Cultura
Hurricane: quando Bob Dylan urlò l’innocenza di Rubin Carter, condannato all’ergastolo per errore

Lo storico brano del cantautore in difesa del pugile afroamericano condannato all’ergastolo per triplice omicidio. Era innocente…

Nella primavera del 1975 Bob Dylan varcò le pesanti sbarre del Rahway State Prison di Woodbridge per incontrare dal vivo Rubin “Hurricane” Carter. Un incontro emozionante, tra due persone apparentemente diversissime, immortalato da una celebre fotografia in bianco e nero che dimostra, più di mille discorsi, come il rock non sia solo un genere musicale, ma un modo di vivere e soprattutto di fare le cose. Dylan si era smarcato allora dal pesante ruolo di portavoce (suo malgrado) del movimento pacifista degli anni Sessanta, ma non aveva mai smesso di posare lo sguardo sulle ingiustizie che accadevano ogni giorno intorno a lui. E una delle più clamorose ingiustizie giudiziarie della storia degli Usa fu quella che colpì il campione di pugilato Rubin Carter, accusato ingiustamente di triplice omicidio da una giuria interamente bianca, così come era bianco anche il procuratore.

La recente uccisione di George Floyd per mano della polizia di Minneapolis è, purtroppo, l’ultimo di una lunga serie di episodi razzisti nei confronti degli afroamericani. Le morti di Michael Brown a Ferguson e di Eric Garner a New York nel 2014 hanno dato vita al movimento Black Lives Matter, che ha ispirato gli album di numerosi artisti black, tra cui D’Angelo, Kendrick Lamar e Common.

I pregiudizi razziali non hanno risparmiato neanche un genio della tromba come Miles Davis. La sera del 25 agosto 1959 – otto giorni dopo l’uscita del capolavoro Kind Of Blue – Davis stava suonando al Birdland, un’esibizione trasmessa alla radio da Voice of America. Nella pausa tra un set e l’altro, Miles uscì dal locale per fumare una sigaretta. Un poliziotto gli si avvicinò e gli domandò che cosa ci facesse lì. Miles indicò il locale e gli spiegò che si stava esibendo, indicandogli il suo nome sulle locandine. Mentre i due uomini discutevano animatamente, si formò una piccola folla da cui venne fuori un altro agente che, a sorpresa e senza alcuna ragione, colpì più volte alla testa il trombettista con un manganello, tanto da farlo sanguinare. Miles fu arrestato e, dopo essere stato medicato in ospedale, fu denunciato per aggressione a pubblico ufficiale.

Un’ingiustizia ancora più inaccettabile rischiò di far trascorrere il resto della sua giovane vita in cella al campione dei pesi medi Rubin Carter, soprannominato Hurricane per la sua irruenza sul ring. Hurricane è anche il titolo di uno dei tanti capolavori di Bob Dylan, composto nel 1975 poco dopo aver incontrato dal vivo il pugile ingiustamente accusato di un triplice omicidio. Dylan, artista da sempre affascinato dai “bellissimi perdenti” (per citare Leonard Cohen), si appassionò alla storia di Carter dopo aver letto tutto d’un fiato la sua autobiografia, The Sixteenth Round, che il pugile stesso gli aveva inviato, conscio del suo impegno per i diritti civili. Il bardo di Duluth volle incontrare di persona Hurricane, una visita che confermò la sua sensazione che quell’uomo con gli occhiali, affabile e brillante, non poteva essere un omicida, ma la vittima di una terribile ingiustizia.

Il 30 giugno 1975 Dylan scrisse a quattro mani con Jacques Levy la canzone Hurricane, un’invettiva rabbiosa e dal ritmo irresistibile di oltre otto minuti e venti strofe che racconta con dovizia di particolari, facendo nomi e cognomi, cosa accadde veramente quel tragico 17 giugno 1966. Quel giorno, alle 2,30 del mattino, due uomini entrarono al Lafayette Grill di Peterson, in New Jersey, per una rapina, aprendo il fuoco e uccidendo Fred “Cedar Grove Bob Nauyoks, il barista Jim Oliver e Hazel Tanis, una donna che morì un mese dopo. La testimonianza di Alfred Bello, un delinquente della zona che fu il primo a chiamare le forze dell’ordine, fu decisiva per incastrare Rubin, allora ventinovenne e pugile di ottimo livello. Hurricane aveva disputato una quarantina di incontri, vincendone 27, di cui 19 per ko. Nel 1964 perse ai punti, con un verdetto molto contestato, contro il campione mondiale dei pesi medi Joey Giardello.

Il 17 giugno 1966, Carter venne fermato dalla polizia: la sua automobile era simile a quella avvistata nei pressi del bar, ed inoltre aveva con sé una pistola dello stesso modello di quella utilizzata nel triplice omicidio. Alcuni piccoli precedenti con la giustizia in gioventù, passata per anni in riformatorio, furono decisivi per far condannare lui e il suo amico John Artis all’ergastolo. La sentenza, che già allora suscitò parecchi dubbi, fu emessa da una giuria composta da dodici bianchi. Per fortuna del pugile, Dylan incise Hurricane, che cambiò il suo destino. Inizialmente la canzone riportava i nomi e i cognomi degli attori della vicenda, ma gli avvocati della Columbia Records convinsero Dylan a realizzare una seconda versione, priva dei riferimenti a persone realmente esistenti, che fu inserita come brano d’apertura dell’album Desire del 1976. Patricia Valentine, testimone chiave del processo che venne citata nella canzone, portò in tribunale il cantautore, che fu scagionato.

Il brano ebbe talmente successo da essere stampato come 45 giri, con quattro minuti per ciascun lato. Dylan tenne nel 1975 un concerto di beneficenza per Carter al Madison Square Garden, accompagnato da Joan Baez, Joni Mitchell e Allen Ginsberg, dove raccolse centomila dollari per gli avvocati di Hurricane, ripetendo l’esperienza un anno dopo al Reliant Astronome di Houston. Grazie al moto di protesta collettiva che deve moltissimo alla canzone di Dylan, nel 1985 il giudice della Corte Federale Haddon Lee Sarokin dichiarò che il processo era stato inquinato da motivazioni razziali. Il 26 febbraio 1988 cadde definitivamente ogni accusa per l’ex pugile, che tornò libero.

La storia di Rubin Carter è stata raccontata nel 1999 sul grande schermo nel bellissimo film Hurricane – Il grido dell’innocenza, diretto da Norman Jewison, con uno straordinario Denzel Washington nei panni del pugile.Carter, che trascorse ingiustamente diciannove anni in prigione, è morto il 20 aprile 2014, a 76 anni, per un tumore alla prostata, nella sua casa di Toronto, dopo aver passato il resto della sua vita a difendere le vittime dell’ingiustizia. Dopo la scarcerazione di Carter, Dylan non ha più eseguito il brano dal vivo, ma ancora oggi restano memorabili i versi “Questa è la storia di Hurricane/ ma non sarà finita finché non riabiliteranno il suo nome/ e gli ridaranno indietro gli anni che ha perduto/ Lo misero in galera ma sarebbe potuto diventare campione del mondo”.

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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