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Cultura
Il colonialismo in Etiopia attraverso le pagine di una grammatica di amarico

Questioni identitarie nell’Italia fascista

Una dozzina di anni fa, quand’ero nel bel mezzo di un percorso di studi in lingue orientali, mi infatuai dell’etiopico. Dell’alfabeto etiopico, di quella sua eleganza primordiale (una considerazione un po’ orientalista, a pensarci bene). Era successo con l’ebraico, con quei suoi caratteri squadrati che promettevano di dischiudere una sostanzialità universale e luminosa. E ci ricascai con l’etiopico. Con la differenza che, all’epoca, a Venezia, non vi era un insegnamento di etiopico, ge’ez (antico) o amarico (moderno) che fosse. Non si trovavano nemmeno grammatiche in biblioteca – e l’internet non era ancora quella biblioteca borgesiana di scienza che è diventata oggi. Un giorno, però, venne in soccorso del mio prurito cognitivo un caro amico che mi donò un volumetto ingiallito in brossura, recuperato da un libraio antiquario ferrarese. Il titolo era Lezioni di lingua amarica, pubblicato a Padova nel 1937. L’autore era Enrico Richetti. Una grammatica coloniale, dunque, che inaspettatamente celava in sé un cortocircuito culturale assai curioso: Richetti, sottotenente di fanteria nella missione fascista in Etiopia, aveva origini ebraiche. Il che porta a interrogarsi sulle complesse interazioni tra identità ebraica, fascismo e colonialismo. Interazioni troppo complesse e diversificate per poter essere districate in questa sede. Sfogliare con senso critico le pagine delle Lezioni di lingua amarica, tuttavia, può essere utile a comprendere quale fosse la percezione dell’Etiopia da colonizzare e la rappresentazione dei colonizzatori negli occhi di un convinto sostenitore del regime fascista – poco prima della sua estromissione dall’incarico militare in corrispondenza dell’emissione delle leggi razziali del 1938.

Enrico Felice Richetti, nato nel 1910, apparteneva a una famiglia ebraica di origine goriziana. Dopo un periodo trascorso a Venezia, dove Enrico e i fratelli minori Giorgio e Giulio frequentano il ginnasio Foscarini, nel 1926 la famiglia Richetti si stabilisce a Rovigo, dove il padre Elia Vita lavora per la Banca Popolare del Polesine. Enrico, che si laureerà in Giurisprudenza e in Lettere, lavora per l’Associazione Industriali fino al 1935 – quando perde l’impiego per la sua attitudine critica nei confronti dell’impresa coloniale fascista. Diventa quindi rappresentante editoriale a Ferrara e insegnante privato a Bologna. Nel febbraio nel 1936, però, decide di prendere parte a una spedizione in Etiopia, così da dimostrare la propria fedeltà al regime fascista. Di stanza ad Addis Abeba, nell’estate del 1936, compila le Lezioni di lingua amarica. Sancite le leggi per la difesa della razza, la situazione non farà che precipitare per Enrico e i familiari, fino alla sua morte il 6 gennaio 1945 a Dachau, a trentaquattro anni.
Ma veniamo a quella finestra sul colonialismo che le Lezioni di lingua amarica possono offrire. Il libro, che per ragioni tipografiche (i caratteri mobili etiopi non dovevano essere a portata di ogni editore) è vergato a mano dall’autore, si apre con una prefazione che sottolinea l’intento “eminentemente pratico” del manuale. “Ma il mio programma non è quello di dire cose nuove o di dirle meglio degli altri che con maggiore autorità mi hanno preceduto; io intendo solo che il mio libro serva a dare al militare, al colono, a chiunque deve vivere nell’Impero, nozioni chiare, facili, utili della lingua che più diffusamente vi si parla”. Dalle parole dell’autore è evidente la volontà di offrire uno strumento efficace, lontano dall’erudizione accademica, per la vita di tutti giorni degli italiani in Etiopia. E qualche squarcio della vita dei coloni fascisti emerge tra le righe dei testi, dei dialoghi e degli esercizi riportati da Richetti. La conversazione che segue – dove l’italiano è storpiato per seguire la cadenza sintattica dell’amarico – sembra trasmettere una presunta atmosfera placida e distesa tra milizie fasciste e i civili etiopi:
“Caffè vuoi?
Non voglio.
Liquori vuoi?
Sì, dammene.
Biscotti anche?
Sì, ho fame.
Mangia.
Il tuo capretto vendimi.
Quanti talleri mi dai?
Quattro talleri ti do.
Va bene, compera.
Tuo è?
Mio; ladro non sono.
Bene! Ora il capretto è mio.
Tuo è; grazie.
Sano passa la giornata.”

Certo, sembra saggio appurare che la persona con cui si stanno imbastendo affari sia l’effettiva proprietaria della mercanzia in ballo, senza pericolo che qualcuno si offenda. Poche lezioni più avanti, il testo non trascura di insegnare i convenevoli:

“Il bel bambinello, guardalo! […] Signora, quanti mesi ha?
Cinque mesi ha, è femmina.
Nella casa dentro entriamo, amico mio.
Entriamo.
Un bel quadro della terra e del mare c’è.
Il quadro comperare vuole, signore?
Lo voglio; per quante lire?
Non so: mio marito non c’è.
Quando viene?
Di sera viene.
Domani qui per comperare verrò.
Grazie.
Sani state, signora e bambino mio.”

Ancora una volta, una delle principali occasioni in cui l’italiano doveva confrontarsi con la popolazione autoctona nella lingua di quest’ultima è lo scambio di merce. Da effettuarsi preferibilmente tra uomini, riservando una cortese “small talk” alle consorti.
Con l’avanzare del livello di difficoltà, il lettore dovrebbe acquisire la capacità di tradurre dall’italiano all’amarico brevi testi dall’evidente sapore retorico:
“L’esercito del potente re d’Italia è entrato in Addis Abeba. Ma il soldato italiano non uccide il soldato abissino. Il soldato del Negus alza la mano e chiede la pace dicendo: Fuggì il mio vile signore; io combattei per lui ma egli non combatté per l’Etiopia, per il mio paese. Io voglio pace lavoro giustizia per l’Etiopia: il governo italiano ci darà pace e ricchezza. Il soldato italiano è generoso e giusto: risparmia il suo nemico e gli tende la mano; ma col moschetto uccide il ribelle. Stia attento l’uomo d’Etiopia e lavori con diligenza.”

È un’interessante proiezione culturale quella per cui un italofono immagina di far pronunciare in amarico a un cittadino etiope parole di sottomissione e fedeltà al neo-vittorioso impero fascista. A riprova che anche uno strumento di potenziale acculturazione, come una grammatica di lingua etiopica, possa contribuire al contempo – più o meno consciamente – al radicamento dell’ideologia coloniale fascista stessa.
A complicare la stratificazione (gerarchica?) di identità culturali, rimane la questione delle origini ebraiche dell’autore, Enrico Richetti. Origini che non trapelano dalle pagine delle Lezioni di lingua amarica, le quali sono in effetti concepite per il cittadino dell’Italia fascista, nella quale Richetti doveva percepirsi assimilato. Fino a che il regime politico che egli stesso aveva sostenuto gli si rivoltò contro, denudando ancora una volta, in tutto il suo orrore, il nervo scoperto dell’antisemitismo in Italia.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


1 Commento:

  1. Deliziosa e insieme tragica vicenda. Grazie del racconto e della scoperta, piccolo omaggio postumo ad Enrico Richetti figlio dei suoi tempi


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