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Cultura Di canto in canto
Di canto in canto: l’isola di quiete della poetessa Zelda

Parafrasando Leonard Cohen, la sua poesia è la luce che penetra attraverso le crepe del mondo. Una luce che brilla ancora grazie al ritrovamento di 36 poesie inedite

Di Zelda il lettore italiano ricorda soprattutto che è stata la maestra di Amos Oz, primo amore della sua infanzia, come lo scrittore stesso racconta in “Una storia di amore e di tenebra”. A lei sono dedicate alcune tra le pagine più preziose del romanzo-capolavoro dell’autore di Gerusalemme, in cui ci viene restituita un’immagine delicata e, al tempo stesso, traboccante di vitalità della poetessa, la quale corrisponde in maniera fedele al ritratto che amici e conoscenti ne hanno delineato dopo la morte.  “Stavamo seduti così tutto il tempo” scrive Oz “dal mattino sino a mezzogiorno, pur di non perdere una sola delle sue parole: tutto quello che la maestra Zelda diceva era interessante e anche un poco inatteso. Come se con lei stessimo imparando una lingua nuova, non troppo lontana dall’ebraico e tuttavia diversa […]”. Anche nella sua poesia Zelda è stata ed è diversa. Nessuno ha mai scritto come lei e nessun altro lo avrebbe fatto in seguito.

In vita non ha mai preso parte al fervore politico e culturale del Paese. Conduceva un’esistenza modesta, umbratile, casalinga. Isolata dal resto del mondo letterario, la sua voce è stata un’isola di quiete nel turbinio della cultura israeliana post 1967. In larga parte ciò è dovuto alle sue origini e alla profonda osservanza religiosa nella quale è vissuta. Zelda (il cui cognome era Schneerson) apparteneva, infatti, a un’importante famiglia Chabad, la ramificazione dell’ebraismo hassidico dove più forte è la spinta verso la spiritualità. Per questa ragione, secondo alcuni la sua ispirazione è troppo yerushalmi: espressione di un giudaismo conservatore, eccessivamente mistica, circonfusa di una santità esasperata. Basandomi sulla mia esperienza, posso dire che, sì, talvolta l’amore per Zelda può non essere immediato, soprattutto se nella poesia cerchiamo il ritmo di una passione travolgente. La sua voce è altro: la gioia semplice di un caffè bevuto in terrazza, di fronte al chiarore di un nuovo giorno. Il dialogo sincero, ma non meno addolorato, di un’anima di fronte alla divinità, all’eterno, alla morte. Questa la forza straordinaria di Zelda. Parafrasando Leonard Cohen, la sua poesia è la luce che penetra attraverso le crepe del mondo.

Nata nel 1914 in Ucraina, nella città che oggi porta il nome di Dnipro,  Zelda arrivò nella Palestina Mandataria nel 1925. Ben presto perse il nonno e il padre. Rimasta sola con la madre, crebbe in gravi difficoltà economiche. Dopo gli studi, iniziò a insegnare, attività che svolse non soltanto a Gerusalemme, ma anche a Tel Aviv e Haifa. Ciò nonostante, la sua figura rimane legata alla città santa, alla casupola cadente nella quale abitava, prima insieme al marito – Hayim Mishkovsky, anch’egli esponente di un’autorevole dinastia religiosa – poi da sola, accogliendo di tanto in tanto giovani donne religiose.  Eppure, dal 1967, anno in cui fu pubblicato il suo primo libro, Pnay-“Tempo libero”, la sua abitazione divenne meta di un silenzioso e ammirato pellegrinaggio. Si andava da Zelda per godere almeno un poco del fulgore che irradiava dal suo volto. Anche la più scandalosa delle poetesse israeliane, Yonah Wollach, era una frequentatrice della piccola dimora. Fu lei a scoprire le poesie che Zelda affidava a piccoli pezzetti di carta e a spingerla a raccoglierle in un volume. Il resto è storia. La storia di un’autrice unica, diventata, suo malgrado, tra le più influenti della poesia israeliana. Zelda morì nel 1984, nella giornata del ricordo per le vittime della Shoah. Proprio lei che, da ragazzina dovette recitare il Kaddish per il nonno e il padre e che, da adulta, ogni Shabbat accendeva lumi in memoria per gli innumerevoli volti scomparsi dalla sua esistenza, travolti dai pogrom, dalla guerra, da malattie orribili. Proprio lei, la poetessa di Lekhol ish yesh shem, “Ogni uomo ha un nome”, la lirica che risuona in modo quasi ossessivo durante le commemorazioni per gli uccisi dalla barbarie nazista.

Di recente Gidon Tikotsky, docente di letteratura all’Università Ebraica di Gerusalemme, ha scoperto trentasei poesie “dimenticate” di Zelda, le quali erano rimaste sepolte tra vecchi giornali e carte di vario genere. Grazie al periodico letterario “Ho!”, tra i più raffinati prodotti culturali dello Stato ebraico, e al suo curatore, il poeta  Dory Manor, queste liriche sono state pubblicate per la prima volta. Ed è subito incanto.

Somiglia il mio cuore

Somiglia il mio cuore a un fanciullo sciocco,

che al ruggito del mare accorre come incontro a uno zio,

un lembo di fuoco è il suo portentoso fratello,

e al suo Creatore domanda:

“Che cosa? E come?”

Somiglia il mio cuore a un fanciullo fiducioso

che a un forestiero mostra

il suo pianto e i suoi mali.

Somiglia il mio cuore a un fanciullo piccino

cui la brama di giocare prende prima del sonno

e corre e cade, corre e cade.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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