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Elezioni europee, un esercizio collettivo di democrazia

Perché è importante andare a votare il prossimo 26 maggio

Mancano pochi giorni, ormai. L’ultimo week-end di maggio, 500 milioni di cittadini circa saranno chiamati ad una delle più grandi “esercitazioni collettive” di democrazia: le elezioni europee.
Ci interessa? Cambierà qualcosa nelle nostre vite? E dal punto di vista della minoranza ebraica, che importanza hanno?

Intanto val la pena ricordare il quadro generale, che è il seguente: le elezioni europee hanno una pessima fama. Nel senso che, storicamente, sono tra quelle più “snobbate” dagli elettori, in Italia e non solo. I motivi sono vari, ma volendo semplificare, principalmente tre:
che di europeo, ogni santa volta, queste elezioni sembrano agli occhi dei cittadini avere ben poco, visto il palese tono interno – diciamo pure auto-referenziale – del dibattito che le precede e dei riflessi che gli stessi leader politici da esse si attendono (vero, tranne rari casi);
che il voto di ciascuno, comunque sia, conterà ben poco, considerato che il Parlamento Europeo che siamo chiamati ad eleggere conta come il due di picche (vero a metà, e falso in ugual parte, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che pur continuando a negargli ogni potere d’iniziativa legislativa ne ha aumentato significativamente il peso politico);
che le decisioni europee sono comunque troppo “lontane” e incidono poco, in fin dei conti, sulla nostra vita di tutti i giorni (decisamente falso – verificare i costi per le chiamate oltreconfine, la lista delle destinazioni Erasmus del proprio ateneo o le regole sulla protezione dei dati personali).

Questa volta, comunque, un po’ tutti sembrano fare sul serio. Le istituzioni dell’Ue, che per l’occasione hanno lanciato una grande campagna per assicurare la massima partecipazione elettorale. E quelli che, a grandi linee, sembrano avere tutte le intenzioni di “picconarle”: i variamente denominati nazional-populisti di ogni Paese che, c’è da giurarci, faranno appello altrettanto determinato all’affluenza alle urne per lo scopo esattamente opposto.

Stare a casa, insomma, il prossimo 26 maggio non sarà un’opzione. Certo, se vi dicono che sarà un referendum tra due visioni contrapposte dell’Europa, non ci credete. Sarà un referendum tra diverse visioni del futuro politico del continente, come in tutte le elezioni democratiche: quella sociale-solidarista, quella progressista moderata, quella liberale, quella conservatrice, quella revisionista/xenofoba – con tutte le sfumature del caso. Ma di certo una tra queste, l’ultima, costituisce un pericolo mortale per l’Europa stessa, e anche per la stabilità delle comunità ebraiche che in essa fioriscono da secoli.

Allarmismi esagerati? Facciamo come nei processi, e raccogliamo le prove.

Primo, la tolleranza. Parola antica, dimenticata, superata forse, ma molto chiara. Cosa contraddistingue, in fondo, una democrazia compiuta da un sistema autoritario o semplicemente da forme di democrazia “parziali”? Nient’altro che la tolleranza piena della diversità – sia essa politica (competizione aperta tra i partiti), culturale (libera espressione delle proprie idee), religiosa. Possiamo fidarci da questo punto di vista dell’Europa che ha in testa il leader italiano del momento, Salvini, insieme a Di Maio? La domanda è quanto mai seria. La risposta, purtroppo, decisamente negativa. Il vero driver del consenso politico della maggioranza – come dimostrano regolarmente i risultati elettorali locali – è stato in questo primo anno con tutta evidenza lo sdoganamento del più basso degli istinti predatori: quello che prende di mira il diverso, l’ultimo. Non è razzismo conclamato, certo, ma basta poco per rendersi conto della facilità del salto. Il politico non ha bisogno di spingersi fino all’aperto dileggio etnico-culturale; gli basta suggerire, lasciar intendere, solleticare: a trarre le conclusioni e vomitare i peggiori insulti, sui social o al bar, penseranno i cittadini finalmente legittimati. Se non si pone un freno a questa deriva, le minoranze di tutti i generi sono in pericolo: qui, nel 2019; non tra dieci anni.

Secondo, le istituzioni. Se c’è una lezione che l’Europa, e l’Italia per prima, ha imparato dalle pagine più buie del Novecento, è l’importanza di avere organi di garanzia forti e autorevoli a fare da contrappeso al potere dell’esecutivo. Vale in campo politico, certo, ma anche giuridico, economico, culturale. È difficile ignorare che dalla Polonia all’Ungheria sino agli “allievi” giallo-verdi italiani, la vera fibra riformatrice europea dei neo-populisti stia proprio nell’agenda di attacco frontale, lento ma ostinato, alle istituzioni indipendenti. Dalla stampa alla magistratura, dalla Banca Centrale alle authorities, non c’è potere di garanzia che non sia stato messo nel mirino dai governanti populisti, o aspiranti tali, di tutta Europa. Sa di vecchio, non di nuovo, ed è indigeribile. E passare dalle parole ai fatti, ossia dalle minacce alle norme restrittive delle libertà, è il più naturale dei movimenti, come dimostrano i “maestri” Orbàn e Kaczynski.

Terzo ed ultimo, il convitato di pietra: l’antisemitismo. Il macigno storico della Shoà, insieme col vincolo politico dell’Ue, impedisce ad ora ai governi di usare apertamente argomenti del genere. Ma la martellante campagna di Budapest contro il finanziere George Soros ne è il perfetto, e terrificante, sostituto: quando certi termini non si possono usare, le immagini parlano a dovere. Alludono anche meglio, anzi. E anche in questo caso, dallo “scivolone” sui Protocolli dei Savi di Sion dell’onorevole Lannutti alla propaganda elettorale di Fratelli d’Italia, i fidi alleati di Salvini prendono appunti. Possibile che leader politici che si professano orgogliosamente “amici di Israele” accettino di giocare col fuoco antisemita? Possibile, anzi probabile: per il vero o presunto consenso, nella democrazia dei like, questo ed altro.

Un invito a partecipare

C’è da avere i brividi, ed è giusto così. Poi però, quei brividi vanno trasformati in azione. Perché le forze democratiche, in Italia come nel resto d’Europa, sono fortunatamente solide e resistenti: guardare a Danzica, ad esempio, per credere. Ma c’è bisogno di una mobilitazione reale per assicurarsi che gli “istinti predatori” di cui sopra siano sconfitti e riconsegnati al luogo che meritano: il cassetto impolverato della Storia.

Con l’input più sano che ci sia, il voto di 500 milioni di cittadini, l’Unione ha insomma certo bisogno di una profonda “rinfrescata” per rispondere in maniera più concreta alla frustrazione sociale e perfino culturale di una fetta crescente di europei. E sulla scheda a fine maggio, fortunatamente, troveremo come sempre un ampio arco di proposte su come farlo (se i partiti tradizionali non scaldano il vostro entusiasmo, già mesi fa qui abbiamo fatto il punto su una serie di forze assai interessanti che continuano a restare fuori dai radar dei media tradizionali). All’orizzonte però, c’è altrettanto certamente un pericolo inequivocabile per la solidità di un’Europa plurale. E una minoranza con occhi e orecchie vigili deve non solo dribblarlo, ma lavorare attivamente perché venga respinto dalla maggioranza schiacciante degli europei.

 

Simone Disegni
Collaboratore

Politologo di formazione, giornalista di professione, si occupa in particolare di politica italiana ed europea. Già impegnato nel lancio del festival Biennale Democrazia a Torino e del think-tank ThinkYoung a Bruxelles, lavora per Reset e Good Morning Italia e collabora con altre testate nazionali.


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