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Cultura
David Grossman visto da Adi Arbel

Il biopic ad alta densità poetica dello scrittore israeliano

Il documentario su David Grossman, firmato dal regista Adi Arbel, è il terzo ritratto di autore che mi appresto a comporre durante questa estate, dopo quelli dedicati a Amos Oz e Avraham Yehoshua, diretti da Yair Qedar. Non poteva mancare nella triade di scrittori israeliani più famosi in tutto il mondo, una specie di inossidabile trinità mainstream. I film su Oz e “Buli” hanno sconvolto la mia percezione: avevo sempre pensato che Oz fosse lo scrittore semplice e più riservato, il sabre lontano dai riflettori nella sua casa nel deserto di Arad, e Yehoshua la star. E’ esattamente il contrario. Il primo è il re, il secondo è più indipendente, una voce più critica e caustica. Perfino il linguaggio è molto più ricercato in Oz che in Yehoshua. Non lo avrei mai detto, è incredibile come una traduzione influisca sul risultato di un romanzo. Forse è per questo che Grossman i traduttori li vuole incontrare di persona.  Le riprese di Arbel iniziano in Croazia dove lo scrittore si è recato per fare sopralluoghi necessari alla scrittura de “La vita gioca con me”, in parte ambientato lì. Ma subito conviene che è stata un’idea sciocca: le cose importanti non vanno cercate in un luogo fisico, sono già dentro di noi.

Grossman è un autore empatico. Gli piace mettere in contatto i suoi personaggi ma anche gli esseri umani. Eccolo infatti a una tavola rotonda dove lui e i suoi “emissari” come li chiama scherzosamente, i traduttori delle sue opere, provenienti da paesi diversi (molte donne adoranti), conversano e si scambiano appunti. Ogni tanto legge qualche frammento di libro, fa una battuta, risponde a una domanda. Non si tratta però solo di un’operazione tecnica, volta ad assicurare la buona qualità. E’ lui che lo dice apertamente: è una sensazione bellissima far parte della vita delle persone. Soprattutto per uno che fin da piccolo si è sempre sentito un alieno incompreso come racconta, prendendo i panni di Aharon ne “Il libro della grammatica interiore”.

Nato nel 1954 a Gerusalemme in una famiglia come tante, al limite della povertà. Madre casalinga, padre autista di autobus, nonne che puliscono case e fanno la manicure. Pochi libri e pochi soldi. Un bambino schivo, riservato, spirituale, con un mondo interiore già sviluppato. “Perché non sei come gli altri” gli chiedono spesso  i genitori, ansiosi invece di raggiungere uno status di normalità, di integrarsi e non venire più additati come perdenti. Genitori che non capiscono quel bambino che a due anni si chiede se il mondo sia recintato, a quattro durante una festa si mette a piangere perché percepisce per la prima volta che tutti siamo destinati a morire. Da allora l’ombra della morte diventa una ferita aperta che il destino non permetterà mai di richiudere. Ma forse, commenta lui, lo scrivere in sé si basa su una grande consapevolezza della morte.

Tuttavia la scrittura è anche qualcosa che ha consentito al bambino troppo sensibile di uscire dal guscio, di capire che anche gli altri non sono tanto dissimili, provano gioie e dolori, vivono di cose basilari. Lo ha aiutato a non sentirsi più solo e diverso. Le prime esperienze sono da giornalista per “La voce di Israele”, che gli permette di girare il paese, di intervistare gente e conoscere altri mondi. Mi sentivo come Alice nel paese delle meraviglie, ricorda sorridendo. Contemporaneamente inizia a scrivere narrativa; la sua prima opera, “Asini”, è spiazzante. Parla di un soldato americano che dopo la guerra in Vietnam si ritira in Austria a badare a questi animali. Perché mai l’ho scritta? si chiede ancora oggi Grossman. Un’occasione per interrogarsi sui meccanismi della creazione, una forza impulsiva, improvvisa come una malattia, trascinante, che dopo il primo momento di caos permette che tutti i pezzi vadano al loro posto. Per lui il mistero più grande, la bellezza dello scrivere è proprio la possibilità di trasformarsi in un altro. Ma non restare nella comfort zone, entrare nei propri incubi peggiori, esplorare zone buie. Tante volte si è chiesto come dovevano sentirsi gli ebrei denudati prima di entrare nella camera a gas, ma anche che cosa passava per la testa di un comandante di lager. La Shoah, che è entrata nella sua vita leggendo i libri di Sholem Aleichem, la cui essenza dolorosa è stata così intimamente sviscerata in quello che è stato il suo primo libro famoso e forse anche il suo capolavoro: “Vedi alla voce amore”. Il bambino Momik – che è anche il bambino che è stato Grossman, sensibile e inquieto – si chiede cosa sia la Belva nazista di cui parlano i vecchi sopravvissuti ma che non si può nominare nell’Israele del dopo guerra, deciso a mostrare i muscoli ed un’immagine forte, giovane e vincente.

Grossman ama l’infanzia, ha scritto per i più piccoli. Adesso è straziante scorrere le pagine del libro “La lingua speciale di Uri”, dove appare il figlio minore, ucciso poi in Libano durante un bombardamento. La famiglia è al centro della sua vita. Il vomito sul pavimento da ripulire, le colazioni, i momenti in cui tutto sembra perfetto. Le decisioni più importanti dell’umanità, afferma, non sono state prese nei saloni dei palazzi, ma nelle cucine, nelle camere da letto, nelle stanze dei giochi. E poi certo, l’impegno politico. Il viaggio nei territori occupati da cui nasce “Il vento giallo” che lo fa licenziare da La voce di Israele ma lo spinge ad abbracciare del tutto la letteratura, i premi prestigiosi in patria e nel mondo, come il Man Booker Prize, la strenua difesa della pace e dei diritti. Inizia a scrivere “To the end of the land”, la storia di una donna che fugge dalla notizia della morte del figlio, proprio quando Uri sta facendo il servizio militare. Per avere l’illusione di essere con lui, di accompagnarlo. Poi la notizia della mina sganciata sul carrarmato, la terra che trema, la vita che va a pezzi. Impossibile continuare  il romanzo. Ma si presentano a casa Yehoshua e Oz. “Questo libro ti salverà” gli dice Buli. Il riemergere poco a poco grazie alla scrittura, anche se costringe a dividere il mondo in due parti ben distinte, quello con Uri e quello senza di lui. Il sacco da boxe che tiene nello studio e che serve a tirare pugni, a scaricare l’odio per gli assassini, fino a farsi sanguinare le nocche perché non usa i guanti da pugile. Sono un dilettante della boxe e del lutto, dice. Tutto avviene nel qui e ora. Perché non esiste un aldilà, non esiste Dio, non ci credo – conclude Grossman – ma se c’è una dimensione in cui mondo ultraterreno e la realtà come la conosciamo si toccano, quella è l’arte. Segue un lungo silenzio, un primo piano dello scrittore i cui occhi si riempiono di lacrime. Poi un mezzo sorriso e il sussurro: è tutto qui.

Adi Arbel, David Grossman in Italia distribuito per Wonder Picture

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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