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L’uomo che non c’era: il barbiere che sfida il fato e perde tutto

Compie vent’anni la pellicola noir dei fratelli Coen che racconta le vicende di Ed Crane, colpevole di hubris, di tentare cioè di travalicare i propri limiti, come uscire dal negozio di barbiere dove lavora. Con effetti tragici…

Venticinque secoli prima di Ed Crane, “l’essere è e non può non essere […] il non essere non è e non può essere”, scriveva Parmenide aprendo alla scoperta del limpido mondo dell’identità e della non contraddizione. Ma stabilire se Ed è o non è non sembra così facile. Il protagonista di uno dei film più importanti dei fratelli Coen, che compie oggi venti anni, è un uomo, certo, un uomo che però non c’era, come i registi dichiarano fin dal titolo: The Man Who Wasn’t There. A narrare la storia in prima persona, con parole circondate da tanto silenzio, non può che essere l’uomo Ed Crane, the barber.

Le onde del destino

Santa Rosa, California, 1949. Ed Crane (Billy Bob Thornton) è barbiere nel negozio del cognato Frank. Second chair, per la precisione. La sua è la storia di un uomo qualunque, un volto nella folla, la storia di una presenza assente o di un’assenza presente. Ed, la sigaretta eternamente pendente dalle labbra, preferisce il silenzio alle parole. Lui è il barbiere, the barber, e taglia i capelli. Punto. Un giorno però decide di provare a uscire dal silenzio e dall’anonimato per diventare qualcuno e così facendo scatena un tragico domino di cui è lui stesso la vittima sacrificale. Nel giorno in cui Ed Crane non si accontenta più di tagliare capelli, fumare e tacere comincia la tragedia greca raccontata dai fratelli Coen con humour nero e senza traccia di melensaggini. Ed Crane, come i protagonisti-vittime delle tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide, è colpevole di hubris, di tentare cioè di travalicare i propri limiti, di uscire dal negozio di barbiere per esempio. Ma nel preciso istante in cui muove una tessera, nel tentativo di migliorare la propria esistenza, scatena un domino che sfugge totalmente al suo controllo, un po’ come accade ai crudeli delinquenti da strapazzo di Fargo o a The Dude nel Grande Lebowski. Il fato, come sapevano i greci, è la legge universale del destino alla quale perfino gli dei sono sottomessi. Le conseguenze dell’unica azione di Ed sono non solo terribili, ma anche completamente impreviste e porteranno fino alla punizione dei colpevoli, sì, ma per i crimini che non hanno commesso. Come Edipo, Penteo e tanti altri eroi del teatro classico, il barbiere di Santa Rosa è investito dagli eventi tanto più quanto più si ritira in un angolo, sommerso dalle onde del destino in un rovesciamento paradossale di ruoli e responsabilità.

E i capelli crescono…

Come dice a Ed l’avvocato Freddy Riedenschneider, I’m an attorney. You’re a barber. You don’t know anything, non sai niente. In un film che è anche un omaggio al genere noir – importante nel cinema degli anni quaranta e cinquanta, quasi scomparso in seguito – le inquadrature indugiano sulle mani, gli occhi, la bocca, i capelli. Soprattutto i capelli. E i capelli crescono, crescono senza fermarsi qualsiasi cosa succeda, sfuggono al nostro controllo e, con il loro movimento impercepibile ma inarrestabile sembrano ridere degli uomini impegnati a correre dietro a idoli che cambiano con il cambiare della stagione: la fama, il successo economico, la felicità, anche la giustizia. I capelli non cambiano, loro semplicemente crescono, indifferenti a tutto. Il barbiere li taglia ma non è in grado di arrestarne la crescita. Non è in grado di fermare o invertire il corso della storia. Come la giungla tropicale sommerge città antiche e un tempo famose, così i capelli sono la natura indifferente alla parabola umana, la natura che soffoca questa parabola ridicolmente breve a confronto di quella di lei che misura il tempo in milioni di anni.

Il silenzio dell’uomo

Ed Crane tace. Forse perché di parole – caotiche, arruffate, confuse, contraddittorie – è letteralmente circondato, quelle della moglie Doris (Frances McDormand), del cognato, dell’esuberante amico e amante della moglie Big Dave, del losco affarista Tolliver, dell’avvocato Freddy Riedenschneider. Quando Ed, per la prima volta, prova a dire e a fare qualcosa – ricattando Big Dave – come abbiamo visto mette in movimento le tessere del tragico domino. Ma il rovesciamento paradossale non è ancora completo. Il barbiere, dopo aver messo in moto un meccanismo che immediatamente gli sfugge di mano stritolando lui e tutti gli altri coinvolti torna a ritirarsi nel silenzio, a tagliare capelli in quella minuscola area di vita su cui si crede padrone. Come sappiamo è già troppo tardi. Ed Crane precipita in una incapacità di parlare e di vedere più radicale di quella iniziale, sintesi hegeliana di cui il tentativo di agire rappresenta l’antitesi fulminea. Adesso è davvero invisibile. È e non è. “Ora volevo parlare”, dice, “ma non avevo nessuno accanto a me: ero un fantasma, non vedevo nessuno, e nessuno vedeva me. Ero il barbiere”. I was the barber.

Fuori dal regno dei fatti

Quando Ed Crane prova a diventare qualcuno, dopo una vita passata all’ombra della moglie spigliata e del cognato ciarliero, diventa nessuno. Invisibile, scompare. Affonda nella solitudine. C’è ma è come se non ci fosse. Durante il processo Riedenschneider spiega ai giurati chi è Ed, e dice che è un uomo moderno. La voce fuori campo del narratore protagonista – un basso continuo che accompagna senza picchi per tutta la durata del film – ci dice di come l’avvocato cerca di convincere la giuria che dovrà decidere per la vita o per la morte: “Disse di non guardare ai fatti, ma al significato dei fatti. Poi disse che i fatti non avevano alcun significato”. Più guardi, meno vedi, dice Riedenschneider a Ed. Possiamo aggiungere: più agisci, meno sei in grado di controllare la tua vita. Ma anche, e questo riguarda lo stesso Riedenschneider e i tanti incessanti parlatori che circondano il barbiere: più parli, meno capisci. Usciamo dal mondo dei fatti per entrare in quello dell’incertezza sistematica, della distruzione del principio di non contraddizione e dell’annientamento della dicotomia parmenidea tra essere e non essere. Entriamo nel mondo del principio di indeterminazione di Heisenberg, in cui non è possibile misurare contemporaneamente e con precisione la posizione di una particella e la sua velocità, e questo perché chi osserva non osserva soltanto, ma partecipa all’esperimento, ne viene risucchiato all’interno e quindi ne influenza i risultati.

Se osservi la velocità perdi la posizione e viceversa, non per un problema conoscitivo ma per un limite fisico, cioè etimologicamente naturale. Non è possibile conoscere compiutamente il presente, cioè tutti i rapporti tra la totalità di oggetti, eventi e fatti nel mondo. Di conseguenza non è possibile prevedere il futuro, che rimane quindi indeterminato. Quando Ed cerca di farsi protagonista uscendo dal nascondimento innesca suo malgrado la catastrofe. Nel preciso momento in cui si nasconde, scatena il caos; e nel momento in cui scatena il caos, si nasconde. Diventare qualcuno, come individuare posizione e velocità di una particella, è un proposito votato allo scacco, un impossibile tentativo di determinare l’indeterminabile. I fratelli Coen mostrano anche altri tentativi di questo genere nel film. Uno è costituito dalla risposta della moglie di Big Dave, che attribuisce la morte del marito agli alieni. Il suo complottismo è la reazione di chi non tollera l’indeterminatezza, preferendole letteralmente qualsiasi cosa, purché appaia determinata. Un altro è l’interesse di Ed per la giovane Birdie (Scarlett Johansson), acerba pianista dilettante che il barbiere sopravvaluta e cerca di promuovere ben oltre l’interesse di lei. L’aiuto non voluto – e clamorosamente incompreso – che Ed offre a Birdie è anch’esso un tentativo di determinare ciò che non può essere determinato. Non c’è spazio, per il barbiere, per una seconda possibilità. A ben vedere, non c’è mai stato spazio neanche per una prima. Infine, è il film nella propria forma a giocare sul binomio determinato/indeterminato, attribuendo al primo termine carattere illusorio. Il noir non è infatti bianco e nero, ma una sfumatura intermedia impossibile da definire, pena la perdita del film stesso. È teoria delle ombre, chiaroscuro, indeterminatezza. La tinta di un mondo caotico e senza senso.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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