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Toledo, una passeggiata nel quartiere ebraico

Meraviglie di luce e dimore antiche tra le stradine della città spagnola

Uno splendore sospeso. La storia degli ebrei di Toledo ricorda un po’ questa città arroccata su un colle, a strapiombo su una gola del fiume Tago. Fortune e glorie, conquiste e sconfitte del popolo ebraico seguono un po’ le caratteristiche topografiche dell’antica capitale della Spagna. E questo vale fin dal loro arrivo nella città castigliana, che i documenti fanno risalire all’epoca romana, intorno al 350 d.C., anche se la tradizione vuole che i primi insediamenti nella penisola iberica fossero nettamente precedenti.
Passando direttamente al VI secolo, di sicuro i rapporti tra la comunità di Toledo e i re Visgoti non furono facili. Prova ne sono i diversi Concili di Toledo che limitarono le libertà degli ebrei nel corso dei secoli. Tra i più duri si ricorda il terzo, del 589, che proibiva i matrimoni misti e non consentiva agli israeliti di ricoprire cariche pubbliche né di avere servitori cristiani. I successivi sostanzialmente non fecero che confermare le limitazioni imposte dai precedenti, inasprendo di volta in volta il trattamento riservato sia a quanti non intendevano battezzarsi sia a quanti, nonostante il passaggio ufficiale alla nuova fede, non si mostravano sufficientemente estranei a quella antica.

Alla luce dei fatti, non sorprende la buona accoglienza che la comunità riservò agli arabi quando nel 711 conquistarono la città sotto Táriq ibn Ziyad. Di questa epoca si sa poco, ma si può supporre che i rapporti tra musulmani ed ebrei fossero piuttosto buoni, con una discreta integrazione per quanto riguarda costumi e lingua. Di questo sarebbero prova i verbali della congregazione, scritti in arabo fino alla fine del XIII secolo. Nello stesso periodo, Toledo si preparava a diventare il più importante centro europeo per la traduzione dall’arabo all’ebraico, al latino e al castigliano.
La conquista della città da parte di Alfonso VI nel 1085 rappresenterà un momento di gloria per la comunità di Toledo, confermandola come centro di raccolta dei massimi esponenti dell’arte, della scienza e della filosofia dell’epoca, sia per la fondazione di una importante scuola di traduzione, sia per le massicce immigrazioni di ebrei in fuga dalle persecuzioni degli Almohadi nei territori arabi.

Il periodo migliore per la comunità ebraica e il suo quartiere sarebbe stato quello sotto Alfonso X, detto il Saggio, salito al trono nel 1284. Sotto di lui la comunità avrebbe potuto dotarsi degli edifici pubblici più sontuosi oltre che dei rabbini più raffinati e sapienti. Anche questa epoca di gloria avrebbe però lasciato spazio ad altre persecuzioni, con le alterne vicende dell’era di Pedro I e le conseguenti sciagure che avrebbero segnato la seconda metà del XIV secolo: dall’epidemia di peste nera nel 1348 agli attacchi al quartiere ebraico nel 1355 fino alle rivolte antiebraiche del 1391, che portarono alla distruzione o comunque al grave danneggiamento di gran parte delle sinagoghe della città.
Nel secolo successivo le cose non avrebbero fatto che peggiorare. L’aggressività crescente dei cristiani verso le altre religioni avrebbe portato nel 1451 alla proibizione per gli ebrei di camminare per strada la notte, di entrare in templi e monasteri senza autorizzazione o di lasciare le case durante le festività cristiane, così come all’obbligo di indossare un distintivo sugli abiti. Il punto massimo di questa escalation di intolleranza sarebbe giunto nel 1492, con il noto decreto di espulsione dalla Spagna per tutti gli ebrei.

Aggirandosi oggi tra le vie immacolate della Juderia di Toledo potrebbe sembrare difficile, a un primo sguardo, individuare tanto dolore. Certo, di ebrei in città non ne sono rimasti quasi più, né sono più attivi i luoghi di preghiera, trasformati in monumenti, ma il centro medievale sembra riportare l’orologio indietro all’epoca di gloria della comunità. I punti di maggiore importanza, che richiamano sia i turisti interessati alla storia sia i sefarditi alla ricerca delle proprie origini, sono facilmente individuabili e raccolti in un’area conservata magnificamente.
Superata la porta del Cambron, che un tempo portava il nome arabo di Bab al Yahud, ossia porta degli ebrei, si accede a quel mondo sospeso di cui si diceva sopra. Qui tutto sembra congelato in un’epoca felice, dove la lieve fatica di arrampicarsi sulle vie in salita è ampiamente ripagata dalla loro bellezza. E poco importa che uno dei primi monumenti che incantano lo sguardo sia in realtà il ricordo di un atto di forza. Con la sua magnifica imponenza, il monastero di San Juan de los Reyes fu fatto costruire da Isabella la Cattolica nel 1477 come esplicito atto politico nel bel mezzo del quartiere ebraico, con l’intenzione (mai realizzata) di trasformarlo in pantheon per la casa reale.
Proseguendo lungo la via principale, non a caso indicata come calle de los Reyes Catolicos, si incontra una piazzetta leggermente in pendenza che racconta altre storie di prevaricazione e di redenzione. Qui, sotto la bella pavimentazione in legno, si possono intravedere i resti dell’antica sinagoga del Sofer. Costruita intorno al 1190 e distrutta due secoli dopo, nel 1391, nel corso delle rivolte antiebraiche di cui si è detto, sarebbe poi stata completamente dimenticata dal Quattrocento fino all’inizio del nuovo Millennio. In occasione dell’intervento di ripavimentazione si scoprì che il sottosuolo conservava le tracce di antiche costruzioni di epoca medievale, tra cui, appunto, le fondamenta di una sinagoga con tanto di resti di un bagno rituale. Il ritrovamento ovviamente cambiò i programmi del Comune, che pensò bene di rendere accessibile o perlomeno visibile l’antico sito.

La visita a questa fascinosa città nella città porta poi velocemente a uno dei punti più rappresentativi non solo della comunità di Toledo, ma anche dei suoi rapporti con le civiltà che hanno convissuto con lei. Già dal nome, la sinagoga Santa Maria la Blanca mostra il suo paradosso. Dietro a una facciata poco appariscente si nasconde quella che un tempo era la sinagoga Yosef ben Shoshan e che solo le note sventure dei sefarditi avrebbero poi trasformato in chiesa cattolica.


Costruita all’inizio del XIII secolo, ricevette l’appoggio di Alfonso VIII, monarca che secondo la leggenda sarebbe stato così benevolo verso la comunità ebraica perché innamorato di una sua componente, la splendida Raquel, figlia del suo ministro delle finanze. Sempre secondo una storia mai provata, il tempio sarebbe stato costruito con terra giunta direttamente da Gerusalemme. Quello che i testi danno per certo, invece, è che nel 1411, a seguito delle predicazioni del dominicano Vincente Ferrer, la sinagoga fu trasformata in chiesa cattolica, cambiando il nome in quello con cui ancora oggi è conosciuta.
Dichiarato monumento nazionale nel 1930, l’edificio è una costruzione mudéjar, ossia creata da architetti moreschi per committenti non islamici. Incanta con cinque navate separate da archi a ferro di cavallo, con colonne ottagonali dai capitelli adornati con ananas e pergamene in una disposizione asimmetrica che ricorda più una moschea che una sinagoga. Lungo il contorno degli archi presenta elementi geometrici e vegetali alternati ai classici pennacchi moreschi. Attualmente aperta ai turisti ma non alle funzioni religiose, la chiesa può essere visitata anche virtualmente navigando nel suo sito internet.

         
Proseguendo la passeggiata tra le antiche e strette viuzze medievali, si giunge alla cosiddetta Casa del Judio. L’ebreo a cui genericamente si riferisce il nome sarebbe stato, secondo l’ennesima leggenda, tale Ishaq. Questi avrebbe prestato alla regina Elisabetta la Cattolica il denaro necessario a finanziare il viaggio per le Americhe in cambio dei suoi gioielli. Visitabile contattando il Consorzio del Comune di Toledo, la casa presenta un interessante patio con una suggestiva alternanza di diversi intonaci e decorazioni e un seminterrato che presumibilmente ospitava un mikveh.

Tappa successiva non potrà che essere, a questo punto, che l’altra delle sinagoghe superstiti della città, anche se neppure questa è più attiva. Trasformata in questo caso in museo, la sinagoga del Transito si trova all’angolo tra calle de los Reyes Catolicos e calle Samuel Levi, via che prende il nome dal suo committente, Samuel-ha-Levi Abulafia.

  
Tesoriere di Pedro I, l’uomo sarebbe stato così potente da riuscire non solo a finanziare un simile palazzo, ma a farselo pure costruire accanto a casa. Edificata tra il 1355 e il 1357, quella del Transito è considerata una delle sinagoghe medievali più belle e meglio conservate al mondo. Trasformata in chiesa e in ospedale dall’Ordine di Calatrava dalla cacciata degli ebrei del 1492 fino al XVI secolo, fu usata unicamente come chiesa fino al XVIII secolo, quando diventò un eremo e finì poi confiscata. Dichiarata Monumento Nazionale nel 1877, fu in seguito restaurata e trasformata nell’attuale Museo Sefardita nel 1964.
Come spesso accade con l’architettura religiosa ebraica, anche in questo caso la semplicità degli esterni contrasta con la magnificenza degli interni. Le decorazioni scolpite in stile mudéjar alternano scritte in ebraico e in arabo, tra cui testi che esaltano le figure di Pedro I e dello stesso Samuel Levi, intervallati da salmi e lodi a Dio, in segno di gratitudine per la protezione ricevuta.

Oggi l’intero edificio ospita una collezione permanente dedicata alla storia e alla tradizione ebraica oltre a diverse mostre temporanee. Le sue sale, ricavate dalla stanza di preghiera, dalla galleria delle donne e dai locali annessi, mostrano il viaggio del popolo ebraico dalle origini all’arrivo in Spagna fino all’espulsione. Non mancano le sezioni dedicate alla vita quotidiana e alle feste, con approfondimenti sulla cultura sefardita.

Usciti dal museo, si resta idealmente in compagnia del suo (involontario) mecenate dedicando l’ultima tappa del percorso alla casa di Samuel Levi, posta proprio accanto all’antico edificio religioso.
Anche in questo caso, il nome non deve trarre in inganno, perché ufficialmente la destinazione sarà il Museo El Greco in paseo Transito. L’intero complesso, immerso in un’area verde protetta da un muro, comprende diversi edifici che nei primi anni del secolo scorso sono stati recuperati dalla vecchia juderia, restaurati e trasformati nell’attuale museo dedicato al pittore spagnolo. L’uomo dietro a questa operazione, il marchese de la Vega-Inclán, intendeva ricreare la casa in cui El Greco aveva vissuto (in realtà collocata in un altro luogo, per quanto non troppo distante) ricostruendone anche gli interni con arredi dell’epoca e insieme esponendone le opere accanto a quelle di artisti spagnoli suoi contemporanei.
Tra gli edifici che compongono la struttura museale c’è naturalmente anche l’antica abitazione di Samuel Levi, una splendida casa con giardino confinante con la “sua” sinagoga. Legato a doppio filo a Pedro I, ricordato come “il crudele” dai suoi detrattori e come “il giusto” dai sostenitori, quello che è stato uno degli uomini più importanti della comunità di Toledo avrebbe in qualche modo seguito lo stesso destino infelice dei suoi correligionari.
Sembra ormai evidente che la benevolenza di Pedro verso Samuel e gli ebrei in genere non fosse infatti dovuta a sincero interesse, ma legata a semplici questioni di convenienza. Dopo essersi dunque servito delle capacità del suo collaboratore, il re se ne sarebbe sbarazzato alla prima occasione. Accusato Samuel di avergli rubato dei beni, lo avrebbe fatto imprigionare e torturare a Siviglia, lasciandolo qui morire nel 1360.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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