro sogni Stalin si alzava e diceva “Maledetti ebrei, il vostro marxismo-leninismo è meglio del nostro”. Insomma, ogni fantasia… ogni idea… era tutto sionismo… c’e rano più architetti che operai». Lo scrittore israeliano dice che i mezzi d’informazione danno del Paese un’idea distorta: «Dimenticatevi la Cnn… guardando quella voi vi immaginate che per il 95 per cento noi siamo ultraortodossi, coloni carichi di odio, e per il 5 per cento meravigliosi intellettuali… invece noi siamo per l’85 per cento un popolo caldo, mediterraneo, appassionato, litigioso, borghese e assolutamente edonista. Siamo un Paese dove tutti sono profeti o almeno primi ministri… dove alla fermata dell’autobus perfetti sconosciuti discutono accanitamente sulla metafisica, la storia antica, le vere intenzioni di Dio… dove ognuno ha le risposte e nessuno ascolta le domande. Se vuoi litigare con qualcuno, basta che alzi il telefono e componi un numero qualsiasi… ».

 

Tempo di guerra.

Oz racconta di una sera del 1967 nel Sinai, la sera precedente l’inizio della guerra: «Ero stato richiamato come riservista in un’unità corazzata. Eravamo tutti intorno al fuoco da campo… c’era anche un generale, che poi era il supremo comandante delle forze armate. Iniziamo a parlare… dopo un po’ si alza un sergente grasso e occhialuto che chiede a bruciapelo al generale “ma scusi lei l’ha letto Guerra e Pace? Perché guardi che lei sta per fare lo stesso errore che fecero i russi a Borodino…”. Pochi secondi, e siamo tutti in piedi a litigare sbraitando come ossessi e dandoci dei perfetti idioti… anche al generale… sono cose che solo in Israele possono succedere… alla fine si è scoperto che il sergente era un professore universitario di letteratura russa… il generale insegnava filosofia. Come dice il mio barbiere russo: ma questo è un Paese terribile, dove ciascuno è libero di esprimere un’opinione. Secondo lui è un rischio mortale per la democrazia… vorrebbe abolire la libertà di espressione, in nome della democrazia». L’altro vizio della stampa occidentale, dice Oz, è quello di rappresentare un’Israele pronta a precipitare nella guerra civile: «Qualche anno fa mi trovavo a Beit Shemesh, in una piazza piena di osservanti e di sostenitori di Begin che gridavano che dovevo essere sparato, annegato, impiccato in quanto socialista, kibbutznik e amante degli arabi. Ma intanto che sceglievano il modo migliore per uccidermi facevano a gara per offrirmi il caffè, pagarmi il succo di frutta, accendermi la sigaretta… la guerra civile da noi è una guerra verbale. In più di 100 anni, non si contano più di 30-40 ebrei uccisi da altri ebrei per motivi ideologici, e se è vero che un morto è già troppo, credo noi possiamo essere orgogliosi di questo dato». Le discussioni e le risse sono, per Oz, una manifestazione del «sano anarchismo» proprio della cultura ebraica: «Come mai non abbiamo un Papa? Perché tutti andrebbero a dargli una pacca sulla spalla e a dirgli “ehilà Papa, adesso ti dico io cosa bisogna fare”. E rabbino non significa né padre, né pastore… ma solo maestro… e tutti possono essere maestri. Vi ricordate la storia di Abramo a Sodoma? Che chutzpà, che faccia tosta… si mette a mercanteggiare con Dio sulla punizione… ed è da notare che alla fine nessuna folgore lo abbatte. Si può discutere con Dio, e perfino dargli torto… come in una delle storie del Talmud che preferisco. Dio può sbagliare, e que sto è il discrimine, secondo me, tra la religione ebraica e quella cristiana». E ancora sul rapporto tra cristianesimo ed ebraismo: «Mia nonna era molto saggia… diceva che visto che in fondo la differenza tra noi e loro è che loro credono che il Messia sia già venuto e che tornerà, mentre noi lo stiamo ancora aspettando… allora l’unica cosa ragionevole da fare è stare seduti tranquilli… se il Messia arriva e dice “Oh che piacere rivedervi, come state?” gli ebrei devono delle scuse ai cristiani… se arriva e dice solo “Ehilà, come state?” allora i cristiani devono delle scuse agli ebrei».

 

Guardare avanti.

Dal pubblico chiedono previsioni sul futuro politico di Israele: «Vi do una buona notizia. Checchè se ne dica, il Paese non verrà governato dagli ultraortodossi. Basta guardare i numeri. Alla Knesseth nel 1949 c’erano 17 deputati ultrareligiosi. Nel 1999 ce n’erano 22. Guadagnano un seggio ogni 10 anni… e se si arriverà alla pace con i palestinesi, loro cesseranno di essere l’ago della bilancia tra la sinistra e la destra: la loro influenza diminuirà. Il partito religioso sefardita Shas non è un pericolo per Israele, il pericolo sono la povertà e la frustrazione. Abbiamo un sacco di recenti immigrati… dove vivo io ora, ad Arad nel deserto del Negev, su 27 mila abitanti, circa 9 mila sono russi dell’ultima ondata. Per quelli che hanno più di 60 anni è un paradiso: ricevono la pensione, stanno all’aria aperta, giocano a scacchi tutto il giorno. Ma per gli altri… è un inferno. Tra di loro c’è una percentuale incredibile di musicisti, dicono che se un immigrato russo non ha il violino questo significa che è un pianista… senza contare i 600 professori di marxismo-leninismo, e 1.500 ex funzionari ebrei del Kgb. Questi però magari potremmo pagarli per controllare i professori…». Finita la conferenza, finito l’assalto di chi vuol farsi autografare il libro, è l’ora della cena, ma non del riposo. Stanco come è, Amos Oz resta un fiume in piena. Il cibo dei tre giornalisti invitati si fredda nei piatti: mangiare o prendere appunti sulla conversazione? Anche perché gli argomenti sono forti. La Shoah, per esempio: «Io sono stufo di sentir parlare di Shoah, od Olocausto. È stato un crimine di massa, commesso dall’uomo sull’uomo. Non ha avuto nulla di metafisico, di divino. È ora di smetterla di romanticizzarlo». O la lite con Hannah Arendt, ai tempi in cui uscì La banalità del male: «Adolf Eichmann a Gerusalemme l’ha fregata, fingendo di essere un grigio burocrate… un impiegato di banca… mentre lei credeva che il cattivo dovesse assomigliare a Jago ed essere circondato da fiamme verdastre. Invece il crimine di Eichmann era pieno di inventiva. Io ho pensato molto alla decisione dei nazisti di camuffare le camere a gas da docce… una decisione presa da un uomo il cui nome forse non conosceremo mai. In fondo c’erano molte alternative per farli entrare tranquillamente nella trappola mortale: dire agli ebrei che stavano andando a fare le foto per il passaporto, o che stavano per entrare in una clinica per le vaccinazioni. Chi ha pensato alle docce conosceva bene la psicologia ebraica… il desiderio di non essere più degli “sporchi ebrei”… non era un grigio burocrate con idee banali, ma un uomo che aveva empatia».

La mattina, si riparte per Milano. Amos Oz è atteso in serata alla libreria Feltrinelli di piazza Duomo, per una presentazione del libro che vedrà la sala strapiena. Il viaggio è eterno, con il taxi imbottigliato dal traffico. Ma restare bloccati con Oz non è affatto male: ci si rimedia una dose extra di racconti. Come questo, per esempio: «C’è una storia che pochi sanno: nel 1948 l’aiuto più grosso a Israele, in termini di armamenti, arrivò dall’Unione Sovietica. Stalin fece delle cose terribili per distruggere la cultura ebraica nel suo Paese, ma se non ci fosse stato lui non avremmo avuto i mezzi per combattere. Fu un capolavoro di surrealismo, perché Stalin ci fece avere solo una gran quantità di armi cecoslovacche… erano quelle che erano state abbandonate dai nazisti… un regista come Woody Allen non avrebbe potuto inventare una scena migliore: gli arabi con gli Spitfire inglesi, e gli ebrei con i Messerschmitt nazisti».

Marina Morpurgo
Redazione JOI Mag

È nata a Milano nel 1958 e da allora ha deluso quasi tutte le aspettative, specie quelle relative a peso e altezza. Manca di senso del tragico, in compenso riesce a far ridere – purtroppo anche quando non è nelle sue intenzioni. Ex giornalista (“l’Unità”, “Diario”), ora traduttrice, ha scritto sette libri per ragazzi e alcuni manuali scolastici. E quattro libri per adulti, di cui l’ultimo è “È solo un cane (dicono)”, pubblicato da Astoria, e in cui racconta come la sua famiglia si salvò dal nazifascismo.


10 Commenti:

  1. Bellissimo articolo, poter diffondere Oz nelle scuole o in una fiction potrebbe aiutare a combattere i pregiudizi su ebrei. Uscire più pubblicamente allo scoperto aiuterebbe ad una maggiore integrazione .

  2. Mi scuso per il ritardo nella lettura di questo bellissimo articolo a proposito di Amos Oz, un gigante della letteratura israeliana. Dovrebbe comparire nei testi di lettura nelle scuole superiori insieme ai suoi romanzi. Grazie di cuore a Marina Morpurgo!


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