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Cultura
George Soros e la favola del lupo cattivo

La raffigurazione demoniaca di George Soros, mente delle trame finanziarie planetarie e dei processi migratori, nasce e prende forma dentro gli ambienti della destra radicale europea. Come e perché ce lo spiega Claudio Vercelli

George Soros, nell’età del Web, non esiste se non come meme. Ovvero, come una specie di ectoplasma che aleggia nelle fantasie di molte persone. Il meme, termine originato da Mike Godwin nel 1993 e poi ripreso da Richard Dawkins riferendosi ad Internet, è una parola che indica un aspetto peculiare, assai specifico, di una cultura politica e sociale, che si ripete nel tempo. L’etimologia del termine rimanda al greco mímēma, una «imitazione» che in breve tempo diventa virale. Qualcosa che, per il suo costituire un elemento assai diffuso, viene assunto e introiettato da più individui attraverso l’agire emulativo. Qualcosa del tipo: “se lo pensano in molti, avrà un suo fondamento, quindi lo condivido e lo faccio mio”. Coloro che così si comportano, nel momento stesso in cui fanno proprio il meme come aspetto abituale del loro pensiero, contribuiscono inconsapevolmente non solo alla sua ulteriore diffusione ma anche alla trasformazione dei suoi contenuti. Un po’ come le cellule dal momento in cui conoscono un mutamento in concatenazione, seguendo però solo una parte di un qualche percorso precostituito. È quindi un simbolismo, un’idea che si separa dal contesto in cui si genera, tendendo ad universalizzarsi in quanto qualcosa che vive di luce sua propria. Nell’economia della conoscenza, il meme è parte integrante del circuito della trasmissione dell’informazione. Ne è una componente essenziale: tuttavia, si badi bene, non è di per sé un vero sapere bensì parte dell’idea di avere una qualche consapevolezza, a prescindere tuttavia da qualsiasi riscontro oggettivo. Il meme, come tale, costituisce – o concorre a costruire – una catena di credenze e convincimenti, destinata a lasciare dietro di sé un tracciato ben visibile. Per il fatto stesso di ripetersi nel tempo, di essere utilizzato da una platea ampia di fruitori, di transitare da un gruppo all’altro, si convalida da solo. Si autogiustifica: “se in molti ci credono, ci sarà pure qualcosa di vero”, sostengono i più. Non necessita pertanto di una verifica di analisi, di un qualche sistema di riscontro. Il meme, non a caso, è parte dei moderni pregiudizi. Moderni soprattutto per la modalità virale con la quale si moltiplicano, non invece per i cliché e le strutture interne che riproducono.

Stiamo parlando di sociologia e semiologia, lo studio delle relazioni sociali e dei segni (linguistici e figurativi) ma sembra quasi di trovarsi in un moderno laboratorio di biologia. Per l’appunto, cosa c’entra con tutto ciò il finanziere, filantropo, imprenditore e attivista George Soros? Di lui sappiamo molte cose. Nato a Budapest nel 1930 con il nome di di György Schwartz, figlio di una famiglia della borghesia ungherese benestante e secolarizzata, di origine ebraica, sopravvissuto avventurosamente al rischio della deportazione, nel 1947 aveva abbandonato il suo paese d’origine, oramai catturato dentro la rigida sfera d’influenza sovietica, per riparare nel Regno Unito. Poiché  è sempre stato un anticomunista. Divenuto studente presso la prestigiosa London School of Economics, visse a lungo in condizioni di estrema modestia. Appassionato alla filosofia, fu allievo di Karl Popper. Anche dopo avere conseguito la laurea, faticò a trovare una soddisfacente collocazione professionale. L’ingresso, a ventiquattro anni, in una banca d’affari londinese, il successivo trasferimento negli Stati Uniti, il lavoro nel mercato finanziario come analista, lo risollevarono dalla condizione di disagio nella quale si era trovato precedentemente. Proprio l’applicazione di aspetti della filosofia popperiana all’interpretazione delle dinamiche dei mercati speculativi lo aiutarono ad accreditarsi come un buon operatore del settore, allora in crescita. Benché per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta il suo obiettivo fosse principalmente il raffinare le sue competenze filosofiche, l’avvio di una serie di attività d’investimento, sempre in campo finanziario, con l’intento di verificare l’attendibilità delle teorie economiche alle quali si rifaceva, ne segnò il decollo come finanziere di talento. Le sue fortune andarono incrementando, al pari, si intende, delle ricchezze che nel tempo ha raccolto. Giocando, molto spesso, sui rischi che il mercato borsistico e dei titoli impone ai suoi frequentatori.

Fin qui uno scarno profilo biografico. A ciò può aggiungersi partire la sua concezione dell’esistenza stessa, dove denaro ed idee, ovvero risorse e pensieri, sono facce di una medesima medaglia. Ciò che gli rimane della sua travagliata gioventù ungherese – e che ha ricavato in quanto insegnamento inconfutabile  –  è che come non si può ottenere nulla se non si hanno strumenti materiali per realizzare un qualche concreto obiettivo. Così come avere dei beni, senza sapere cosa farsene, se non accumulandoli, è moralmente e filosoficamente censurabile ed economicamente improduttivo. Per George Soros, il fare corrisponde all’esistere; ma esistere, implica sapersi muovere. Tra infinite difficoltà e innumerevoli imprevisti. La mobilità, la volubilità, l’incostanza ma anche le ipotetiche traiettorie dei mercati, laddove possano essere in qualche modo predette, sono per il signor Schwart l’essenza di un investimento. Che non si riduce a cumulare della ricchezza finanziaria.

Veniamo quindi al dunque. Negli ultimi anni – a partire dalla sua terra d’origine, l’Ungheria, oramai sotto il diretto controllo dell’autocrate Viktor Orbán, per poi espandersi in altri paesi, passando per l’Italia – il convincimento che Soros sia una delle menti luciferine che guidano la «speculazione internazionale» è andato diffondendosi e consolidandosi. A ciò, spesso è stata associata la fantasia che i processi migratori che stanno interessando in particolare modo il Mediterraneo, dal Sud al Nord, siano il prodotto di uno specifico piano politico il cui obiettivo consisterebbe nella trasformazione delle società autoctone con l’ingresso in massa di popolazioni di altra origine. La teoria della sostituzione etnica, il complotto costituito dal cosiddetto «piano Kalergi» (dal nome del filosofo austriaco Coudenhove-Kalergi, fondatore nel lontano 1922 dell’Unione paneuropea), che ipotizzerebbe di incrementare il più possibile l’immigrazione afroasiatica in Europa, per rimpiazzare le comunità nazionali con gruppi etno-linguistici maggiormente disponibili a farsi comandare da oscure élite economiche e finanziarie, è il cuore pulsante di una tale visione apocalittica delle relazioni internazionali. Per inciso, sia la raffigurazione demoniaca di Georges Soros, in quanto mente dietro le trame finanziarie planetarie, sia la demenziale rielaborazione dei processi migratori come effetto di un disegno universale di push forward, nascono e prendono forma dentro gli ambienti della destra radicale europea. Tuttavia, da quel recinto, ben presto fuoriescono, per diventare patrimonio di un complesso di forze politiche e culturali ben più ampio e accreditato.

Nell’estate del 2018, l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini, in una dichiarazione radiofonica, ripetuta nei suoi contenuti successivamente più volte, rispetto al fenomeno dell’immigrazione irregolare, affermava: «Porti chiusi per tutta l’estate alle navi delle Organizzazioni non governative. Vedranno l’Italia solo in cartolina, e l’Italia non sarà sola a comportarsi così. Continueremo a salvare tutti quelli che sono da salvare, ma con gli Stati che faranno gli Stati. E non saremo più soli. Come mi dicono i militari italiani e persino quelli libici, le navi delle Organizzazioni non governative aiutano gli scafisti, consapevolmente o meno: la loro presenza è un pericolo per chi parte e un invito a nozze per gli scafisti. Chi finanzia le Organizzazioni non governative? C’è l’Open Society Foundations di Soros che ha un chiaro disegno, quello di un’immigrazione di massa per cancellare quella che è un’identità che può piacere o meno ma che mi dispiacerebbe venisse distrutta».

Il nesso tra Soros, immigrazione irregolare, capitalismo speculativo e «complotto mondialista», una sorta di megamacchina all’opera per distruggere le «identità» locali e nazionali, ovvero per espropriarle delle loro risorse, della loro autonomia, del loro residuo benessere, da tempo è andato affermandosi negli ambienti sia del «pensiero non conforme» (la destra radicale) che di parte dell’«altermondialismo» (alcuni segmenti della sinistra estrema), in Europa ma anche negli Stati Uniti. Il nesso comune è costituito dalla critica caricaturale alla visione di un capitalismo senz’anima, quello predatorio, di cui Soros sarebbe il burattinaio più feroce ed implacabile. La linearità delle affermazioni complottistiche risiede nel fatto che si sorreggono da sole: dinanzi alla complessità dei processi economici e sociali, nonché al senso di ingiustizia che essi generano, l’idea che la responsabilità di questi possa essere ricondotta ad un unico soggetto, tanto più se in carne ed ossa, risulta non solo convincente ma decisiva. Da questo punto di vista, il finanziere e attivista è il target ideale di una tale costruzione paranoica. Non è per nulla estranea la sua origine ebraica, anche se molti non si arrischiano nel richiamarla esplicitamente, semmai lasciando che se ne colga, tra le pieghe del discorso, il suo potenziale impatto.

L’immaginario antisemitico è comunque qui all’opera e funziona, dinanzi alle interdizioni al pronunciamento pubblico contro gli ebrei intervenute dopo la Seconda guerra mondiale, attraverso una serie di traslazioni allusive, che ricollegano finanza a complotto, internazionalismo a spossessamento del territorio, etnicità a denaro e così via. Non è secondario il fatto che una parte dell’antisemitismo contemporaneo si alimenti del diniego stesso di essere avverso agli ebrei in linea di principio, introducendo semmai dei distinguo capziosi (come quando ci si dichiara filosemiti ma antisionisti), perlopiù basati su un vero e proprio gioco di rifrazioni. Da una parte si afferma di volere condannare la condotta di un individuo o di un singolo gruppo, a prescindere dalle sue origini; dall’altro, si lascia intendere subdolamente che la specificità di quella condotta sarebbe da ricondursi proprio alle origini medesime, che condizionerebbero la volontà e i comportamenti individuali e collettivi.

La Open Society Foundations, fondata nel 1979 da George Soros, organizzazione non governativa presente in diversi paesi del pianeta, spesso attraverso una ramificazione di istituzioni indipendenti locali, ha tra i suoi diversi obiettivi anche quello di incoraggiare la politica degli Stati laddove essi siano disposti a promuovere riforme e indirizzi liberali di tipo progressista. Questo genere di intervento attivo, di propensione “affermativa” da parte di organismi privati nei confronti del dibattito pubblico, costituisce il terreno ideale per imputare a Soros l’intenzione di soggiogare le collettività. L’ideale popperiano di «società aperta» (trasparenza dei processi decisionali, partecipazione consapevole della collettività, condivisione di opportunità così come di una giustizia effettivamente equa, solidarietà ma anche e soprattutto pluralismo, di contro al fondamentalismo ideologico di ogni genere e tipo) è inteso come il cavallo di Troia attraverso il quale il complotto può dispiegarsi, introducendosi dentro le collettività nazionali e deformandone gli equilibri identitari.

Soros sarebbe una minaccia allo stesso principio di sovranità degli Stati. E costituirebbe un tale pericolo poiché la sua funzione è quella di vettore del virus mondialista, ovvero di un capitalismo senza volto e senza “patria”, di cui il liberalismo progressivo, quello che coniuga centralità dell’individuo a garanzie di libertà e di opportunità, ne sarebbe il collante ideologico. Inutile replicare razionalmente dinanzi a questo quadro ideologico così acceso. All’interno di  un tale universo di credenze, piuttosto diffuse, i temi delle destre radicali antimoderniste hanno infatti ripreso pieno spazio e riacquisiscono credibilità, dopo il lungo di quarantena seguito al 1945. Si tratta di un’ampia corrente di umori, prima ancora che di pensiero politico, con un buon seguito popolare, affermatasi a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, consolidatasi con i fascismi, risorta dopo la Seconda guerra mondiale e tornata in auge in tempi recenti attraverso il rifiuto della globalizzazione, nel nome della difesa delle «identità nazionali» (nuova declinazione del vecchio tema delle appartenenze etniche). L’orrore per il pluralismo culturale, sociale ma anche economico e politico ne è il vero collante. Al quale si contrappone, ancora una volta, la seduzione di una concezione totalitaria dei rapporti sociali: «patria, famiglia, gerarchia», il riferimento a «dio» come garante di una sorta di giustizia ultraterrena insindacabile, incarnata dai poteri terreni che affermano di esserne l’espressione, ma anche protezione sociale e «ordine» in quanto garanzia di prevedibilità e calcolabilità dell’esistenza quotidiana. Di contro, per l’appunto, al calcolato “disordine” della «finanza mondialista».

Come si genera la leggenda nera su Soros? Già qualche anno fa, il giornalista ed economista Hannes Grassegger ne aveva ricostruito le premesse (e gli esiti). Aveva poi raccontato il tutto in un articolo, ancora reperibile in Rete, con il titolo «l’incredibile storia del complotto contro George Soros». Il quale è solo un tassello di quel comune agire per cui, se vuoi dotarti di una dottrina che “asfalti” i tuoi avversari, devi cercare in essi qualche punto debole, possibilmente personale, e poi battere ossessivamente su quello. Già due influenti consiglieri politici dell’area conservatrice statunitense, Arthur Finkelstein e George Birnbaum (quest’ultimo collaboratore del primo; per inciso, entrambi ebrei), avevano capito che per ottenere consensi nella propria area politica, demotivando invece il voto degli avversari, occorresse battere sui temi che maggiormente si prestavano ad un immediato riversamento sulla moralità pubblica: delinquenza, droga, conflitti identitari ed interetnici. Anche rischiando eventualmente di eccedere. Una tale tecnica, per intenderci, fu adottata non solo dai candidati repubblicani negli Stati Uniti ma anche, nel 1996, da Benjamin Netanyahu, garantendosi la vittoria sul suo avversario Shimon Peres, dato altrimenti in grande vantaggio. L’esca avvelenata, alla quale quest’ultimo abboccò, era di obbligarlo a doversi confrontare sull’agenda dell’avversario, in una ricorsa senza fine. Quando la coppia Finkelstein e Birnbaum si trovò a lavorare – grazie alla stessa intermediazione di Netanyahu – per la candidatura di Orbán in Ungheria nel 2010, misero a fuoco l’immagine dell’«avversario Soros». Un cliché che diventava meme (un volto, un corpo, un’idea fissa e ripetuta nel tempo che si alimenta, infine, spontaneamente, in forza del solo passaparola popolare), il quale doveva racchiudere in sé, polarizzando l’opinione pubblica, l’idea che fosse l’uomo che, dietro le quinte, stava cercando di condizionare e limitare l’indipendenza magiara per asservire il Paese al «capitale straniero», all’«eurocrazia», alle centrali bancarie, monetarie, finanziarie internazionali, all’immigrazione incontrollata. A ciò, in un’opera di furiosa riscrittura della storia recente dell’Ungheria, di cui Orbán è divenuto la figura indice, una sorta di condottiero politico, corrispondeva la raffigurazione del Paese come di una società da sempre minacciata da qualcosa o da qualcuno: gli ottomani, i nazisti, i comunisti, adesso i «poteri forti» sovranazionali. George Soros, con una spericolata mistificazione, poteva benissimo racchiudere più aspetti di questa situazione, venendo additato come il burattinaio “capitalista” di una cospirazione ai danni della «sana società» magiara (Birnbaum: «il nemico perfetto, quello che puoi colpire senza che possa restituirti il colpo»; se avesse reagito, avrebbe confermato che disponeva di potere e influenza). All’incoerenza dei riscontri di fatto si poteva anteporre la negazione di questi ultimi, sostituiti dalla passione fideistica per un target da colpire costantemente. Dal 2013, il conflitto ungherese contro Soros, ha preso definitiva sostanza, diventando inoltre una piattaforma comune delle destre radicali europee. In realtà, già del 2007 il canale televisivo Fox News aveva avviato una campagna contro Soros in quanto magnate che avrebbe finanziato le «sinistre radicali» mondiali. Ma, per l’appunto, la sua diffusione avrebbe dovuto attendere un po’ di anni per rivelarsi produttiva.

L’immagine di un Soros rapace, vero e proprio burattinaio di quei movimenti sociali che si adoperano per le libertà, eminenza grigia che guida proteste e manifestazioni di area progressista per mettere in discussione il principio di autorità, strumentalizzando l’impegno altrui per piegarlo ai propri diretti interessi, è quindi diffusissima nei paesi del gruppo di Visegrád, ed in particolare in Ungheria. L’impegno della Open Society per favorire le condizioni di un dibattito democratico, a prescindere dai confini nazionali, nella consapevolezza che i processi di integrazione internazionale richiedano risposte su pari scala, viene invece scimmiottato, manipolato, trasformato grottescamente in un gioco di ruolo dove gli “agenti della sovversione mondialista” cercano in tutti i modi di rimuovere quegli ostacoli che si frapporrebbero al proprio dominio, nel tentativo di costruire un «nuovo ordine globale» basato sulla distruzione dei «valori tradizionali» quali la «nazione» (intesa come unità etnica), la «famiglia naturale», le «identità ancestrali», la sacralità del «suolo» in quanto territorio di radicamento delle «comunità di popolo». Temi e suggestioni propri del radicalismo di destra, come già si è osservato, che tuttavia ritornano all’interno dell’attuale conflitto politico, per il tramite dei quali leadership neoconservatrici, se non dichiaratamente reazionarie, apertamente illiberali e antidemocratiche, populiste e fondamentaliste, cercano di consolidare la propria credibilità e il seguito di consensi. Il meccanismo di ribaltamento si basa sul fatto per cui verso chiprotesta, chi manifesta o compie azioni umanitarie, chi rivendica la propria specificità (di genere, cultura, storia e quant’altro) è negata ogni reale spontaneità e dignità politica; se lo fa, è perché prende soldi da Soros. I veri rivoluzionari, di contro, sarebbero quelli che scorgono dappertutto la sua ingerenza maligna. Tra questi, si intende, i politici variamente definibili come sovranisti, identitari, fondamentalisti,

Il meme Soros funziona, in questo gioco d’incastri, alla perfezione. Nello stesso modo in cui, all’interno di ricostruzioni complottiste della realtà, di volta in volta la narrazione si adatta alle circostanze, al pari la figura demonizzata di Soros (il suo meme per l’appunto) è utilizzabile per spiegare qualsivoglia problema. Intorno ad un originario nucleo ideologico, inconfutabile perché non verificabile in alcun modo (esiste un popolo buono ed ingenuo e ci sono alcuni individui cattivi, tali poiché accomunati da un’appartenenza etno-razziale suggellata dal potere di cui dispongono, che ne attenta le virtù; la funzione delle autorità è di proteggere il primo contro l’aggressione dei secondi), Soros diventa il grande antagonista, il male incarnato, sconfitto il quale le cose non potranno che migliorare. Si tratta di un esercizio retorico che serve a coalizzare le opinioni e ad esasperare le reazioni ma funziona benissimo. Macina voti. Se la partitura di fondo si ripete ossessivamente, con l’immagine della lotta eterna tra il «bene» (il popolo compatto ed omogeneo, insieme alla sua leadership populista) e il «male» (la finanza), tutto il resto può variare, assumendo tonalità distinte a seconda dei casi. Si entra nell’universo delle continue falsificazioni in cui bufale, fake news, dicerie, capovolgimenti di significato e cos’altro si alimentano vicendevolmente, costruendo una sorta di blocco compatto delle credenze, non scalfibile da parte di qualsiasi riscontro critico.

Nel Web, il circuito delle menzogne segue un percorso collaudato: si genera un falso, lo si lascia diffondere in maniera virale attraverso le condivisioni acritiche (qualcosa del tipo: “basta che se ne parli”), se ne consolida la presunta accettabilità (tale per il fatto stesso che sia trasmesso da un numero crescente di persone) per poi fare sì che venga catturato e assunto, anche solo in parte, da una qualche autorità politica. Il fatto che i mezzi di comunicazione debbano poi confrontarsi sulla veridicità o l’infondatezza di certe informazioni, infine, non fa altro che consolidare un tale impianto ideologico. Poiché vale il principio per cui non conta di come si parla di una determinata cosa ma del fatto stesso che lo si faccia. Il vero e il falso, quindi, entrano a fare parte del senso comune a prescindere.

Ed è proprio della difesa del senso comune, inteso come unica razionalità possibile (se una collettività pensa una certa cosa questa sarà buona e giusta a prescindere), che i detrattori – evidentemente non solo di Soros – si fanno scudo per presentarsi come gli autentici alfieri della “verità”, quella che i «poteri», ancora una volta tra di loro in combutta contro la veracità popolare, intenderebbero negare, per meglio tutelare – invece – i propri inconfessabili interessi. Ogni discorso antipluralista si alimenta ossessivamente del rifiuto delle regole di garanzie, presentandole non per ciò che esse effettivamente sono – sistemi di tutela della libertà del discorso pubblico così come dell’azione dell’individuo – bensì in quanto presunti impedimenti alla manifestazione istintuale dell’aggressività collettiva, l’unico vero fondamento legittimo del comune sentire. È peraltro tipico di qualsiasi politico populista il presentarsi come colui che più e meglio di tutti sa incarnare l’astuzia collettiva (quella autentica, poiché nascerebbe dal profondo dell’animo umano) di contro alla estraneità, che si fa cattiveria, delle «istituzioni» pubbliche. In genere, tuttavia, dietro questi atteggiamenti, presentati come lo sforzo di riavvicinare le seconde alla società, c’è spesso una miscela tra smaccata autopromozione e visione autoritaria delle relazioni sociali. Ma questo è già un altro ordine di discorso, rispetto a quanto ci siamo raccontati fino a questo momento.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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