Hebraica Festività
Cosa abbiamo da imparare dal Libro di Ruth?

Il Libro di Ruth ha un legame speciale con Shavuot: Ruth la moabita dichiara fedeltà al popolo della famiglia ebraica in cui è entrata e accetta il loro Dio come il suo. È la storia del Sinai traslata al livello dell’individuo.

Gli insegnamenti che possiamo trarre da questo libro sono molteplici. Elenca le leggi di pe’ah, per cui i poveri e i vulnerabili sono in grado di seguire i mietitori e procurarsi il cibo da soli. Prende in considerazione l’usanza del matrimonio per levirato, in cui la vedova di un uomo sposato senza figli può sposare un parente stretto e crescere i figli nel nome del marito defunto. Tratta anche della funzione del go’el – il membro della famiglia che si prende carico dei parenti in difficoltà.
Se queste tradizioni sono cadute in disuso, i princìpi dietro queste sono più attuali che mai. Abbiamo una responsabilità nei confronti degli individui vulnerabili della nostra società che sono esposte a persone senza scrupoli che possono abusare della loro condizione. Dobbiamo assicurarci che riescano a vivere con dignità. Ma ciò non basta: il sistema del levirato implica che mentre un padre morto può avere un figlio che mantenga il suo nome – e la sua eredità – l’uomo che cresce quel bambino perderà quella parte extra di eredità che avrebbe altrimenti ricevuto, oltre a dover sopperire al mantenimento del figlio. La Bibbia si aspetta che un individuo abbandoni un proprio privilegio innato per proteggere sia la memoria di un fratello morto che le persone a suo carico.

Quanti di noi sarebbero disposti ad abbandonare anche solo una briciola del privilegio che vivere in società occidentali stabili e prospere ci dà per poter condividere con i meno fortunati parte della nostra fortuna?

Probabilmente la lezione più potente del Libro di Ruth è il fatto che sia stato scritto. Gli studiosi concordano che il libro sia stato scritto nell’epoca di Ezra e Nehemiah (tra il V e il II secolo a.e.v. NdR.) come una polemica contro i loro decreti che obbligavano gli Ebrei che tornavano dall’esilio babilonese a cacciare le loro mogli straniere. Il Libro di Ruth non solo accoglie le “mogli straniere” in generale nel popolo ebraico, ma proprio una donna di Moab, una delle tribù da sempre proibite agli Israeliti. È rappresentata come una nuora amorevole e diligente, che accompagna volentieri Naomi in Israele, affidando il suo destino a lei e al popolo d’Israele, rinunciando alla possibilità di una vita più facile di quella che sua cognata Orpah sceglie.
Ruth obbedisce a Naomi in tutti i modi, ottenendo che il loro ricco parente Boaz la sposi e le dia un bambino che continui la discendenza di suo marito morto. Chi è quel bambino? È Oved, il nonno di David, da cui discenderà la dinastia reale e messianica. Questo libro, scritto in un periodo in cui venivano rimproverate le famiglie di coloro che sposavano degli “outsiders”, non solo difende la buona reputazione e il valore di questi “outsiders”, ma anzi, insiste che la dinastia davidica discende proprio da loro. La lezione per cui dobbiamo accogliere persone nella nostra comunità rimane la più importante del libro e ricorda il midrash per cui la Torah è stata data nel deserto proprio perché potesse essere aperta e accolta da tutte le persone.

 

Rav Sylvia Rothschild
Rav presso la sinagoga Lev Chadash
Cresciuta a Bradford da padre rifugiato tedesco e da madre di origine lituana e bielorussa, in una famiglia sempre attiva nella sinagoga. Dopo l’università diventa assistente sociale psichiatrico e terapista; riprende a studiare al Leo Baeck College, e nel 1987 diventa – l’ottava donna rabbino d’Europa. Per 16 anni è stata rav  della Bromley Synagogue. Alla Wimbledon Synagogue ha sviluppato per 11 anni il primo esperimento di servizio di comunità condiviso (rabbinic job share). Adesso officia alla sinagoga Lev Chadash a Milano. 

I grew up in Bradford, UK, My father was a child refugee from Germany, my mother’s family had come a generation earlier from Lithuania and Belarus, and my family were active members of the synagogue.  After university I was a psychiatric social worker and trained as a therapist, then studied at Leo Baeck College graduating in 1987 as the 8th woman rabbi in Europe. I was the rabbi of Bromley Synagogue for 16 years, and then moved to Wimbledon Synagogue developing the first rabbinic job share which we did successfully for 11 years. Now serving Lev Chadash Milano.

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