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Cultura
“Patrimonio”, capolavoro di Philip Roth

Una proposta di lettura del romanzo dello scrittore americano pubblicato nel 1997

È strano come alcuni scrittori siano ricordati per alcuni libri piuttosto che per altri, come è altrettanto strano che alcune opere abbiano più successo e altre passino addirittura inosservate o vengano ritenute minori.

Parlando di Philip Roth la prima associazione automatica, almeno in Italia, è con il celebre ll Lamento di Portnoy e poi, per i lettori più colti, con Pastorale americana e i testi di stampo politico.

Per quello che mi riguarda credo che il capolavoro di Roth sia Patrimony (Patrimonio), scritto nel 1997, che mi è capitato di leggere soltanto pochi giorni fa, su suggerimento di un’amica. 
Se cerchi informazioni su google, il libro viene definito con la solita etichetta leziosa: memoir. Una parola che non vuol dire assolutamente niente e che viene appiccicata alle storie vere, al pari di autobiografico, con la presunzione di distinguerle da quelle di fiction. Come se tutte le storie non emergessero dal vissuto magmatico di chi scrive! Forse bisognerebbe capire una buona volta che esiste semplicemente il piacere della lettura, che è compito del lettore giudicare soltanto se il libro è buono o cattivo piuttosto che farsi sviare dal genere in cui viene arbitrariamente catalogato.  
Questo testo prezioso per esempio viene quasi sempre descritto come un’eccezione, un caso a parte nella bibliografia di Roth, quasi si trattasse di un momento di distrazione dello scrittore, dato che si concentra su una vicenda a lui capitata. 
E invece è un’opera di una potenza unica per capacità introspettiva e valore letterario, che dovrebbe essere conosciuta universalmente, soprattutto da coloro – e non sono pochi da noi – che trovano l’intensa produzione dell’autore “sopravvalutata”; mi permetto di aggiungere, perché forse non è chiaro quanto questo scrittore sia stato il geniale esponente della letteratura ebraica americana contemporanea e mancano gli strumenti per valutarne la portata e l’importanza sul piano narrativo, linguistico e culturale. O forse va di moda dare addosso a chi è bravo per partito preso, chissà.
A volte ho la sensazione che il pubblico italiano non riesca a cogliere la geografia del mondo di cui Roth parla e a cui si rivolge, la Newark ebraica, l’universo degli emigrati ebrei di prima e seconda generazione che hanno contribuito a creare il denso tessuto della società americana, proprio come il padre che viene raccontato e ritratto in Patrimony
L’autore vi descrivela lunga discesa di Herman Roth verso la morte, ripercorrendone insieme la vita e la memoria, dall’infanzia al matrimonio alla vedovanza, interrogandosi su quello che gli resterà in eredità. Ogni volta che un genitore muore lascia un vuoto, davanti al quale ci dobbiamo interrogare. Può essere un buco nero angoscioso in cui ci perdiamo o da cui non riusciamo a cavare niente se non sgomento e solitudine. Arriviamo alla desolante consapevolezza che non abbiamo proprio niente da ricordare, che non c’è stato messaggio o insegnamento o valore da portare con sé nel futuro. Il figlio Philip accompagna il padre, malato di un tumore al cervello che gli ha deformato il volto, prima ritenuto benigno e poi progressivamente letale. Lo accompagna dai medici, in una casa di riposo, gli fa compagnia guardando l’incontro con i Mets, lo accoglie dentro di sé, ripartorendolo come una madre con le parole, in un lungo viaggio di indagine psicologica che diventa sempre più profondo e toccante. 
La malattia è il terreno comune che permette al figlio di confrontarsi con la propria eredità, con il lascito che riceverà, mentre il genitore è ancora in vita, fino agli ultimi istanti. Un padre che può essere duro e orgoglioso infantile e saggio, coraggioso e impaurito, legato alle tradizioni e scettico, attaccato alla vita con l’energia di tutti i sopravvissuti alle tragedie della storia. Ed è forse questo il patrimonio che arriva in dono: non si tratta di denaro – quei cinquantamila dollari che Philip lascia generosamente al fratello con figli per poi pentirsene, non perché ne abbia bisogno ma dato che si rende conto che così non riceverà niente, che sarà estromesso dalla lista degli eredi. No, la sintesi di questa veglia lunga funebre è un’epifania, una scoperta su se stessi.
Con l’approssimarsi della morte la distanza tra il padre assicuratore e il figlio scrittore di successo che ha fatto di tutto per prendere le distanze dalle sue origini si accorcia fino a trovare coincidenze, fino ad accogliere quella macchia umana inevitabile che si è impressa nell’identità  e che  ha in qualche modo forgiato il discendente nonostante il tentativo di differenziazione. 
Herman Roth non è solo il padre di Roth, è il Padre con cui tutti noi ci confrontiamo o vorremmo confrontarci: pieno di forza, vitalità e amore per l’esistenza. E proprio nel momento del distacco, il legame si fa più inevitabilmente forte e l’eredità si trasmette insieme a una tenerezza disperata in un gesto di rinascita che sopravvive alla sparizione. Il genitore che si allontana diventa una nave da guerra dismessa che naviga lungo la costa e lascia a riva un bambino abbandonato, un profugo senza patria, stordito e orfano, che dovrà trovare il proprio posto nella storia personale e in quella del paese, come una nazione che perda un eroico presidente.
Chiudendo questo libro ci si stupisce ancora una volta che Philip Roth non abbia ricevuto il Nobel. E resta davvero il dubbio che non sia stato capito del tutto uscendo di scena troppo presto, almeno dalle librerie degli intellettuali italiani.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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