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Coltivare la cultura: stili di vita ebraici ecosostenibili

Giustizia sociale, redistribuzione, attenzione al pianeta. La parola a una contadina newyorkese

Cos’è l’agricoltura? Tecnicamente, il termine racchiude i processi di produzione alimentare.
Eppure l’agricoltura è molto di più – in un certo senso, si può pensare alla storia umana a partire da 12mila anni fa come il progredire della relazione tra l’Uomo, il terreno e il mondo animale.
Come scienza, ha dunque un’enorme componente socio-antropologica: tutto il cibo è prodotto da umani. L’antropologia dell’agricoltura ne analizza la dinamica di scambio – l’agricoltura è dialogo quando i prodotti vengono scambiati in un mercato che a sua volta crea una comunità. L’agricoltura è infine interessante anche per gli architetti del paesaggio, che analizzano come il paesaggio agricolo cambi nelle epoche a seconda dei valori socioculturali.

Negli ultimi 100 anni l’agricoltura è di massa. Tramite fertilizzanti chimici, l’agricoltura di massa produce NO2, uno dei maggiori agenti inquinanti – ad esempio, quando il diossido di nitrogeno interagisce con acqua, ossigeno e altre molecole presenti nell’atmosfera, forma pioggia acida.
Sempre meno persone sono coinvolte nell’agricoltura di massa come lavoro a tempo pieno e negli ultimi anni in molti si approcciano all’agricoltura come stile di vita e scelta politica, declinando questa scelta in svariate forme, dall’agricoltura sostenibile all’organica e biodiminamica, per esempio. Ma c’è anche  l’agricoltura jewish.
Ne abbiamo parlato con Shani Mink, fondatrice del Jewish Farmer Network, in precedenza in un nostro articolo.  “C’è una forte tradizione nell’ebraismo che è conforme alla sostenibilità come la intendiamo oggigiorno: rigenerativa per la terra e con al centro la giustizia sociale”, così Shani spiegava il suo progetto.
Lo scopo del JFN è dunque connettere tra loro jewish farmers: una di loro è Eva Nelson, francese laureata in Public Policy a SciencesPo, ora di casa a New York e contadina a Long Island. Il titolo della sua tesi  magistrale: “Coltivare la cultura: valori e pratiche di contadini ebrei statunitensi moderni”. In connessione su Zoom, ci racconta il suo progetto e la sua prospettiva interna di contadina ebrea coinvolta direttamente nel lavoro.

Quando è nato il tuo interesse per l’agricoltura ‘ebraica’ negli Stati Uniti?
“Mi sono sempre interessata di agricoltura e di teorie politiche al riguardo. Prima di trovare informazioni sulla conferenza del Jewish Farmer Network (2020), non sapevo affatto ci fossero dei gruppi di persone come me: ebree e interessate all’agricoltura. Sul lato personale ciò che mi ha fatto rimanere negli Stati Uniti più a lungo è stato incontrare il mio partner alla conferenza – ora siamo entrambi contadini a New York. Partecipare a quell’incontro mi ha in ogni caso avvicinato al tema che è diventato il fulcro della mia tesi. Piano piano ho scoperto sempre più informazioni su come si intende l’agricoltura da un punto di vista ebraico. Un testo di riferimento è “Ecology and the Jewish Spirit” di Ellen Bernstein.”

Che cosa si intende per agricoltura da un punto di vista ebraico?
“Esiste una tradizione agricola nell’ebraismo ricca di insegnamenti. L’heritage agricolo ebraico contiene insegnamenti come il peach, l’obbligo del contadino a servire i meno fortunati. Peach in ebraico significa angolo – non a caso, la regola prevede di dedicare gli alberi e le altre piante ai ‘margini’ dei campi a chi ne ha bisogno. Il peach è parte di una serie di regole di re-distribuzione e di giustizia sociale nell’impianto agricolo ebraico”.

Come vengono letti questi insegnamenti in chiave moderna?
“Ciò che i diversi gruppi di contadini ebrei stanno facendo, credo, è riapplicare la tradizione ebraica alle specificità della loro epoca e della loro geografia. Ma questo avviene da secoli: la tzedakah è una versione urbanizzata del peah, Il sistema culturale si è lentamente distanziato dall’origine agricola, ma le fondamenta sono lì anche nel resto delle mizvot che sembrano non avere a che fare con una componente agricola”.

Cosa significa allora per te, essere una contadina ebrea e reintepretare la tradizione agricola?
“Chiaramente parlo solo per la mia prospettiva, in quanto ogni contadino vive un’esperienza diversa. Per me, il contesto statunitense ha grande importanza: è un panorama dove un movimento come il Jewish Farmer Network poteva nascere spontaneamente, dove tanti movimenti di giustizia sociale legati all’agricoltura hanno avuto spazio per fiorire. Se penso per esempio alla Francia, il Paese da cui provengo, non riesco a descrivere un progetto come ‘ebraico’, ‘musulmano’ o ‘cristiano’: è paese altamente secolarizzato, piuttosto allergico a includere la religione come elemento guida di un progetto. Eppure, io mi considero una contadina proprio perché sono ebrea, in quanto l’ebraismo contiene una saggezza agricola. Mi è sembrato il modo più culturalmente appropriato di avvicinarmi all’agricoltura. Esistono diversi approcci sostenibili all’agricoltura rigenerativa e spesso sono appropriazioni culturali di contesti indigeni. Negli Stati Uniti è particolarmente critica la questione perché spesso le attuali piantagioni sono le stesse che fino a non molto tempo fa erano coltivate in un sistema di schiavitù”.

In che modo l’agricoltura ebraica ha plasmato il tuo rapporto con la terra?
“Siamo un popolo diasporico e il tema della terra, delle origini, è centrale. In un certo senso, non si può negare che la cultura contadina ebraica sia indigena del medio oriente: qualsiasi credenza culturale è plasmata dal contesto circostante, la lente con cui si osserva il mondo è una lente connessa alla terra. Tornando alle origini della storia del popolo ebraico si riesce a comprendere perché il nostro calendario sia lunare, o perché l’etrog sia centrale a sukkot, o perché mangiamo un alimento piuttosto di un altro in una festa. Ma anche nella diaspora, le limitazioni nell’accesso alla proprietà terrena hanno un impatto sul sistema culturale che condividiamo oggigiorno”.

Nella sua tesi magistrale, Eva parla anche di altri concetti chiave della tradizione ebraica: il Tikkun Olam come stewardship e cura della terra, di shmitah, di kiyalim, una norma che prevede una certa distanze tra le piantagioni, generalmente intesa come il divieto al sovraccarico del terreno tramite la sovrapproduzione, o infine l’orlah, il divieto a cogliere frutti nei primi tre anni di vita dell’albero.  Ma il tratto interessante del suo lavoro arriva nelle conclusioni. Per lei, le fattorie statunitensi a tema ebraico aiutano a modernizzare l’approccio con la vita ebraica, fornendo lo spazio alla religione di legarsi a temi attuali come quello della crisi ambientale. Al contempo, questi processi modernizzano il concetto stesso di ‘fattoria’, rendendolo uno spazio per lo sviluppo comunitario che può rivoluzionare il rapporto tra la terra, la proprietà privata, la scarsità delle risorse e la cura per l’ambiente.

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


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