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Brian Epstein, il quinto Beatles, e quella volta che Israele disse no ai concerti dei Fab Four

La vera storia del manager ebreo che fece decollare la carriera dei Fab Four, ma non riuscì a farli suonare in Israele

Il 9 novembre 1961, verso l’ora di pranzo, un giovane colto ed elegante di nome Brian Epstein, responsabile dei negozi North End Music Store, ditta specializzata nella vendita di partiture e strumenti musicali, entrò in un minuscolo locale diurno di Liverpool chiamato The Cavern, che era dietro l’angolo della via dove si trovava uno dei suoi nove negozi.

Non poteva immaginare che quel giorno avrebbe cambiato non solo la sua vita, ma anche quella di milioni di fan dei Beatles, che allora erano solo uno dei circa duecento gruppi beat di Liverpool con la speranza di emergere un giorno dall’anonimato. Epstein intuì per primo il talento di quei quattro ragazzi scanzonati e pieni di energia, anche se ancora acerbi e con grandi margini di miglioramento. “Fumavano mentre suonavano e parlavano e facevano finta di picchiarsi”, ha ricordato in seguito il loro manager. “Hanno voltato le spalle al pubblico, hanno urlato contro di loro e riso alle battute private”.  Il 3 dicembre Eppy (il soprannome datogli dai Fab Four) incontrò i membri del gruppo, che allora era formato da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Pete Best, manifestando l’interesse a diventare il loro manager, un ruolo che non aveva mai svolto prima d’ora. Il padre di Paul McCartney, che aveva comprato un pianoforte nel negozio di mobili di Epstein, approvò immediatamente, dicendo a Paul che lui sarebbe diventato un buon manager perché pensava che “gli ebrei fossero molto bravi negli affari”, come ha rivelato anni dopo lo stesso Macca.

“Era la saggezza comune. Pensava che Brian sarebbe stato molto buono per noi e aveva ragione: se qualcuno era il quinto Beatles, quello era Brian”. Il manager del più grande gruppo della storia del pop-rock era nato il 19 settembre 1934 (giorno di Yom Kippur) a Liverpool da Malka Hyman e Harry Epstein, entrambi ebrei. La madre, il cui nome yiddish era stato anglicizzato in Queenie, proveniva da una famiglia agiata dell’Inghilterra centrale che possedeva e gestiva una ditta di arredamento. Harry era figlio di Isaac Epstein, un immigrato dalla Polonia che all’inizio del XX secolo aveva aperto a Liverpool una bottega in cui si vendevano mobili. Negli anni trenta l’esercizio si era allargato e aveva trasferito il negozio in Walton Road, ampliando l’offerta e inglobando il NEMS (North End Music Store), ditta specializzata nella vendita di partiture e strumenti musicali.

Brian Epstein aveva abbandonato la scuola all’età di 15 anni, ma era riluttante a entrare nell’azienda di famiglia, poiché sognava di diventare un attore o uno stilista. Dopo un breve esperienza come venditore di mobili e dopo la dimissione psichiatrica dal Royal Army Service Corps, Brian frequentò la scuola di recitazione alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra, ma, nonostante il naturale talento per il teatro, smise dopo pochi mesi. Di ritorno a Liverpool, Epstein rilevò il business discografico dei North End Music Shops, che si espanse rapidamente. Nel 1961, la catena aveva nove filiali ed era uno dei maggiori rivenditori di musica nel nord dell’Inghilterra. Fu in questa veste che venne a conoscenza dei Beatles, che ricevettero un’importante copertura nel quotidiano musicale locale Mersey Beat, per il quale Epstein teneva una rubrica.

Il 24 gennaio 1962, il manager firmò un contratto della durata di cinque anni per gestire gli affari dei Beatles in cambio del 25% del reddito lordo del gruppo: quando si dice, avere il fiuto per gli affari. Poiché McCartney, Harrison e Best avevano ancora meno di 21 anni, avevano bisogno del consenso legale dei loro genitori per stipulare un contratto con Epstein, che, però, non firmò mai quell’accordo. Epstein cambiò immediatamente il look ruvido dei Beatles, facendoli passare da jeans e giacca di pelle a completi abbinati su misura e alla celebre pettinatura a caschetto. Inoltre gli ordinò di non mangiare, fumare o imprecare sul palco e di inchinarsi al pubblico dopo ogni canzone. Accorgimenti che furono decisivi per l’incredibile successo dei Fab Four, tra cui la sostituzione nell’estate del 1962 del batterista Pete Best con Ringo Starr, che in quel momento era il più importante giovane batterista di Liverpool, ben più famoso dei suoi nuovi compagni, con i quali avrebbe instaurato subito una perfetta sintonia umana e artistica. Dopo essere stato respinto da tutte le maggiori case discografiche britanniche, tra cui la Decca, Epstein fece firmare ai Beatles un contratto discografico nel giugno 1962 con una delle etichette più piccole della EMI, la Parlophone, diretta da Sir George Martin, che offrì al gruppo, collettivamente, un penny su ogni disco venduto. Oltre a gestire i Beatles, Epstein curava anche gli interessi di Gerry & the Pacemakers, Billy J. Kramer e The Dakotas, The Fourmost e Cilla Black.

Il manager ebreo, nonostante il look sempre impeccabile e i modi gentili, aveva una personalità tormentata: era gay in un periodo in cui l’omosessualità era illegale nel Regno Unito. I Beatles erano ovviamente al corrente delle sue tendenze, ma preservarono la sua privacy, non rivelando mai nulla all’esterno, anche se John Lennon si divertiva spesso a rivolgergli in privato qualche battutina.

Una notte, Epstein disse alla band che aveva appena finito di scrivere la sua autobiografia. “Come si chiama?” Chiedette Lennon. “‘A Cellarful of Noise’ ‘, rispose Epstein. “Che ne dici di” Cellarful of Boys “, ha scherzato Lennon. “‘Cellarful of Goys'”, ha risposto Epstein. “No, no”, disse Lennon, “ho il titolo perfetto, ‘Queer Jew’. Forse è anche per questo motivo che nel 1964 Israele rifiutò il permesso per i Beatles di suonare nello stato ebraico. Dopo lunghe deliberazioni, il Comitato interdipartimentale per l’autorizzazione dell’importazione di artisti stranieri decise che la band avrebbe probabilmente avuto “un’influenza negativa sulla gioventù del paese”.

Ovviamente, come ricorda The Guardian, i promoter israeliani  fecero appello contro la decisione, tanto che il Comitato interdipartimentale decise di dare il via a un’indagine globale sui Fab Four. Non fu difficile comprendere che il mondo intero era in preda alla Beatlesmania. Nonostante questo, quasi tutti i media israeliani continuarono a ignorare il gruppo, esortando il comitato a proteggere i giovani. Così fu e i Beatles vennero liquidati con che ma chiare parole:Nel loro modo di fare spettacolo non c ‘è nessuna esperienza musicale o artistica, ma un’esibizione sensuale che suscita sentimenti di aggressività carichi di stimoli sessuali“.

Tornado ad Epstein, secondo Ivor Davis, corrispondente in Usa per il Daily Express di Londra, il manager era un ebreo praticante. Una sera, quando il gruppo arrivò a New Orleans e si registrò in un hotel prima dello spettacolo, Davis fu sorpreso di essere convocato nella suite di Epstein. “Domani è Yom Kippur”, gli disse il manager. “Mi chiedo se conosci qualcuno che potrebbe invitarmi per entrare nella sinagoga locale”, aggiungendo rapidamente,

“Non potrò rimanere tutto il giorno, ovviamente.” Davis chiamò la sinagoga, e senza menzionare il nome di Epstein, gli furono assegnati due posti. La cortese offerta fu vana, poiché alla fine né Epstein né Davis si presentarono per i servizi. Epstein morì a Londra il 27 agosto 1967, a soli 32 anni, per overdose incidentale causata da un uso eccessivo e prolungato del sedativo carbitrolo, di cui era ormai dipendente. Senza di lui, i Beatles iniziarono un periodo di conflitti, litigi per motivi di denaro e gelosie personali. Entro tre anni, il 10 aprile 1970, il gruppo si sciolse, ma la magia della loro musica, cinquant’anni dopo, è rimasta la stessa di allora.

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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