Hebraica
Tu be-Av: il San Valentino del mondo ebraico

Una festa dell’amore e degli innamorati ma anche del legame tra i figli di Israere e la terra che Dio promise loro: come a dire, non c’è amore ebraico vero che non si apra alla speranza della redenzione di Gerusalemme…

Molto poco nota fuori da Isreale è la festa ebraica di Tu be-Av, il 15 del mese ebraico di Av (quest’anno cade il 9 luglio). Persino tra gli ebrei della diaspora è quasi sconosciuta e solo negli ultimi decenni è in corso un recupero di questa ricorrenza che, se ci è permessa una semplificazione e una forzatura comparativa, è una specie di 14 febbraio o un San Valentino in chiave ebraica, data celebrata nel mondo come festa degli innamorati. I lunari delle nostre comunità la segnalano come ‘festa campestre’ e spiegano trattarsi di una “festa antica in corrispondenza del plenilunio del mese di Av, giorno in cui si smetteva di raccogliere la legna necessaria per ardere i sacrifici nel Santuario [nel Tempio] ed era anche il giorno in cui ragazzi e ragazze si incontravano e si celebravano i fidanzamenti. Nel giorno di Tu be-Av non si dice Tachanun” (perché la ‘supplica’ di redenzione che la preghiera di Tachanun esprime non si addice a un giorno di gioia come questo). In questa data a Roma si ricorda anche l’inaugurazione della sinagoga centrale di rito italiano (enfaticamente chiamata  il “tempio maggiore”) avvenuta il 27 luglio 1904, dopo una visita del re Vittorio Emanuele III, officiante il rabbino maggiore Vittorio Castiglioni.

A consacrare questo giorno nel calendario religioso del giudaismo sono stati i maestri della Mishnà nella persona di Rabban Shimòn ben Gamliel (che come dice il suo titolo fu nassi, capo del sinedrio, e che morì, secondo tradizione, per mano dei romani poco prima del 70 e.v.), il quale affermò: “Non vi furono giorni festivi per Israele come il 15 di Av e il giorno di Kippur” (Ta’anit 4,9). Il trattato talmudico che commenta questa mishnà, Ta’anit 30b-31a, abbozza sei spiegazioni offerte da altrettanti maestri a riguardo delle molte ‘liete memorie’ di epoca biblica, tra cui il fatto che a Tu be-Av fu permesso – dagli stessi maestri – ai giovani delle diverse tribù di Israele di sposarsi tra loro, superando la norma contenuta nella Torà per cui ciascuno doveva sposarsi all’interno della propria tribù (cfr. Bemidbar/Nm 36; per i rabbini quella limitazione si applicava solo alla generazione del deserto); nella stessa data cadde, in particolare, il divieto di sposare le proprie figlie ai giovani della tribù di Beniamino (cfr. Shoftim/Giudici 21); inoltre nell’ultimo Tu be-Av dei quarant’anni di deserto si smise di morire (su questa speciale grazia divina si sofferma anche Rashi).

Mishnà e Talmud spiegano inoltre che in quel giorno “le ragazze di Gerusalemme [uscivano in abiti bianchi presi in prestito] e tutti gli ebrei chiedevano l’uno all’altro [tale prestito] per non imbarazzare chi non aveva [tali vestiti bianchi da indossare per l’occasione]”. Vestiti che, secondo la norma più antica, andavano prima purificati. Così agghindate, “le ragazze di Gerusalemme andavano a ballare tra le vigne” e in tal modo si offrivano agli sguardi dei ragazzi, in modo che chi non avesse ancora una compagna di vita la potesse cercare tra le vigne; ma anche viceversa affinché le ragazze da marito potessero scegliere i ragazzi che piacessero a loro. Più tardi i maestri sentono il bisogno di moralizzare questa specie di meat market dell’antichità e ammonirono tutte e tutti (citando Proverbi 31) acché nessuno badasse soltanto alla bellezza fisica o al tornaconto economico ma “fecesse il proprio acquisto per interesse del Cielo”.

Che il trattato Ta’anit sui digiuni si chiuda con il ricordo di quel che avveniva a Tu be-Av è emblematico dello spirito ebraico, che non abbracciò mai la disciplina ascetica di molti filosofi greci e men che meno dei monaci cristiani, che indicavano nella rinuncia alla vita sessuale una via privilegiata per avvicinarsi a Dio. Anzi, nella cultura ebraica il trovar moglie e marito, e il generare figli e figlie, furono da sempre – in epoche antiche come nella successiva storia del giudaismo rabbinico – un dovere religioso (abominevole fu giudicato il sopprimere gli infanti, persino come sacrifici per la divinità; peccaminoso il non sposarsi). A tal fine, a un certo punto si sviluppò anche tra gli ebrei l’abitudine dei matrimoni combinati in tenera età degli sposi e venne tenuta in grande onore la professione dello shadkhan – il matchmaker de Il violinista sul tetto! – l’artista degli shiddukhim, dei fidanzamenti a tavolino. A dispetto di quest’evoluzione (o involuzione?) del costume, la festa di Tu be-Av fa emergere un ben altro atteggiamento nell’ebraismo classico: una grande libertà tra donne e uomini in materia di amore e di unioni (l’istituzione matrimoniale subì continui cambiamenti sotto l’influsso delle società circostanti, come documentano il trattato talmudico Qiddushin e il tardo decreto rabbinico – del X secolo – che proibisce ufficialmente agli ebrei la poligamia, sebbene non fosse di fatto praticata); un senso di uguaglianza tra i sessi nelle decisioni in materia di famiglia (come lascia intendere quel dettaglio insistito sulle vesti bianche e purificate prese a prestito); e infine un legame stretto tra generazioni nonché tra scelte sessuali private e destino del popolo e della terra di Israele.

La descrizione delle ragazze che ballano tra le vigne di Gerusalemme sembra indicare che il luogo naturale per celebrare questa festa sia la terra di Israele, oggi diremmo la società israeliana. Come accennato, tra gli eventi positivi che connotano questa festività – quasi a controbilanciare gli eventi negativi ricordati con un digiuno solo pochi giorni prima, a Tesha be-Av, il 9 di Av – i maestri citano anche l’espiazione del peccato degli esploratori mandati da Mosè in avanscoperta di eretz Israel, dieci dei quali ‘peccarono’ contro la terra della promessa (contro Dio che quella promessa aveva fatto e contro la speranza del popolo di poter entare in quella terra in pace) scoraggando il cammino di conquista. Con la morte nel deserto di chi era uscito dall’Egitto Israele espiò il peccato di quei profeti di sventura: nel giorno di Tu be-Av quel peccato venne perdonato dal Signore bebedetto.

Dunque si tratta di una festa dell’amore e degli innamorati ma anche del legame tra i figli di Israele e la terra che Dio promise loro: come a dire, non c’è amore ebraico vero che non si apra alla speranza della redenzione di Gerusalemme… (un segno di ciò è rimasto nel rito del bicchiere rotto durante la celebrazione del matrimonio). E proprio in Israele fiorisce la creatività con cui questa festa, religiosamente minore, viene celebrata oggi: con canti e danze pubbliche, con racconti di famiglia, con nuove unioni sponsali. Come festa dell’amore Tu be-Av raccoglie il consiglio di Qohelet 4,9: “Meglio in due che da soli”, parole che dànno titolo al bel volume di rav Giuseppe Laras z”l sull’amore nel pensiero di Israele (Garzanti 2009). Anche Erri De Luca riprende quest’idea nel suo libro “Il contrario di uno” (Feltrinelli 2003) ricordando che “due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza, il filo doppio che non è spezzato”. Eccessivo allora pensare che San Valentino sia stato inventato, nei tempi biblici, dalle figlie e dai figli di Israele? E che lo Shir hashirim, il Cantico dei cantici scritto come raccolta di ‘inni per il talamo’, pur nell’interpretazione allogorica, non ha mai perso il suo significato letterale unendo e portando nelle strade in modo inscindibile, per dirla con Fabrizio De Andrè, l’amore sacro e l’amor profano?

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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