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Il cuore nero e la guerra in Ucraina come laboratorio di estremismi – Parte tre

Il fenomeno della presenza mercenaria, presentata all’opinione pubblica come esercizio di volontariato idealistico, è parte dei conflitti odierni, tra società di ingaggio per contractor e filiere di organizzazioni politiche che inviano alcuni loro militanti ad operare nelle zone di guerra

Che il Dombass fosse la culla dei radicalismi, con una per nulla imprevedibile convergenza, sia pure da opposti lati del fronte, di neofascisti, neonazisti, islamisti di ogni genere e risma, come anche di qualche residuato bellicoso del comunismo sovietico, lo si sapeva da tempo. Quelle guerre di attrito che chiamano in causa la popolazione civile, spaccandola al suo interno – quand’anche a giustificare ciò sia un mero pretesto (essere russi, essere ucraini, essere entrambe le cose, ovvero non essere nulla) – e quindi logorandola per anni, sono l’ideale laboratorio di coltura dell’intossicazione estremistica. Le province orientali dell’Ucraina stanno oggi svolgendo la stessa funzione che, in tempi neanche troppo lontani, è stata attribuita ai Balcani, alla Cecenia, alla Siria, all’Afghanistan e andando ancora più indietro, al Libano e all’Algeria della guerra civile. Senza stare a guardare quel perenne convitato di pietra che è l’Africa, ed in particolare la grande regione del Sahel, altra palestra della radicalizzazione. In altre parole, si prende un territorio e con esso la società che lo vive da lungo tempo, se ne enfatizzano e polarizzano le difficoltà, si insufflano e si alimentano i fantasmi della contrapposizione interna, vi si paracadutano – tensione dopo tensione – gli agenti dell’eversione e della disintegrazione delle già deboli istituzioni: a quel punto la frittata è fatta. Al danno dei molti si contrappongono invece i benefici per pochi. Non è una novità nella storia dell’età più recente. Fa riflettere, tuttavia, che la partitura si ripeta con insistenza. C’è come una modalità lanzichenecca in questo procedere, laddove ai signori della guerra, tra di loro contrapposti, risulta impossibile garantirsi i propri obiettivi ricorrendo esclusivamente alle forze armate del paese. Il sostegno, il supporto e l’intervento di “militanti militarizzati”, pronti a manifestare la propria disposizione d’animo – e a considerare eventuali ritorni economici – imbracciando le armi, non è però mai un solo “di più” rispetto a quello che già c’è di tossico, in quanto la fazionalizzazione e la contrapposizione risulta ancora più accentuata, spesso avendo ad obiettivo i civili, ben prima dei nemici in divisa. I crimini di guerra (o nei tempi della pace fittizia) sono allora immediatamente dietro l’angolo.

Voci e fonti non facilmente comprovabili, quindi da assumere con beneficio d’inventario, ma senz’altro indicative di una tendenza piuttosto marcata, e come tale in atto da tempo, indicano in almeno 20mila i «volontari» che stanno combattendo, o si sono dichiarati disponibili a farlo, avanzando quindi la propria candidatura, nelle file delle milizie ucraine. Così, quanto meno, secondo le cifre del ministero degli Esteri di Kiev (Kyiv), il quale sottolinea anche che si tratta sia di cittadini espatriati all’estero e membri della diaspora ucraina, sia di stranieri provenienti da una cinquantina di paesi. Più avanti qualche parola sui gruppi paramilitari (tali poiché non incorporati nelle forze armate regole ma ad esse affiancati) verrà ancora detta. Già nel 2020 un rapporto redatto dal Counter Extremism Project identificava nella misura di 17mila soggetti, provenienti da molti paesi, la forza paramilitare volontaria in Dombass. Ben 15mila arrivavano dalla Russia mentre la parte restante dalle nazioni occidentali. La stragrande maggioranza di essi si dichiarava di estrema destra. E tuttavia quand’anche la collocazione politica sia la medesima, il conflitto russo-ucraino sta redistribuendo i neofascisti europei tra l’uno campo e l’altro. «Da una parte, infatti, si è optato per il nazionalismo ucraino e l’ideale di una “rivoluzione nazionale”; dall’altra si è deciso di unirsi a Putin, visto come un bastione di resistenza al “globalismo” e alla corruzione morale delle democrazie liberali occidentali» (Leonardo Bianchi). Con i separatisti filorussi del Dombass si sono schierati gli appartenenti al Movimento imperiale russo (Rim), nato nel 2002, che sostiene di adoperarsi per la vittoria e «il dominio della razza bianca», insieme ai militanti dell’Unità nazionale russa (Rne), istituita già nel 1990. Il Rim sarebbe una vera e propria agenzia di formazione ed addestramento per miliziani di ideologia suprematista. Negli Usa, non a caso, è considerata un’organizzazione terroristica. La presenza nelle file ucraine, di cui si dirà ancora, non è meno corposa.

Il fenomeno della presenza mercenaria, presentata all’opinione pubblica mondiale perlopiù come esercizio di volontariato idealistico, è parte dei conflitti odierni, tra società di ingaggio per contractor e filiere di organizzazioni politiche che inviano alcuni loro militanti ad operare nelle zone di guerre. La figura del «legionario», variamente ridipinto, vuoi come combattente per la libertà e partigiano, vuoi come guerrigliero ideologizzato, in gruppo o solitario, fa premio su tutto il resto. La componente fascista, che trova i suoi addentellati nei corpi franchi che operarono nella lunga guerra civile ad Oriente, tra la fine del 1918 e il 1921, nella quale si contrapposero le truppe «bianche», legittimiste e antirivoluzionarie, a quelle «rosse», cioè bolsceviche, ha peraltro eletto nel «soldato politico» un classico della sua mitografia. Si tratta del miliziano che traduce una “coscienza” politica fatta di pochi ma incrollabili “principi”, tutti di fondamento fascista, nell’agire di prevaricazione, attraverso il ricorso alla forza armata legittimatagli dall’appartenere ad un gruppo di omologhi, animati dallo stesso spirito di condotta. In tale senso, laddove la violenza di gruppo è il vero collante di qualsiasi altro elemento, si considerano legionari non solo gli appartenenti a milizie e formazioni in armi ma anche gli esponenti di certa tifoseria ultras, così come i componenti di gruppi e cenacoli che trovano in una visione totalizzante del legame fascista sia un fattore di reciprocità ideologica che un vincolo di comportamento, quest’ultimo improntato all’agire di sopraffazione, I teatri di battaglia, da un tale punto di vista, sono solo le scenografie intercambiabili nelle quali recitare il proprio ruolo. Non è un caso se nel pantheon misticheggiante di molte di queste persone via siano quegli esponenti delle Waffen SS come Léon Degrelle, accomunati dall’essere stati eletti a modelli di condotta per via della loro immedesimazione con il nazismo da un punto di vista non tedesco bensì “europeo”. L’idea che il vero legionario sia colui che è accomunato ad altri non da una medesima origine nazionale ma da una comune appartenenza razziale, di ceppo, che si traduce in una vocazione senza remore al conflitto armato, era peraltro alla radice stessa della creazione di unità di combattimento nel Terzo Reich durante la Seconda guerra mondiale. Il quale presentava la sua «lotta  contro il bolscevismo e l’ebraismo internazionale» come essenza della Weltanschauungskrieg, una guerra totale tra concezioni radicalmente opposte del mondo e dell’esistenza, senza spazi di residua mediazione. Lo stesso richiamo al «consolidamento etnico della terra», usato dalla SS, serviva a coprire con un esercizio di dissimulazione linguistica la propria volontà di procedere al sistematico sterminio dei cosiddetti «subumani».

Se questo è il quadro storico di riferimento, al netto delle incontrovertibili differenze tra passato e presente, oggi si parla di foreign fighters che, nel caso dell’Ucraina, sono parte di una legione internazionale promossa dalle stesse autorità di Kiev. Il radicamento degli stranieri data ad almeno il 2014, con la crisi nelle province orientali. Le implicazioni di questo fenomeno, al netto della sua stessa natura politica, sono molteplici. Una parte dei miliziani non ha nessuna reale formazione in campo militare, prestandosi semmai al reclutamento da parte dei gruppi estremistici. Inoltre, la presenza di paramilitari in un qualsiasi conflitto ha ricadute fortemente amplificate sul medesimo: confonde la già precaria linea di divisione tra civili e militari; enfatizza la radicalità di certe condotte belliche, ispirate ad un surplus di livore e odio; incrementa il numero di agenzie e attori impegnati nel confronto bellico, facendo sì che il suo stesso corso, così come la durata, possano mutare e dilatarsi. In Cecenia, la forte presenza di jihadisti ha trasformato la contrapposizione nazionalista in una causa religiosa e quindi in una guerra di sistematica eliminazione fisica dell’avversario. La Siria, a sua volta, rappresenta uno scenario propedeutico a quello che potrebbe avvenire almeno in alcune parti dell’Ucraina. Il regime di Assad ha retto, non senza significative amputazioni territoriali e di sovranità, grazie a Mosca. Ora, il Cremlino sta già utilizzando dei miliziani siriani per rafforzare il suo dispositivo offensivo e per operare con maggiore efficacia nei combattimenti urbani. Peraltro il know how siriano era già risultato prezioso se una parte di mercenariato damasceno era stato usato in Libia dai russi per sostenere la fazione del generale Haftar mentre la Turchia, che sosteneva il governo di Tripoli, lo aveva fatto con gli antiassadisti. In Ucraina le milizie legittimiste della legione internazionale, fortemente volute dalle autorità, spasimano l’unione con l’esercito regolare. È un pensiero ricorrente, soprattutto tra i loro sponsor politici, perlopiù appartenenti a gruppi, movimenti e partiti della destra radicale. La ricerca di un’ulteriore forma di legittimazione, riparandosi sotto l’ombrello protettivo delle forze armate ucraine, darebbe loro maggiore vigore, permettendogli peraltro di continuare ad operare secondo le proprie regole d’ingaggio.

Non è quindi un’affermazione farlocca quella che denuncia la presenza di elementi radicali nelle file ucraine, fermo restando che la risposta che il Paese sta dando all’aggressione subita non può in alcun modo essere ricondotta a questo solo riscontro, trasformandolo abusivamente nel paradigma politico di un’intera società. Per una parte dei neofascisti e dei neonazisti l’Ucraina rappresenta il confine della «civiltà occidentale» per come la vanno pensando. La Russia è invece “altro”: cascame del comunismo, regime imperiale slavo contrapposto all’europeismo atlantico, società degenerata controllata da «ebrei» e «sionisti», territorio di un Oriente culturalmente e civilmente inferiore e così via. Per Vladimir Putin, dinanzi a questi costrutti, è più agevole argomentare la sua guerra come percorso di «denazificazione» nei riguardi di Kiev. Si tratta di un clamoroso falso – oggi la vera destra radicale di potere siede a Mosca, non a Kiev – ma in grado di ottenere il consenso diffuso dei suoi compatrioti. Il rimando agli echi, per nulla sopiti, della «grande guerra patriottica» (1941-45), quando i popoli dell’Europa orientale dovettero affrontare il cataclisma dell’occupazione nazista (e del collaborazionismo locale), è ancora vivo, tramandandosi di generazione in generazione. D’altro canto, anche l’assenza di un inquadramento giuridico e legale definitivo nei confronti di coloro che vengono reclutati per combattere nelle file dell’una come dell’altra parte, rende molto più incerto il loro status così come la concreta verificabilità dei loro comportamenti. Il rischio, evidenziato un po’ da tutti gli osservatori e analisti, è che un nuova generazione di militanti radicalizzati, alla ricerca di nuovi ingaggi e quindi di guai, una volta finito il conflitto in atto, possa rientrare nelle file delle rispettive società, portando con sé una carica eversiva irrisolta.

La propaganda putiniana, si diceva, da tempo sta martellando sulla presunta nazificazione dell’Ucraina. Di fatto è la foglia di fico che, dalle manifestazioni di piazza, fino ad Euromaidan e allo scoppio del conflitto in Donbass, è stata utilizzata per giustificare l’intromissione negli affari interni di uno Stato sovrano. Fino alla guerra odierna. Il rimando è quello al nazionalismo ucraino che nella figura, assai celebrata in patria, di Stepan Bandera (eliminato dal Kgb a Monaco di Baviera nel 1959), trova il suo fulcro. Bandera, che visse gli anni della Seconda guerra mondiale come uno dei suoi protagonisti, era un acerrimo ultranazionalista e fascista. Come tale, aveva fondato l’«Esercito insurrezionale ucraino», che si presentava come il braccio armato dell’«Organizzazione dei nazionalisti». L’obiettivo di fondo era senz’altro chiaro: stabilire il predominio del nazionalismo ucraino ad Ovest del Dnipro. Da ciò era derivata una furiosa guerriglia partigiana, condotta con i caratteri della più rude spietatezza ed esercitata contro chiunque si opponesse o costituisse un ostacolo per i propri progetti. In tale modo, Bandera e i suoi uomini si erano adoperati contro i sovietici, contro i polacchi, contro gli stessi tedeschi (non prima però di avere collaborato alla Shoah). Polacchi e russi erano il principale ostacolo per il nazionalismo ucraino. Per tale ragione, l’occupazione nazista del Paese fu vista come una grande opportunità per dare corso ai propri proposti, dovendosi poi ricredere. La rivolta che lo stesso Bandera promosse contro i tedeschi gli costò quindi la prigionia nel lager di Sachsenhausen, salvo l’essere rimesso in libertà nel momento in cui si dimostrò disponibile a lottare contro l’avanzata sovietica. Il suo anticomunismo era, per così dire, a prova di alleanze. In questo turbinio di vicende, è comprovata la sua responsabilità e quella dei suoi uomini nell’assassinio di decine di migliaia di polacchi in Galizia e Volinia, così come il concorso allo sterminio nazista degli ebrei, non necessariamente in base ad un’adesione incondizionata all’antisemitismo germanico ma sulla scorta soprattutto di cinici calcoli d’interesse.

È quindi a questo retroterra, che recupera anche la memoria dell’Holodomor – la grande carestia usata nei primi anni Trenta dallo stalinismo come strumento per disarticolare ogni residua autonomia della società ucraina, distruggendone biologicamente una parte – che si rifà Vladimir Putin quando parla di un paese «neonazista», controllato da un «regime banderista», privo di qualsiasi diritto ad esistere poiché costruzione artificiale, storicamente inesistente in quanto senza legittimazione alcuna. Per una parte della popolazione di lingua russa tutti gli ucraini sono «banderovtsky». Che nella lingua di senso comune corrisponde, rispetto al lessico occidentale, al termine «fascista». Il «banderovets» è per definizione un violento, un prevaricatore, un assassino, un tagliagole. Ed il governo in carica a Kiev sarebbe il frutto di un «golpe» voluto da neonazisti, seguaci e apologeti di Bandera. Dalla caduta della presidenza filorussa di Viktor Fedorovyč Janukovyč nel febbraio 2014 – peraltro – non c’è stata iniziativa o manifestazione di massa degli ucraini che non richiamasse qualcosa del nazionalismo più truce, dalle bandiere rossonere dell’Esercito insurrezionale ucraino alle immagini dello stesso Bandera. Il medesimo motto «gloria all’Ucraina, gloria agli eroi», richiamato spesso nelle piazze, è debitore anche di quel passato.

Non si tratta tuttavia di stabilire, con il bilancino, quanto di fascista e antisemita sia ancora, o di nuovo, presente nel corpo della società ucraina. La quale, peraltro, non ha elaborato nessun processo di auto-riflessione sui suoi trascorsi, avendo vissuto l’età sovietica perlopiù come una persistente occupazione. Dopo la conclusione di questo lungo periodo, durato dai primi anni Venti fino al 1989, mentre una parte del Paese è rimasta legata ad un’identità depositaria anche di ciò che restava dell’Urss, l’altra si è invece riconnessa al nazionalismo più vieto, recuperando tutto quanto potesse tornare utile al discorso sull’appartenenza nazionale intesa come un totem. Nel mezzo, tra l’incudine dei filorussi e il martello degli ultranazionalisti, sono rimasti quelli che hanno manifestato in questi ultimi dieci anni per una democrazia reale e possibile. Non si tratta di una piccola parte di popolazione ma oggi è messa alle corde dall’aggressione russa.

D’altro canto, l’estrema destra ucraina esiste proprio perché può vantare un suo precedente in Stepan Bandera. Con la fine dell’Unione Sovietica, nel 1991 viene infatti costituita l’«Assemblea nazionale ucraina» (Una), che raggruppa varie formazioni minori (come l’«Assemblea interpartitica ucraina», Uma) e l’«Unione nazionale ucraina» (Uns). L’Una si dota molto presto anche di un’ala paramilitare, l’«Autodifesa nazionale ucraina» (Unso), apertamente ispirata al più esasperato nazionalismo storico. Le diverse organizzazioni, ed in particolare l’Una e l’Unso, ben lungi dal limitarsi a fare attività politica si sviluppano invece come braccio armato antirusso, partecipando alle diverse guerre e guerriglie che coinvolgono Mosca. Sono quindi presenti nel conflitto di Transnistria del 1992, nella contrapposizione ai ribelli filorussi dell’Abkhazia e in appoggio ai separatisti georgiani, nella prima guerra cecena, nel conflitto che attraversa la ex Jugoslavia militando a favore dei croati. A Leopoli, grazie alla confluenza di vari gruppi tra i quali i giovani nazionalisti di «Eredità» (Spadshchyna), i membri della «Fratellanza studentesca», i componenti della milizia paramilitare «Guardiani del movimento» (Varta Rukhu) e alcuni veterani della guerra sovietica in Afghanistan, nell’ottobre del 1991 si era costituito il «Partito social-nazionale ucraino» (Snpu), il cui simbolo, il «dente di lupo» (Wolfsangel), appartenente all’alfabeto runico, costituisce un chiaro omaggio alle unità combattenti delle SS. Lo Snpu ha una piattaforma rigidamente antidemocratica e costituisce un catalizzatore della destra radicale ucraina, a partire dal movimento degli skinhead e dei bonehead. Nel 1999 dà infine vita ad una struttura paramilitare, il gruppo dei «Patrioti dell’Ucraina».

Il sostanziale fallimento dello Snpu alla prova delle urne e la sua evidente marginalità politica porta quindi, nel 2004, alla sua “rifondazione”, con la nascita di «Libertà» (Svoboda), il cui obiettivo è di trasformarsi nella maggiore forza di opposizione nazionalista nel Paese. L’allora presidente Viktor Janukovič, dichiaratamente filorusso, ne enfatizza scaltramente l’impatto, denunciandone la natura eversiva, nel tentativo non tanto di neutralizzarne le capacità politiche ma di radicalizzare lo scontro con i suoi avversari parlamentari, per poi uscirne rafforzato. L’accesso ai mezzi di comunicazione diventa un’abitudine per gli uomini di Svoboda, che nelle elezioni del 2012 arrivano al loro massimo storico, il 10,44 per cento dei voti e poco meno di una quarantina di seggi nel parlamento nazionale monocamerale. Al pari di altre formazioni politiche europee della stessa famiglia, il partito ha una visione nazionalpopulista, sovranista, euroscettica, illiberale. Dopo una crisi di consensi (avendo dimezzato il capitale elettorale), Svoboda aderisce alle proteste popolari contro Janukovič che confluiscono nel movimento di Euromaidan. Più che un’aderenza ideologia, per la formazione radicale è l’occasione sia per cercare di rilanciarsi sia per adoperarsi nel mettere il cappello sulla mobilitazione di massa. Benché mantenga una presenza minoritaria, tuttavia sa fornire alle piazze un appoggio che i singoli manifestanti non potrebbero altrimenti garantirsi, potendo inoltre contare su una filiera organizzativa interna estremamente attiva insieme ad un presidio parlamentare e ad un’ancora buona esposizione mediatica.

Euromaidan è il ricettacolo di molte spinte e controspinte. La destra estrema lo capisce da subito. I suoi militanti e dirigenti si fanno vedere nelle piazze. Così per il gruppo «Settore destro» (Pravy Sektor), di Andrij Tarasenko, che fa da collante tra nuclei neofascisti, di chiaro impianto eversivo. L’obiettivo è quello di radicalizzare il confronto tra manifestanti e autorità, nel nome di una non meglio precisata «rivoluzione nazionale». Alle successive elezioni, presidenziali e parlamentari, sia Svoboda che Pravy Sektor ne usciranno tuttavia sconfitti, rivelando come non ci sia nessuna corrispondenza tra i malumori delle piazze e la loro traduzione in scelte politiche di lungo respiro. Anche la lettura della mobilitazione ucraina come di un’operazione guidata dalle destre estreme, rivela ben poca aderenza con i fatti. Poiché le seconde si sono senz’altro sforzate di manipolarne i contenuti, in parte riuscendoci, ma nella sostanza i disagi della società ucraina hanno storia e spessore che non possono essere piegati ai calcoli di singoli attori politici.

Dopo di che, si è già quasi al tempo presente. L’annessione russa della Crimea e la guerra negli oblast (regioni e province) dell’Est del Paese rivelano, se mai ce ne fosse stato bisogno, il grado di impreparazione dell’esercito di Kiev. Dove tra l’altro le diserzioni sono diffuse. In un tale contesto, la richiesta di intervento di volontari organizzati in gruppi e formazioni paramilitari diventa fondamentale, soprattutto per svolgere una guerra di guerriglia, basata non tanto sullo scontro campale bensì sul conflitto di lungo periodo, destinato a logorare l’avversario. L’Ucraina, infatti, tra il 2013 e il 2015 diventa il paese europeo con la più significativa presenza di milizie. Le attività antirusse nel Dombass sono il ricettacolo e il volano di questo indirizzo. In quegli anni, infatti si contano almeno una trentina di unità di medie dimensioni, ovvero battaglioni e reggimenti, strutturati e raccolti in quattro entità: la prima è costituita dai «battaglioni per la difesa territoriale», che hanno come principale compito la tutela degli obiettivi strategici. Come tali rispondono del loro operato, in linea ipotetica, all’autorità del ministero della Difesa. I «battaglioni di destinazione speciale» sono invece sottoposti all’autorità del ministero degli Interni. Hanno come obiettivo il mantenimento dell’ordine pubblico, il pattugliamento del territorio, la ricognizione e la raccolta di informazioni. Questi due tipi di unità sono teoricamente composti da volontari con un certo livello di esperienza in campo bellico: ogni battaglione conta su un numero variabile di miliziani, tra le 300 e le 500 persone. I «battaglioni della riserva» sono invece unità di supporto della Guardia nazionale ucraina. Quest’ultima costituisce la riserva delle forze armate nazionali, pur dipendendo dal ministero dell’Interno. Nel luglio 2014, il partito Settore destro, struttura di per sé già militarizzata, ha dato vita al «Corpo volontari ucraini» (il Duk), riconosciuto dal governo di Kiev come «formazione paramilitare non ufficiale»: in sostanza, trattandosi di una vera e propria milizia di partito composta da due battaglioni in territorio del Dombass e circa una ventina nelle altre regioni, collabora alle attività delle forze armate ma non risponde al comando unificato di esse, relazionandosi semmai ai vertici dell’organizzazione politica di riferimento. Già nell’aprile del 2014 l’insieme di queste unità era stato autorizzato all’operatività dal potente ministro dell’Interno Arsen Avakov, permettendo conseguentemente la regolarizzazione di reparti paramilitari per un totale di circa 12mila uomini, affiancati all’esercito regolare. I finanziamenti per il sostentamento, l’equipaggiamento, il vettovagliamento, il ricovero e la corresponsione del soldo militare dei battaglioni delle milizie è ufficialmente a carico dei ministeri dell’Interno e della Difesa, con l’integrazione economica delle autorità regionali. Esistono però molteplici canali informali di sostegno, grazie anche all’impegno degli oligarchi ucraini.

Di tutte queste formazioni, la più nota è il «battaglione Azov», in realtà forza reggimentale di fanteria leggera. Nasce anch’esso nel maggio del 2014, unificando i Patrioti dell’Ucraina e l’Assemblea social-nazionale, due gruppi paramilitari di stampo neonazista. La mente dell’operazione è Andriy Biletsky, conosciuto come il «Führer bianco». Originario di Kharkiv, era già divenuto noto alle cronache alcuni anni prima quando aveva dichiarato che l’Ucraina slava, cristiana e suprematista aveva una missione, quella di «guidare le nazioni bianche nella crociata contro i subumani semiti». I Patrioti dell’Ucraina, prima di essere incorporati nell’Azov, era attivi, proprio nella regione di Kharkiv, nel dare la caccia ai migranti irregolari, accompagnandosi alle forze dell’ordine. L’Azov è un esempio cristallino, per così dire, di genesi della politica per via della forza paramilitare. Infatti, nella seconda metà degli anni dieci fonda un suo partito, il «Corpo nazionale», di chiaro stampo ipermilitarista, omofobo, suprematista e neonazista insieme ad un’organizzazione territoriale, la «Milizia nazionale», che ha ad obiettivo soprattutto le minoranze rom e la comunità LGBTQ+. Quando la destra radicale si allea con Azov per le elezioni del 2019, il risultato è però ancora una volta deludente, non superando il 2,3% dei voti. La vera forza dell’estremismo ucraino non si misura tuttavia alle urne, trattandosi semmai di un diffuso fenomeno extraparlamentare, con un discreto radicamento sociale. L’ossessiva propaganda nazionalista delle autorità di Kiev, ora maggiormente amplificata dalle tragiche vicende belliche, insieme alla compromissione di rilevanti settori delle forze armate e della polizia, costituiscono un solido terreno sul quale avanzare le proprie istanze e raccogliere intorno alla piattaforma politica radicale crescenti consensi. Sul piano operativo l’unità reggimentale Azov si è dedicata dal 2014 in poi sia a compiti di polizia che militari. In quello stesso anno è stata quindi incorporata nella Guardia nazionale ucraina, impegnandosi in azioni di controguerriglia nei confronti dei secessionisti filo-russi in Dombass e contro i cosiddetti «omini verdi» (zeleni čolovičky), ovvero elementi appartenenti a corpi di élite dell’esercito russo che tuttavia hanno operato senza segni, mostrine, distintivi di riconoscimento. Degno di nota è il fatto che il 19 marzo 2022 Volodymyr Zelensky ha conferito il titolo di «eroe dell’Ucraina» a Denis Prokopenko, comandante dell’Azov.

In linea generale è abbondantemente risaputo che il reggimento sia costituito da appartenenti che si richiamano, a vario titolo, alla destra radicale, neofascista e neonazista europea ed ucraina. Se le autorità di Kiev negano link diretti con la galassia nera, tuttavia non disconoscono la collocazione ideologica di una parte dei suoi uomini. Che sono spesso di origine russa. Gli stessi simbolismi – il Wolfsangel già usato dalle SS, lo Schwarze Sonne (il «sole nero» derivante dalla rotazione di svastiche inscritte in un cerchio), la medesima svastica esibita sullo sfondo della bandiera ucraina – rimandano al misticismo ideologico di stampo nazista. Il problema, al netto della redistribuzione dei «soldati politici» tra l’Ucraina e la Russia, è di capire quanto e come gli effetti di lungo periodo del conflitto in atto siano destinati a non esaurirsi, quand’anche i combattimenti cessassero, posto che esso, come già si diceva in origine di queste note, è divenuto un laboratorio di estremismi destinati a sopravvivergli.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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