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Joi with
First class refugee: una conversazione con Lizzie Doron

Una mattina con Lizzie Doron, parlando delle sue ultime opere, di come si possa essere cittadini di due città, dell’essere popolo ebraico, e di tutto ciò che sta nel mezzo.

È una mattina afosa a Tel Aviv, con il sole che si fa solo intravedere dietro a un cielo grigio e quasi soffocante. Lizzie mi accoglie sorridente nel suo bell’attico a nord di Tel Aviv e, appena entrato, noto due valigie, una aperta e una chiusa, appoggiate su un sofà all’ingresso. “Sono arrivata da poco da Berlino” mi dice rispondendo al mio sguardo interrogativo “e tra poco riparto; la mia vita ormai è così…”. Mi apparirà chiaro poi che il suo essere sempre in viaggio in realtà nasconde, dietro alle necessità professionali di seguire gli impegni legati ai suoi libri in giro per il mondo, uno stato d’animo di vero e proprio sradicamento.

Lizzie è nata nel 1953 a Tel Aviv, ma ha vissuto poi diversi anni in kibbutz prima di ritornare in città; ha un vestito chiaro e leggero, i capelli biondi e ricci che faticano a rimanere raccolti e occhi che ti squadrano dietro ai suoi grandi occhiali da vista. Mi offre subito un ottimo caffè con ghiaccio (espresso mi fa notare con orgoglio, avviando la macchinetta con le cialde) e subito inizia a spiegarmi il perché di una sua certa perplessità iniziale quando, telefonicamente dall’Italia, le proposi di incontrarci raccontandole di JOI e della situazione dell’ebraismo italiano. “Quando hai iniziato con la parola Jewish, pensavo mi volessi coinvolgere in qualche iniziativa di carattere religioso o comunque in una delle tante istituzioni ebraiche della diaspora e, come ben sai, io ho da sempre una concezione molto aperta e laica del mio essere cittadina ebrea nel mondo. Ho sempre pensato e vissuto il mio “ruolo” di ebrea all’interno della società combattendo per l’uguaglianza, i diritti umani e la libertà di espressione”.

Ritrovo Lizzie proprio come la conobbi a Milano in occasione del festival Jewish and the City: un’icona in Israele come voce pubblica per Yom Hashoà, ma anche unica, originalissima e appassionata testimone di una concezione laica e civile dell’essere donna ed ebrea nel mondo di oggi. Le chiedo quindi di spiegare a JOI come è nata la decisione di iniziare a suddividere la sua vita a metà tra Berlino e Tel Aviv.

“Prima di tutto – racconta – non è stata una vera e propria decisione: le cose a volte ti capitano senza che tu sia in grado di controllarle. Avevo appena scritto un libro che raccontava di un ragazzo palestinese e ne ero molto orgogliosa; sentivo di aver fatto qualcosa di nuovo e importante e volevo assolutamente poter raccontare questa storia ai miei lettori (si tratta di Cinecittà; ed. Giuntina). Erano i tempi della guerra a Gaza, avevo anche vissuto di nascosto con la famiglia di questo ragazzo e sentivo di aver subito una trasformazione molto profonda: per la prima volta avevo deciso di ascoltare la storia del  “nemico” e avvertivo l’urgenza di condividerla. Purtroppo in Israele il mio editore non fu disponibile e tutti insistevano perché io rimanessi la voce a cui erano abituati, quella che avrebbe dovuto continuare a raccontare la storia delle “seconde generazioni”. In quel momento fu l’editore tedesco che comprese subito l’importanza e la qualità di questo libro e decise di pubblicarlo. Poi, in realtà, c’è forse un altro aspetto che vorrei raccontarti ed è un segreto legato alla figura di mia madre. Mia mamma veniva dall’Europa dell’Est, era nata a Vienna e si rendeva conto che in quel periodo la cultura germanica non era certo ben accetta, ma in qualche modo ha fatto si che io respirassi quell’aria. Io non parlavo il tedesco, ma riuscivo a comprenderlo perché lei spesso lo parlava durante le notti e si rivolgeva a me in quella lingua misteriosa spiegandomi anche che era una lingua vietata in Israele e che quindi non avrei mai dovuto usarla in pubblico. È come se qualcosa di “vietato” mi unisse a lei. Questo è uno dei tanti segreti mantenuti nel mio rapporto con mia madre e chissà, forse è proprio in questa nascosta connessione tra quel segreto e la decisione del mio editore tedesco che si trova la vera risposta alla tua domanda.

La conversazione si interrompe, Lizzie risponde al telefono due o tre volte scusandosi e dicendomi che ogni volta è così: “Quando sono qui,  le mie giornate si accelerano come se dovessi fare tutto in metà del tempo perché poi si riparte…”.

Le domando come vive questo periodo della sua vita, riprendendo da dove avevamo interrotto. “Sono più tranquilla ora, forse perché ho compreso che desidero raccontare una sola storia, una storia di tutti: non si tratta più di dividere la narrazione delle seconde generazioni, la mia storia personale, da quella della realtà che mi circonda. Si tratta di una sorta di continuità ideale che oggi sono in grado di comunicare come se avessi imparato a guardare fuori da una bolla… E così riscopro i legami segreti tra i sogni di mia madre, i miei ricordi da bambina e la Berlino di oggi: un luogo che celebra la cultura dell’accoglienza, che ancora combatte per i diritti e i valori in cui credo e che, non ultimo, mi ha ridato una voce.

Mi sento come un profugo,

rifiutato dal proprio Paese che non vuole più ascoltare le sue storie

Lizzie si ferma, guardando lontano verso il mare che ora finalmente si intravede, grazie a una leggera brezza che ha spazzato la calda e grigia umidità della mattina. Mentre riprende a sorseggiare il suo caffè, le chiedo se questa  nuova situazione stia in qualche modo cambiando anche il proprio modo di scrivere.

“Mi piace questa domanda, risponde sorridente, “e anche qui devo dire che non è stato tutto pianificato, ma è come se le storie venissero da me per farsi raccontare, le storie ascoltate da altre persone e quelle che nascono dai miei ricordi. Come ogni scrittore e come mi è sempre capitato, raccolgo le storie intorno a me: solo che ora mi ritrovo sempre più a trattare di temi legati all’identità e alla ricerca della propria “casa. Voglio darti in anteprima il titolo del mio prossimo romanzo che si chiamerà “First class refugee”: in un certo modo, mi sento proprio come un profugo (anche se di “prima classe”), rifiutato dal proprio Paese che non vuole più ascoltare le sue storie. Non sono ovviamente l’unica in questa condizione, ci sono i veri profughi dal Sudan, dall’Etiopia che scappano dai luoghi che non permettono più una vita dignitosa e che non consentono di seguire più i propri sogni e ideali. Per me sta diventando una condizione simile: mi sento come se i miei valori e i miei racconti mi facessero sentire meglio quando sono a Berlino, mentre la mia lingua e la mia storia sono rimaste a Tel Aviv. E non è un caso che menzioni due città e non due Paesi: oggi, per me, la questione identitaria è legata ai luoghi, alle città e non alle nazioni…”.

Mi spingo a chiederle se può darci qualche anteprima sul libro e Lizzie sorride. “Sono ancora in mezzo alla storia, è un romanzo che parla di me e in cui cerco tutte le possibili radici che mi possano legare alla Germania in modo da trovare una buona scusa per rimanere a Berlino! E vedrai che il libro risponderà a tutte le tue domande”. Ridiamo, ma è un attimo e Lizzie ridiventa seria e riemerge quella triste inquietudine che non l’ha mai abbandonata durante la nostra conversazione. “Siamo ebrei destinati sempre a ricercare la propria casa, senza sosta, alla ricerca di un rifugio sicuro e senza mai sapere con certezza quale sia questo posto. E Israele sembra oggi rappresentare il sogno di questa certezza, ma chissà se è proprio così… Io mi rendo conto di essere una privilegiata ad aver trovato due città, ma in realtà si tratta di una questione più profonda legata alla nostra identità e al nostro senso di appartenenza. Da come mi raccontavi al telefono, mi pare che anche voi in Italia vi poniate le stesse domande: “qual è il mio posto nel mondo; qual è la mia comunità; come deve essere il mio legame con Israele; Israele è solo un rifugio virtuale o un vero rifugio in caso di pericolo?”.

Poi Lizzie ritorna all’evoluzione della sua scrittura spiegandomi come in realtà scriva ovviamente sempre in ebraico, ma senza avere la possibilità di poter leggere la versione pubblicata perché in una lingua che ancora non padroneggia completamente. “È assurdo, però divertente: i  lettori leggono il mio libro in una lingua che non è la mia. Così capita che quando devo scrivere “torta di mele”, scrivo direttamente “apfelstrudel”; ormai uso sempre più spesso parole  inglesi o tedesche. Ecco come è stato fatto a pezzi il mio ebraico!”

Il tempo è volato e Lizzie deve prepararsi per un matrimonio nel deserto previsto a mezzogiorno. “Moriremo di caldo”  dice ridendo. Le propongo allora di chiudere la nostra conversazione con un messaggio per i nostri amici di JOI ed in particolare per i più giovani. “Sono coloro che possono rompere i confini e oltrepassare i limiti” afferma seria. “Penso che sia proprio in momenti come quello in cui stiamo vivendo dove spesso la democrazia è in pericolo che dobbiamo far sentire la nostra voce e impegnarci  per ottenere la libertà. E ciò non riguarda solo noi come ebrei, ma noi come cittadini del mondo. Mi piace pensare che si riesca prima o poi ad appartenere a un Paese “alternativo”, il Paese della libertà e dell’uguaglianza. E anche in Europa è necessaria questa testimonianza: noi dobbiamo imparare ad aprire i nostri confini. Allora potremo dire che siamo tutti jewish, open and inclusive!”.

Daniele Cohen
Vice Presidente

Dirigente nel settore finanziario, è stato Assessore alla Cultura della Comunità di Milano, nonché la mente ideatrice del Festival Jewish and the City.


1 Commento:

  1. A magnificent interview–incredibly important and beautifully written. Congrats a Daniele–a real talent.

    Unbfortunately what she said at the end is true–we must all be aware and caredul of what is happening to democracy–in Israel,Italy and the US

    David


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