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Yoram Kaniuk, un eterno ragazzo di fronte alla Storia

L’opera di Yoram Kaniuk (1930-2013), scrittore, artista, personaggio poliedrico tra i più significativi della cultura israeliana dei primi anni dalla fondazione dello Stato. Sara Ferrari ci fa conoscere meglio questo autore e ciò che la sua narrazione di guerra, vita, morte e passione può dire ai lettori di oggi.

Lucido, diretto, indubbiamente scomodo e, a tratti, persino fastidioso: sono questi, diremmo, gli aggettivi meglio adatti a descrivere lo scrittore israeliano Yoram Kaniuk (1930-2013): una voce unica, capace come poche di fissare lo sguardo nella dura verità del reale, la cui esistenza e opera hanno attraversato per intero i primi decenni della storia d’Israele. Di Kaniuk ci piace ricordare soprattutto la penna audace e tagliente, senza però dimenticare l’uomo di cultura avventuriero che è stato anche pittore, critico teatrale, direttore di una galleria d’arte, nonché marinaio e cercatore di diamanti. Il sabra che, pur avendo vissuto a lungo a New York, non ha mai potuto dimenticare il legame unico con la sua città natale, Tel Aviv. Il letterato che soleva citare come principali fonti d’ispirazione la musica jazz, della quale si era innamorato proprio nei club newyorchesi e, forse inaspettatamente per un laico assoluto qual era, la Bibbia, da lui ritenuta un’opera insuperabile sotto ogni punto di vista.

Morte e vita, distruzione e nascita si sovrappongono, infatti, nelle frasi di Kaniuk le quali ben descrivono un conflitto che fu terribile nella sua durezza, per chi uccise e per chi fu ucciso, ma non tralasciano l’orgoglio di quanti sanno di aver attraversato le fiamme di quell’inferno per fondare uno Stato. 

Non servirebbero pretesti per tornare a scrivere oggi di Yoram Kaniuk, tuttavia sfruttiamo la coincidenza della recente uscita in Italia di uno dei suoi romanzi più significativi, Himmo re di Gerusalemme, preceduto di pochi mesi dallo sconvolgente Adamo risorto (già edito, a suo tempo, da Einaudi). Entrambi sono stati pubblicati dalla casa editrice La Giuntina, la quale negli anni scorsi aveva già curato le traduzioni di altri libri non meno importanti di Kaniuk, come Sazio di giorni, Un arabo buono, Pierre e, soprattutto, lo straordinario 1948. La simultaneità di queste pubblicazioni non è stata però la sola spinta a questa breve riflessione sull’opera di Kaniuk. Le vicine celebrazioni per i settant’anni della nascita dello Stato ebraico ci riportano, infatti, a uno dei temi più ricorrenti nell’opera dello scrittore di Tel Aviv, vale a dire la Guerra d’Indipendenza, di cui egli fu testimone diretto. Kaniuk, infatti, aveva diciassette anni e mezzo quando abbandonò la scuola per arruolarsi nelle forze del Palmach. Pochi mesi dopo, durante il conflitto in cui Israele dovette difendersi per la prima volta dalla coalizione degli stati arabi, combatté nei tremendi scontri per la città di Gerusalemme, rimanendo gravemente ferito a una gamba, come ricorda proprio nelle pagine d’esordio di 1948. Ancora prima di addentrarci nella narrazione scorgiamo nella breve dedica del libro il senso profondo di questa guerra per il narratore: “Ai miei amici, morti e vivi della brigata Harel, a Hanoch Kosovsky, prode guerriero, che ama colui che sono e mi disapprova, uomo perbene, assassino, come noi tutti. Con profondo affetto per tutti coloro che sono stati in quell’inferno di macello e sì, hanno anche fondato uno Stato.”

 

Indubbiamente l’aver combattuto in questo conflitto ha rappresentato per Kaniuk – così come per molti altri della sua generazione – un’esperienza, anche formativa ed esistenziale, dominante. Morte e vita, distruzione e nascita si sovrappongono, infatti, nelle frasi di Kaniuk le quali ben descrivono un conflitto che fu terribile nella sua durezza, per chi uccise e per chi fu ucciso, ma non tralasciano l’orgoglio di quanti sanno di aver attraversato le fiamme di quell’inferno per fondare uno Stato. Anzi, lo Stato. Kaniuk non era un eroe impavido ma un soltanto un ragazzo, “uno sbarbatello che andava a fare il soldato per suonarle al nemico”, uno che però “non si arrendeva. Uno che, malgrado avesse paura, vedeva la morte e non si arrendeva”. Ma come può un uomo, un ragazzo, tornare a un’esistenza qualunque dopo aver vissuto tutto questo? Forse dimenticando, sprofondando nell’oblio e nella fuga. O, viceversa, ripercorrendo costantemente negli anni a venire quei giorni di fuoco.

 

Dio ha pietà dei bimbi degli asili;

ma ne ha un po’ meno di quelli delle scuole,

e dei più grandi non ha alcuna pietà

e li lascia soli, ed essi a volte dovranno trascinarsi carponi

sulla sabbia infuocata

per raggiungere in una scia di sangue l’ospedale

da campo.”

 

Così scriveva nel 1955 il poeta Yehuda Amichai, un altro grande protagonista della letteratura israeliana che aveva conosciuto in prima persona l’esperienza della guerra. Come Amichai fu costantemente accompagnato dai ricordi scioccanti degli scontri con gli arabi, lo stesso accadde a Kaniuk. L’indelebile trauma del conflitto non lo abbandonò mai davvero, divenendo, infine, uno dei motivi centrali della sua scrittura, il punto di partenza di ogni indagine sull’identità, sulla storia, sull’esistenza umana. Per questa e per altre ragioni, benché da un punto di vista biografico appartenesse alla generazione letteraria del Palmach, per lo più dedita al realismo e a uno spirito collettivistico potente, di fatto Kaniuk fu più vicino al gruppo successivo, “Dor Ha-Medinah”, la cosiddetta “Generazione dello Stato”, la quale, ormai lontana dai clamori che l’avevano preceduta, si assunse l’onere di raccontare le ferite degli anni ’40. Non a caso, lo stile adottato da Kaniuk, uno stream of consciousness attraversato da una costante ombra grottesca, di sicuro lo avvicina agli altri narratori israeliani che esordirono almeno un decennio dopo la guerra, come Amos Oz e A.B. Yehoshua, per citare i nomi più celebri.

In questo modo, la guerra apre a una riflessione che supera abbondantemente i confini della contingenza storica, nel tentativo di indagare il mistero più sublime di ogni altro, alla ricerca del senso del vivere e, soprattutto, del morire.

Himmo re di Gerusalemme, uscito in Israele nel 1966, rappresentò per Kaniuk il primo altissimo tentativo del difficile processo di elaborazione dell’evento bellico. Il romanzo ci trasporta in uno scenario di guerra mediorientale abbastanza tipico e ben costruito: mentre fuori infuria il terribile assedio alla Città Santa, in un’atmosfera quasi sospesa nel tempo, nel monastero cristiano di San Gerolamo trovano cura e rifugio i soldati feriti, grazie soprattutto alla giovane e solerte Hamutal, lei stessa colpita negli affetti più cari dalla crudeltà dei combattimenti. Tra gli innumerevoli corpi bisognosi di aiuto c’è quello, ormai irriconoscibile, di Himmo.
Proprio lui, Himmo, l’affascinante rubacuori della Città Santa, che il furore delle battaglie ha trasformato in un tronco umano mutilo e cieco, il cui solo desiderio sembra essere quello di esalare l’ultimo respiro. “Sparami, sparami” continuano, infatti, a ripetere le sue labbra.  Ma è davvero questo ciò che chiede Himmo, attraverso quella bocca carnosa e sensuale, estremo residuo fisico di una giovinezza dirompente che non è più? Himmo è quello che Roberto Vecchioni chiamerebbe il “soldato eterno”, simbolo di un’età spensierata e lieta cui la guerra ha deviato bruscamente il cammino, assegnandolo a un destino di sofferenza terminale inaudita.

 

In questo modo, la guerra apre a una riflessione che supera abbondantemente i confini della contingenza storica, nel tentativo di indagare il mistero più sublime di ogni altro, alla ricerca del senso del vivere e, soprattutto, del morire. Non  è questo forse il compito di ogni grande scrittore, fare delle sofferenze e dei traumi personali una narrazione di respiro universale, capace di trascinare chiunque si accosti alla propria opera? In Himmo re di Gerusalemme le esperienze individuali dell’autore letteralmente divengono carne e sangue, sudore e passione, obbligandoci ad affrontare alcuni interrogativi fondamentali: che cos’è l’esistenza del singolo e quale valore possiede? Che cosa rappresentano le nostre piccole vite al cospetto dell’enorme corso della storia?

 

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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