L'agenda di Joi
Cultura
Il caso Germania: sanzioni ai no vax che paragonano l’Olocausto ai vaccini

Condannato a 1800 euro di multa un uomo che sui social aveva scritto «Nel passato a gente veniva uccisa nelle camere a gas, oggi le persone vengono gasate attraverso le mascherine»

Non è per nulla un caso se a sentenziare contro il ricorso insolente a inconsistenti paragoni storici per descrivere il presente, ossia per qualificare l’atteggiamento polemico nei confronti di aspetti problematici di esso, sia stata per prima la Germania. Infatti, sulla scorta di un secco e incontrovertibile pronunciamento del tribunale di Wandsbeck, un distretto metropolitano di Amburgo, l’accostare il passato più tragico, ossia quello dello sterminio delle comunità ebraiche europee, al “trattamento” riservato a quella parte di popolazione che rifiuta di vaccinarsi o di assumere le abituali misure di prevenzione contro la pandemia, costituisce non solo una deliberata falsificazione dei fatti (di quelli trascorsi così come di quelli odierni) ma anche un’immediata lesione dei diritti della collettività. Come tale, un simile stato di cose deve essere sanzionato giuridicamente con una pena appropriata. Cosa che per l’appunto il tribunale si è incaricato di fare.

La questione era sorta quando l’imputato chiamato in giudizio aveva scritto su un social media che mentre nel passato «la gente veniva uccisa nelle camere a gas, oggi le persone vengono gasate attraverso le mascherine». Per il giudice – chiamato ad affrontare la querelle che era nata dalle risposte piccate, dallo sdegno e dalle denunce seguite alla provocazione – l’affermazione in sé banalizza, oltre ogni limite di sopportabilità, le sofferenze causate dai nazisti agli ebrei. Quindi, ne costituisce una negazione di fatto. L’imputato si era debolmente difeso in tribunale sostenendo di volersi riferire al ricorso alle camere a gas con cui sono state eseguite alcune sentenze di condanna a morte negli Stati Uniti. Cosa alla quale nessuno ha voluto (né potuto) credergli, anche perché da tempo negli Usa non si fa più uso di un tale strumento. Ne è quindi seguito un verdetto che lo ha condannato ad una pena pecuniaria, un’ammenda di 1.800 euro.

La sentenza è destinata a non rimanere isolata, costituendo semmai un precedente giurisprudenziale al quale altri tribunali possono ispirarsi. Soprattutto – ed è forse questo il punto più rilevante – è la prima manifestazione di una volontà coattiva da parte delle autorità pubbliche contro la demenza dell’antivaccinismo militante. Ovvero, nel momento in cui quest’ultimo cerca di trasformarsi in uno strumento di manipolazione e mistificazione del pensiero collettivo, ispirandosi ad una «libertà» di scelta che è solo un grimaldello per cercare di scardinare la coesistenza civile. Per capirci: l’accostarsi alle vittime del nazismo per definire la propria condizione di aggressivi e intolleranti avversatori delle misure antipandemiche è un esercizio negazionista a tutti gli effetti. Il Land della Baviera, infatti, non a caso regione dove si registra una consistente presenza di cittadini scarsamente disponibili alla vaccinazione nonché contrari ai controlli amministrativi di prevenzione e profilassi, ha già annunciato l’intenzione di contrastare la diffusione di messaggi negazionisti rispetto alla pandemia in corso, sanzionando chiunque accosti pubblicamente le misure di contenimento del Covid-19 alle trascorse violenze naziste. A tale riguardo, sarà anche vietato esporre la Stella di David nel corso delle manifestazioni di protesta. Lo stesso governo federale tedesco parrebbe oramai pronto a seguire un tale indirizzo, nel tentativo di impedire, o comunque di limitare, la diffusione di quelle demenziali comunicazioni che creano un pericoloso parallelo tra barbarie nazista e le norme di igiene collettiva che cercano invece di salvare più vite possibili.

Peraltro, il collegamento tra il Coronavirus e la Shoah preoccupa tanto più dal momento che nella stessa Germania le formazioni della destra radicale stanno da tempo cavalcando la protesta contro le misure di contenimento del Sars-Cov 2. Alternative für Deutschland, ad esempio, parla oramai apertamente di «dittatura dei vaccini», prendendosela nel contempo con gli immigranti che arrivano soprattutto dai paesi dell’Europa orientale. I quali sono additati come untori, ossia diffusori, consapevoli o meno poco importa, del virus. In Sassonia e in alcuni Länder dell’ex Germania est, dove il partito estremista supera il 20% dei consensi, le percentuali di vaccinati sono tra le più basse del Paese. Il numero dei contagiati, di conseguenza, è quattro volte superiore rispetto alla media nazionale.

In linea di principio, nella stessa Repubblica federale tedesca il codice penale è estremamente severo nei riguardi di chi si esprime pubblicamente con manifestazioni, atteggiamenti e affermazioni che rimandino all’apologia del nazismo. Il negazionismo olocaustico, ossia la condotta di chi afferma apertamente che il regime hitleriano non avrebbe mai sterminato gli ebrei, rientra nella tipologia di reati che sono ascrivibili al compiaciuto panegirico del passato più truce. Come tale, è perseguibile dai tribunali. Per inciso, la negazione dell’evidenza si dà non solo quando si occulta la tangibilità materiale e fattuale di determinati eventi criminosi di rilevanza collettiva, certi ed assodati, ma anche nel momento in cui si fa ricorso alla memoria di essi piegandola, con una strumentalizzazione improponibile, alla lettura di fatti del tempo corrente.

Accostamenti, assimilazioni, associazioni, uniformazioni tra i più tragici delitti trascorsi e i problemi del presente, con l’obiettivo di accreditare l’ipotesi che ciò che avviene ora sia parificabile a quanto era successo nei periodi più bui dell’umanità, non costituiscono esercizio di libertà di espressione del pensiero ma una sua deliberata alterazione. Come tale sanzionabile. In quanto ha ad oggetto il plagio dell’opinione pubblica. A tale riguardo, va detto che la nozione di negazione, in quanto fattispecie penale, è assai più ampia di ciò che potrebbe altrimenti derivare dalla sola rimozione intenzionale del passato per cancellarne il precipitato sulla coscienza civile dell’oggi. Si estende infatti anche al suo ricorso banalizzante, per intendersi quello per cui si afferma che se c’è stato uno sterminio razzista questo si ripete nella condotta delle autorità nazionali quando esse assumono misure di tutela della salute pubblica.

In Germania, peraltro, le sanzioni contro l’apologia del nazifascismo si spingono al divieto del saluto romano. Particolare attenzione è poi dedicata dalle autorità di polizia nei confronti del web, laddove possono circolare messaggi nostalgici o comunque offensivi nei confronti della dignità delle vittime della dittatura nazionalsocialista. I filtri che sono stato adottati fino ad oggi hanno tuttavia funzionato solo parzialmente. Il radicamento del neonazismo, in Germania, è infatti consistente e non di certo estirpabile con la sola leva giudiziaria. Rimane il fatto che, al pari di quanto sta avvenendo in diversi altri paesi europei, tra cui la stessa Italia, da tempo il radicalismo di destra sta cercando di apparentarsi con quei gruppi di protesta che manifestano il loro disagio sociale negando l’evidenza della realtà oppure opponendosi ad essa in modo tale da arrecare danno alla collettività nel suo complesso.

Una sponda significativa, al riguardo, è offerta dalla condotta di una parte delle classi dirigenti dell’Europa orientale, soprattutto quelle di stampo neoconservatore, tradizionalista ed antieuropeista, che stanno rivelando più di una falla nella campagna di contrasto alla diffusione della pandemia. La debolezza e lo scetticismo di queste ultime, infatti, costituisce una sponda importante per amplificare i messaggi deliranti contro il «pensiero unico», i «poteri forti», l’«informazione mainstream» e tutto ciò che viene identificato come espressione delle società costituzionali e democratiche. Il punto di sintesi è, molto spesso, la descrizione dell’Unione europea come di un sistema dittatoriale che stritola i «popoli», in ragione di un inconfessabile calcolo d’interessi materiali.

Il tracciato ideologico comune alla destra estrema, illiberale e populista, d’altro canto si identifica e racchiude in una fittizia analisi della globalizzazione, che si traduce a sua volta nella denuncia del potere delle élite finanziarie, identificate ancora una volta con la «finanza giudaica», i cui progetti punterebbero alla trasformazione delle società occidentali in comunità sempre più «multirazziali», ibridate e assoggettate al piano che intenderebbe procedere alla sostituzione della popolazione lavoratrice «bianca» e «cristiana» con quella di colore, proveniente dai paesi più poveri del pianeta. Anche la pandemia da Covid-19 è quindi interpretata come una manovra orchestrata da quanti si starebbero adoperando per l’instaurazione di un feroce dominio all’insegna del «pensiero unico». Nelle élite si individua la causa di ogni complotto, da esse vigliaccamente promosso per tutelarsi e quindi spogliare le società delle loro prerogative. Da qui, pertanto, la difesa del «povero bianco», che perderebbe diritti, risorse, e spazi, abbandonato a sé e ingiustamente colpevolizzato. Da qui anche il muoversi «in nome del popolo», promuovendo movimenti contro la «dittatura sanitaria», in difesa del Welfare State per la sola popolazione autoctona, ribadendo la centralità dei confini sovrani e contro qualsiasi forma di integrazione degli immigrati, in una «sorta di strategia della tensione xenofoba» (così lo studioso Saverio Ferrari) che cerca di saldare le paure dei tanti, rispetto ad un futuro incerto, inserendole dentro un disegno antidemocratico.

Rimane un’ultima considerazione, in sé comunque significativa, riguardo all’apparente cortocircuito tra antisemitismo, negazionismo e spregiudicato ricorso alle immagini dello sterminio. Poiché si potrebbe obiettare che chi nega la Shoah non dovrebbe avere nessuna ragione, né tanto meno interesse, nel fare propri i simbolismi (la Stella di David, il tragico e clownesco “pigiama” che era imposto ai deportati, i richiami ad Anne Frank e molto altro) che sono e rimangono tra i tanti marcatori di tangibilità e veridicità di una tragedia incommensurabile. Ed è proprio questo il punto: nel dispositivo ideologico negazionista coesiste il rifiuto radicale di riconoscere alle vittime del passato ciò che hanno effettivamente subito insieme alla necessità di dichiararsi, per parte propria, le “autentiche vittime” della storia. È come se i negatori dicessero: “non vi riconosciamo nulla poiché siamo noi i veri martiri”. E se per l’opinione pubblica la metonimia del male è Auschwitz, “allora siamo noi quelli che ne fanno reale esperienza, per esempio attraverso l’inoculazione dei vaccini o l’imposizione di un’attestazione digitale, il Green Pass, che è solo un subdolo strumento di controllo della popolazione e di distruzione delle sue residue libertà”.

Non si cerchi coerenza e razionalità in tutto ciò se non pensando al fatto che l’ideologia nera da sempre si nutre di fanatici capovolgimenti della realtà, letteralmente frantumata, decomposta e poi sversata, come una sorta di liquame tossico, nei condotti della comunicazione pubblica. Il punto da cui ripartire è quindi questo: come ci si deve difendere da un tale avvelenamento, stabilendo – nel nome dell’effettiva libertà di tutti – che gli incubi non hanno nessun diritto di rivendicare una qualche cittadinanza. E no, così come non è vero che “uno vale uno”, del pari è altrettanto falso che la licenza dell’uno sia più importante della libertà di tutti.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *