Hebraica
Se lo Shabbat è appeso a un filo

L’eruv, il cerchio magico che garantisce l’ortodossia. Storia e attualità di un recinto invisibile

Nel novembre del 2019 il noto quotidiano Il post ha pubblicato un articolo dal titolo Il filo sottile che circonda Manhattan. Il testo è un approfondimento sull’eruv, la recinzione reale o simbolica entro la quale è possibile “trasportare” oggetti durante lo Shabbat. A margine dell’articolo, cliccando sul tasto “mostra i commenti”, compaiono decine di opinioni lasciate dagli utenti, d’accordo unanimemente sul fatto che l’eruv sembrerebbe più un tentativo di aggirare la regola sabbatica che di rispettarla.
L’idea della scappatoia non è nuova, ed è la più frequente di una serie di opinioni contrarie all’eruv. Passare in rassegna le valutazioni ostili può essere utile, per approfondire l’argomento e scoprirne tutti i suoi aspetti.

Un escamotage per aggirare le regole
Nell’ebraismo il sabato è un giorno sacro e tutte le attività associate al lavoro sono proibite. Come spiega su My Jewish Learning  Sharonne Cohen nell’articolo Cos’è un eruv?, lo Shabbat è un giorno diverso dagli altri, da dedicare al riposo, alla famiglia e alla spiritualità. Per questo, durante il sabato, molte attività sono proibite: la lista delle 39 melachot (“lavori”) impraticabili include azioni come cucinare, viaggiare, spendere soldi ma anche trasportare oggetti al di fuori della propria abitazione. Tra le cose che non si possono trasportare, sollevare o spingere sono comprese anche le chiavi di casa, i bastoni o deambulatori per camminare, le sedie a rotelle e i passeggini, e non si può neanche tenere in braccio un bambino non ancora in grado di camminare da solo. Le difficoltà che questa regola comporta sono molte, per questo i maestri hanno ideato un modo per consentire il “trasporto” in luoghi pubblici senza infrangere la regola. È così che nasce l’eruv (in ebraico: “mescolanza [di domini]”), una recinzione costituita da un semplice filo che integra le strutture preesistenti (muri, recinzioni, pali elettrici..) per ampliare un dominio privato.

“Il concetto di eruv risale al tempo del Re Salomone” spiega Alexandra Lang Susman in un articolo accademico, “non è, come hanno sostenuto alcuni critici, una scappatoia moderna creata per aggirare una regola dello Shabbat, ma è piuttosto un’alternativa prescritta”. Di fatto esiste un intero trattato nel Talmud sul tema, e nei suoi dieci capitoli viene descritto nel dettaglio il modo in cui un eruv deve essere eretto e mantenuto, in conformità ai requisiti della legge ebraica. I maestri del Talmud si sono preoccupati di istituire una regola alternativa, tracciandola nel dettaglio, in modo da mantenere da un lato l’integrità del sistema legislativo ebraico, e dall’altro di assicurare la compatibilità dei divieti con la vita di tutti i giorni. L’eruv permette infatti a ogni famiglia e singolo di rispettare le regole dello Shabbat, giovani, anziani, abili e inabili che siano.
Gabriele Genah su corriere.it spiega che per questo filo ci sono regole dettagliate, deve essere ben teso e posto a un’altezza di almeno quattro metri e mezzo; deve essere parallelo al terreno e il suo perimetro non può essere in alcun punto interrotto. L’eruv è costantemente sotto controllo, qualcuno deve sempre assicurarsi che sia intatto; alcune comunità hanno creato un numero di emergenza da contattare prima dello Shabbat per accertarsi che non ci siano danni al perimetro.

L’eruv e i problemi legali
Oltre alle caratteristiche strutturali dell’eruv, esiste anche una componente legale obbligatoria. Come spiega Alexandra Lang Susman, per creare una recinzione valida la comunità ebraica del luogo deve affittare formalmente il territorio prima di perimetrarlo. La cerimonia della cessione dell’area deve essere ufficiale, ed è necessario che sia un rappresentante politico a formalizzare l’affitto in cambio di una provvigione simbolica.
Le complicazioni legali, a questo punto, saltano all’occhio: affittando un’intera area la comunità ebraica si appropria anche di case private, vie, scuole pubbliche, parchi, negozi e li trasforma indirettamente in uno spazio religioso. Per questo, per l’istituzione pubblica chiamata in causa può non essere facile esprimersi sul tema: da un lato ha la necessità di garantire la libertà di culto alla comunità che senza quell’eruv faticherebbe a rispettare le proprie regole religiose, dall’altro costringe tutti i residenti a vivere in un’area con una forte connotazione religiosa e ad abitare, di fatto, in uno spazio ebraico ortodosso. La decisione spetta ai consigli comunali di ogni singola città e son loro a decidere, di volta in volta, se accettare o rifiutare la richiesta di costruzione del recinto.
Alcune comunità ebraico ortodosse hanno affrontato difficoltà, controversie e battaglie pubbliche, per ricevere l’autorizzazione alla costruzione dell’eruv. È il caso, per esempio, della comunità del Nord di Londra, che nel 1992 si è vista inizialmente rifiutare la richiesta perché la recinzione era considerata un elemento di disturbo nella visuale del paesaggio cittadino. Un altro dibattito si è acceso nel 1999 intorno alla richiesta di predisporre un eruv a Palo Alto, in California: la vicenda è raccontata nell’articolo Un ‘muro’ a Venice Beach per le passeggiate degli ebrei ortodossi, in cui viene spiegato che molti cittadini temevano che la recinzione potesse mettere in pericolo alcune rare specie di uccelli che nidificano sulle coste del Pacifico e, inoltre, che potesse ostacolare la vista sul mare.

Attualmente sono 49 gli stati del mondo in cui è presente almeno un eruv: dal 2016 anche una città italiana è inclusa in questa lista; a Venezia, l’ex sindaco Luigi Brugnaro ha firmato una convenzione quinquennale per l’istituzione di una recinzione che abbraccia le calli, i campielli e le isole.
L’eruv è stato definito in molti modi, “un muro invisibile di libertà”, ma anche “un cerchio magico che scorre”, perché ha a che fare con categorie protette, liberazione sociale e interazione con la sfera pubblica. Probabilmente le controversie e i disaccordi attorno alla sua natura non termineranno molto presto, ma l’eruv continuerà a dimostrare ogni giorno di essere uno strumento fondamentale per migliorare l’esperienza dello Shabbat, tanto cara alle comunità ebraiche, e la quotidiana interazione tra i membri della comunità.

Alessandra Sabatello
collaboratrice
Alessandra Sabatello ha 28 anni e vive a Roma. Ha una laurea in lettere e una passione per tutto ciò che è organizzabile e pianificabile (eventi, viaggi, progetti..). Per quattro anni ha lavorato nel mondo delle fiere librarie ed è una dei tre inquilini della Moishe House di Roma.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *