L'agenda di Joi
Hebraica
Sarah ride. Pensieri intorno alla parashà di Wajerà

Un riso enigmatico e generatore quello della matriarca, che si concretizzerà nel nome del figlio, Isacco. Le interpretazioni e i midrashim

Racconta un midrash che i tre messaggeri inviati da Dio ad Abramo a Mamre, gli angeli Raffaele, Michele e Gabriele, hanno ciascuno una particolare missione da svolgere. Raffaele deve curare la ferita provocata dalla circoncisione di Abramo, Michele comunicare a Sarah la notizia di una prossima gravidanza e Gabriele distruggere Sodoma e Gomorra.

Il testo biblico con cui si apre la parashà di Wajerà, quest’anno letta sabato 23 ottobre, è circondato e amplificato dalla millenaria tradizione di racconti, i midrashim, che come succede nelle regioni del mito procedono contemporaneamente in molte direzioni. Uno di questi identifica nel 15 del mese di Nisan, primo giorno di Pesach, i tre momenti fondamentali della visita degli angeli, della nascita di Isacco l’anno seguente e dell’uscita dall’Egitto tante generazioni dopo. In questo modo la tradizione collega il patto stipulato da Dio e Abramo (che include nelle sue clausole una numerosa discendenza per il secondo e anticipa l’annuncio della nascita di Isacco) e l’esodo. La Torà descrive Abramo che appena scorge i tre sconosciuti corre loro incontro, si prostra a terra e li invita ad accomodarsi, poi si precipita da Sarah, nella tenda, e le dice di preparare al più presto delle focacce. Il termine ebraico per “focacce” è ugot, che designa torte salate o dolci e impasti farinacei in genere ma anche il pane azzimo, e il libro di Shemot/Esodo parla in effetti di “ugot non lievitate”. Da qui il midrash suggerisce che le focacce preparate da Sarah non fossero nient’altro che pane azzimo, cosa perfettamente comprensibile non solo perché Abramo invita la moglie a sbrigarsi (e le matzot, non prevedendo lievitazione, si possono sfornare in tempo più breve del pane) ma anche perché la visita sarebbe avvenuta, come abbiamo visto, il primo giorno di Pesach. Il midrash aggiunge che Dio si ricorda dei meriti di Sarah, che in breve tempo aveva servito ai suoi inviati ottime matzot, e benefica il popolo di Israele con la manna durante gli anni trascorsi nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto.

Facciamo un passo indietro. Qual è il più grande dolore che provano le madri di Israele se non la sterilità? La Torà, e con insistenza maggiore la tradizione rabbinica, sa che si tratta di una pena crudele, nondimeno ritiene il più delle volte la donna la sola responsabile. Sono proprio le spose privilegiate e più amate – Sarah, Rebecca, Rachele – le più colpite da quello che viene percepito come un flagello. Come nota Catherine Chalier nelle Matriarche (Giuntina), l’incapacità di avere una discendenza, di cui viene costantemente ritenuta responsabile la donna, equivale al concretarsi di una maledizione. La stessa alleanza con la divinità, contraddistinta dall’insistenza sulla benedizione di una posterità numerosa, viene messa duramente alla prova. La sterilità (femminile) è un lutto affine alla morte con cui il bando momentaneo della donna dallo spazio pubblico e cultuale durante il ciclo mestruale diventa permanente e nella mente delle colpite si fa spazio l’idea di un inesorabile rifiuto da parte di Dio. L’infelicità che consegue è totale perché mette in discussione l’intera esistenza della donna. Secondo la raccolta di midrashim Bereshit rabbà, Sarah giunge a pregare Abramo di avere un figlio dalla sua schiava Hagar, non prima però di averla resa una donna libera. Ma dopo la nascita di Ismaele Hagar comincia a trattare male Sarah, convinta secondo Rashi dell’ingiustizia della moglie preferita ma incapace di generare, e che sta ormai invecchiando senza discendenza. Sarah però si ribella a questa logica crudele. Scrive ancora Chalier che Sarah, “come Giobbe […] fa comprendere a Hagar l’intollerabilità dell’associazione tra sofferenza e colpa”, come Giobbe vive in solitudine il proprio lutto e rifiuta di piegarsi a troppo facili spiegazioni della sventura.

Torniamo a Mamre. Sarah prepara il pranzo ma non lo serve, è infatti Abramo a porgere agli ospiti la carne del vitello migliore insieme a latte, burro e (si presume, anche se il testo biblico non lo specifica) alle focacce. Poi, mentre mangiano, lui rimane in piedi sotto l’albero. “Dov’è tua moglie Sarah?”, chiedono gli angeli. “È nella tenda”, risponde Abramo. Secondo un midrash Sarah, che ha novant’anni, rimane sotto la tenda perché quello stesso giorno ha visto i segni del ciclo mestruale a cui non era più abituata da lungo tempo ed è dunque impura per le norme tradizionali. La promessa di Dio di dare una discendenza a Abramo e Sarah, già comunicata a lui ma non a lei, inizia così a realizzarsi. Il segno della maternità possibile è il primo passo verso quella reale. Comincia una metamorfosi attraverso cui Sarah ringiovanisce e vince, come per miracolo, l’ordine della natura. Sarah se ne rende conto e ride.

All’annuncio da parte dell’angelo della prossima maternità, Sarah ride. Per Aviva Zornberg (The Beginning of Desire. Reflections on Genesis) il riso di Sarah manifesta la gioia per una possibilità inattesa e, allo stesso tempo, l’amarezza per la realtà tante volte richiamata da Hagar che non consente di farsi illusioni. Sarah, in questa lettura contemporanea, ride perché stretta tra la necessità della propria condizione finita e le infinite possibilità di desideri e speranze. Nella medesima direzione va la rabbina Ariella Rosen, secondo cui Sarah ride non perché consideri divertente l’idea di avere un figlio a novant’anni, ma perché la trova inconcepibile. Il suo riso sgorga naturalmente dal confronto tra la possibilità di realizzare il proprio sogno e l’impossibilità che il suo corpo lo consenta. Racconta il midrash che l’angelo Michele traccia una linea sulla parete e dice: “Quando il sole giungerà a questo punto, Sarah concepirà un figlio; e quando toccherà il successivo darà alla luce un bambino”. La notizia, specifica il racconto, è tutta per Sarah, perché ad Abramo era già stata annunciata prima direttamente da Dio, e le viene comunicata all’ingresso della tenda. La bellezza di Sarah è tanto abbagliante da indurre l’angelo ad alzare lo sguardo su di lei. “Così facendo, udì la donna che rideva”.

“L’interpretazione tradizionale di questo ridere sfavorisce Sarah”, scrive Chalier. Infatti “Abramo avrebbe riso per gioia, per fede in quelle parole di benedizione; Sarah, invece, nascosta dietro la porta, le avrebbe schernite con il suo riso”. Il midrash parla della risata manifesta di incredulità e scherno di Sarah, che provoca la collera di Dio, e del sorriso tenue e modesto di Abramo. La Torà però specifica che Sarah ride beqirbà, dentro di sé (la radice è la stessa di qarov, vicino), quindi tra sé e sé, intimamente. Non è un dettaglio di scarsa rilevanza, come sapeva Marc Chagall quando ha raffigurato la scena nella litografia Sarah e gli angeli mostrando Sarah che ride con il capo piegato su di sé. Il testo biblico in questo modo si ribella a una interpretazione di comodo, sebbene avallata dalla tradizione, che contrapponendo alla credenza dell’uomo la non credenza della donna fa rifulgere la fede del primo ai danni della seconda. Va notato tuttavia che questa tradizione che penalizza Sarah a tutto vantaggio di Abramo poggia in modo decisivo sulla lettura di beqirbà data da Rashi. Per il più influente commentatore medioevale, infatti, Sarah guarda dentro se stessa, riflette cioè sulla condizione del suo corpo, che è quello di un’anziana, e si chiede: “Come è possibile che questo corpo ospiti un futuro bambino, come possono dare latte questi seni ormai aridi?”.

Da manifestazione intima, il riso di Sarah diventa presto un fenomeno pubblico e perfino sociale grazie al nome che Dio stesso indica per il figlio che nascerà. Isacco è infatti, etimologicamente, colui che nasce dal riso dei genitori. Il doppio riso di Abramo e Sarah all’annuncio della sua nascita indicano la completezza di una gioia condivisa. Secondo Filone di Alessandria è questa perfezione a fare sì che Isacco, a differenza di Abramo e di Giacobbe, non cambi mai nome. La felicità della nascita è talmente grande da propagarsi anche fuori dalla dimensione domestica e parentale. Come scrive la Torà, subito dopo il parto Sarah dice: “Dio mi ha dato di che ridere e chiunque lo saprà riderà con me”. Vediamo così il riso farsi reazione deliberata e diffondersi tra le persone, come una rete capace di unire. Ridere genera nuova vita attraverso l’accoglienza dell’Altro e la capacità di donare.

Segno di saggezza o di scherno, di sarcasmo, ottimismo o gioia pura di fronte a un annuncio incredibile, il riso di Sarah non smette di suscitare domande. È Dio stesso, d’altra parte, a farlo nella conclusione del racconto della Torà, quando si rivolge ad Abramo chiedendogli il motivo del riso di Sarah. “C’è cosa impossibile per il Signore?”. Sarah allora interviene e nega di aver riso. Dio allora si rivolge per la prima e unica volta direttamente a lei con tre sole parole: “No, hai riso”. Il midrash aggiunge che Sarah è la sola donna con cui Dio abbia mai dialogato.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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