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Il secondo lockdown in Israele: la Masada pandemica

Il contrasto tra le componenti laiche, secolarizzate ed ortodosse da una parte, disposte a seguire le misure di contenimento, e una parte di quelle ultra-ortodosse, caparbiamente indisponibili a rispettare anche le norme più elementari, è divenuto l’ennesimo terreno di scontro, sul quale la mediazione politica ha potuto poco se non nulla

Così non va, per nulla. Quanto meno a detta di molti. Il secondo lockdown, che il governo israeliano aveva deliberato con l’avvio del 18 settembre, per una durata di tre settimane, secondo l’oramai famoso sistema del «semaforo», proseguirà almeno fino al 14 ottobre. Se ciò basterà, beninteso. Salvo, quindi, verifiche a venire. Con le conseguenze economiche ma anche sociali e civili, nonché per molti anche di ordine politico, destinate a pesare sul futuro, immediato e non, del Paese.

Un’ulteriore chiusura pressoché ermetica, con una sorta di silicone politico e amministrativo, costituisce un poco invidiabile primato tra le nazioni a sviluppo avanzato. Questo anche al netto delle restrizioni che anche altri Stati potrebbero dovere assumere a breve. L’andamento pandemico è peraltro in parte imprevedibile, anche se alcuni elementi sono incontrovertibili: si trasmette con grande facilità; ha un’immediata incidenza sui sistemi sanitari (che sono dal febbraio di quest’anno al centro dell’attenzione dei governi nazionali, ben sapendo che il grado di saturazione rispetto ai casi di terapia intensiva, si raggiunge molto velocemente); disarticola l’insieme delle relazioni collettive, colpendone il versante più fragile ma anche più importante, quello della socialità, sia per ciò che concerne il lavoro che per quanto riguarda i rapporti interpersonali.

La sua cronicizzazione sta creando nuovi orizzonti problematici, al netto di qualsiasi ipotesi di prospettiva di medio e lungo termine. La previsionalità a medio-breve periodo indica l’anno entrante, il 2021, come destinato ad essere comunque impegnato nel fronteggiare, a Gerusalemme come nel resto del modo, le ricadute della pandemia. Fermo restando che, al netto degli annunci miracolistici, così come delle visuali più cupe se non apocalittiche, l’identificazione di un vaccino effettivamente efficace e la sua distribuzione ad una quota sufficiente della popolazione mondiale per garantire un’adeguata copertura collettiva, richiederà diverso tempo. Quanto, al momento, nessuno può dirlo. Si possono fare solo delle ipotesi, per l’appunto.
Il problema che accompagna Israele, così come ogni Stato, al momento è quello di garantirsi una progressione pandemica gestibile. È tale quella che non mette in cortocircuito i sistemi sanitari nazionali, che permette di mantenere un livello accettabile nell’assolvimento delle attività economiche, che mantiene in sicurezza il sistema delle comunicazioni e della distribuzione commerciale, che garantisce lo svolgimento di una serie di attività sociali elementari, evitandone l’azzeramento totale degli scambi (nessuna popolazione può vivere in totale auto-isolamento oltre determinate soglie di tempo e di spazio, in sé mutevoli ma che una volta raggiunte rischiano di causare il collasso dei sistemi legali di contenimento in regimi costrittivi, come ad esempio l’ambito esclusivamente domestico).

All’inizio di ottobre Israele conta complessivamente 256.071 casi conclamati di Coronavirus su una popolazione stimata di 9 milioni e 240mila individui. Un range di oscillazione che varia dai 276 ai 297 contagiati ogni 100mila abitanti (molto dipende da quali cifre si usino per campionare i soggetti). L’accertamento è a carico delle autorità sanitarie, attraverso il sistema universale del cosiddetto tampone rino-faringeo per il Covid-19 (PCR SARS-Cov-2), da solo o abbinato al test sierologico SARS-CoV-2 anticorpi IGG o al test sierologico SARS-CoV-2 anticorpi IGG e IGM. Dall’inizio della pandemia i morti censiti sono stati 1.629. All’atto della lettura di queste note, ovviamente i numeri saranno nel mentre già aumentati. Il vero differenziale tra ciò che è accettabile e quanto non lo è sta nella misura di grandezza; se l’incremento quotidiano continua in progressione eccessiva, allora le cose si mettono male. Il primo caso pandemico, in Israele, era stato registrato il 21 febbraio a Ramat Gan; un mese dopo si era verificato il primo decesso. Attualmente, degli infetti registrati, pari a 70.942, il 99% di essi è in condizioni “gestibili”, ossia domiciliati oppure ospedalizzati in reparti non di emergenza; la parte restante, 849 casi, è invece in condizione più che critiche, richiedendo il ricorso a terapie intensive o paraintesive. Nel mentre, 185.129 casi si sono risolti dal momento della loro manifestazione ad oggi di essi, mentre l’1% è deceduto.

L’andamento statistico indica una curva fortemente accentuata dalla fine di giugno, quando si passa progressivamente dai 20mila casi agli attuali 256mila, con una decuplicazione nel corso di poco più di tre mesi. Il 23 settembre, si è arrivato al picco di 11.316 casi in un giorno, scesi a circa 2.300 il 28 dello stesso mese e tornati a quasi 8mila due giorni dopo. Un ottovolante inaccettabile. Va da sé che numerosità e concentrazione temporale sono indici relazionati alla quantità di tamponi effettuati, oltre ad una miriade di altri fattori, spesso difficilmente computabili. Il numero di “infetti” indica quindi una tendenza, non un valore assoluto, da intendersi come totalmente preciso. Poiché qualsiasi politica di sanità pubblica necessita di soglie quantificabili, per predisporre ed attivare misure sistematiche di prevenzione e cura, quando a metà settembre sono stati superati i 5mila casi giornalieri, il governo ha pertanto deciso di intervenire con una seconda quarantena collettiva. Il lockdown obbligatorio per l’intera popolazione, quindi, risponde sia all’esigenza di evitare la diffusione geometrica ed esponenziale del virus sia alla necessità inderogabile di non fare collassare un sistema sanitario sottoposto a fortissime pressioni. Le due cose, peraltro, rischiano altrimenti di alimentarsi vicendevolmente.

La sanità israeliana (tenendo fermo che un conto sono i servizi ordinari, quelli che esulano da una condizione pandemica, mentre altro discorso vale per le emergenze pandemiche, alle quali non eravamo abituati fino alla fine del primo trimestre di quest’anno) conta 5,89 infermieri ogni mille persone; 3,33 dottori per mille abitanti; 9,58 ospedali ogni milione di cittadini (la misura è puramente generica, poiché contempla unità sanitarie residenziali tra di loro molto diverse, calcolando policlinici e nosocomi di dimensioni ragguardevoli ad unità ospedaliere più piccole) con 3 letti per ogni mille israeliani. I letti ICU (Intensive Care Unit, conosciuti anche come Intensive therapy unit o Intensive treatment unit-ITU ed ancora critical care unit-CCU) risultano essere circa 250 ogni 100mila persone.

Le iniziali misure di contenimento attivo (divieti e vincoli nelle relazioni sociali) sono state assunte con una discreta celerità (anche se le modalità e la tempistica sono invece state contestate da molti) con l’11 marzo, seguite quasi subito dalla chiusura delle scuole; già erano stati vietati gli accessi dai paesi considerati maggiormente a rischio, tra cui l’Italia; otto giorni dopo, Benjamin Netanyahu dichiarava lo stato di emergenza nazionale, seguito, nei primi giorni di aprile, dalla proclamazione di «restricted zone», con limitazione alla libera circolazione. Israele ha raggiunto il primo picco della prima ondata il 2 di aprile, con 765 infetti in un giorno e 10mila positivi registrati complessivamente. I quartieri Haredi di Gerusalemme, considerate zone di intensi focolai, con il 12 aprile venivano sottoposti a rigidissime misure di contenimento, tra molte polemiche e diffuse manifestazioni di insubordinazione. Da ciò, quindi, a stretto seguito la prima quarantena collettiva.

Nel corso della prima ondata, lo Stato d’Israele ha cercato di reagire adottando non solo misure di contenimento passivo (tampone, tracciamento e trattamento, quindi isolamento domiciliare, ricovero ospedaliero, somministrazione di farmaci generici) ma anche attivo (test rapidi, identificazione di una nuova generazione di mascherine, ricorso all’intelligence per mappare i positivi; misura, quest’ultima, fonte di molte polemiche relative alla privacy e alla libertà dei cittadini). Il sistema adottato, che proseguito nei mesi successivi, è stato quasi da subito quello del cosiddetto «semaforo», voluto dal commissario nazionale anticoronavirus Ronni Gamzu, già Ceo del Tel Aviv Sourasky Medical Center ed ora soprannominato da una parte della stampa «zar del Covid»: il rosso per la chiusura totale, il giallo-arancione con la chiusura parziale, il verde ad apertura (con vincoli selettivi e mutevoli). Inutile dire che gli effetti economici di un tale stato di cose si sono fatti sentire da subito, con un dato del tasso di disoccupazione, più che quintuplicato (dal 4% circa a ben oltre il 20%), solo in parte tamponato dalle misure di emergenza assunte dal governo. Il Prodotto interno lordo è velocemente calato del 6-7%, con la prospettiva – tuttavia – di una celere ripresa qualora la pandemia fosse stata gestita positivamente  e, a ciò, si fosse accompagnato un vasto piani di interventi pubblici.

Le cose, per il momento, stanno andando diversamente. Non solo in Israele, va da sé. Tuttavia, per una società abituata, fino all’inizio di quest’anno, ad avere un tasso di disoccupazione molto contenuto (a fronte di una retribuzione media salariale comunque insoddisfacente), ad oggi circa un quarto della forza lavoro è invece a spasso. Il fatto che nel momento in cui le attività dovessero riprendere a pieno ritmo, un buon numero di disimpegnati sarebbe riassorbito, non toglie nulla alla drammaticità dello stato vigente delle cose. Anche perché nessun paese al mondo sa quando una tale “normalità” potrà subentrare né, tanto meno, in che cosa consisterà concretamente le reali condizioni con le quali, a quel punto, le società si dovranno confrontare. In altre parole, è la nozione medesima di normalità, se con essa si intende prevedibilità e calcolabilità, ad essere a sua volta sottoposta a molti interrogativi.

La cronicizzazione della crisi comporta la diffusione di un disagio economico che si fa sociale e, quindi, malessere civile. I giovani lavoratori sono destinati a pagare il prezzo più alto delle tensioni in corso, insieme alle tradizionali fasce deboli della società israeliana. Non pochi cittadini hanno contestato al governo, in questa seconda fase, incoerenza, lentezza nei processi decisionali e una sostanziale mancanza di obiettivi che non siano quelli meramente legati al tamponamento delle situazioni di immediata criticità. Il fatto che l’esecutivo sia composto da due premier concorrenti, Netanyahu e Gantz, di certo non aiuta l’assunzione di misure basate su un celere decision making. Come nel caso italiano, la “patata bollente” è stata affidata in parte ai tecnici i quali, a loro volta, dopo avere formulato pareri spesso tra di loro contrastanti, l’hanno rigirata all’esecutivo. Mentre i sanitari hanno ripetutamente lanciato il loro segnale di allarme, temendo default organizzativi nel sistema di contenimento della pandemia.

Se a marzo ed aprile la leadership politica sembrava essere ancora motivata e unitaria almeno sul dossier Covid (dopo le ripetute esortazioni del presidente Reuven Rivlin), dall’estate le cose sono invece andando peggiorando. Con increspature tra ministri che si sono poi tradotte in continue contrattazioni, spesso defatiganti, su modalità, tempistiche e misure da assumere. Fino a manifestazioni di rottura dentro la stessa compagine governativa. Il contrasto, nella società civile, tra le componenti laiche, secolarizzate ed ortodosse da una parte, sostanzialmente proclivi a seguire le misure di contenimento, e una parte di quelle ultra-ortodosse, caparbiamente indisponibili a rispettare anche le norme più elementari, è divenuto l’ennesimo terreno di scontro, sul quale la mediazione politica (peraltro assai debole) ha potuto poco se non nulla. Sta di fatto che le preesistenti tensioni ideologiche tra gruppi sociali molto differenziati, ne escono ulteriormente rafforzate da questo transito.

A tutto ciò, secondando un meccanismo presente in molti altri paesi, diversi cittadini, pur rispettando selettivamente le norme dettate dalle autorità, hanno spinto per la veloce riapertura delle attività economiche. Se a maggio, per un poco si è respirata una pallida parvenza di ritorno alle vecchie prassi, già in estate le cose sono peggiorate molto velocemente. E qui l’inerzia dell’esecutivo, sospeso tra una linea che chiedeva la reintroduzione da subito di misure radicali ed un’altra, invece, più “attendista”, ha contribuito ad aumentare la confusione. La prassi del bilancino (chiudere; non chiudere; chiudere prima, durante o dopo le festività ebraiche) non sta premiando nessuno.

Nel mentre, diversi cittadini – già di per sé poco o nulla favorevoli al premier Netanyahu – non solo hanno continuato a manifestare in pubblico ma hanno intensificato numeri e occasioni di protesta, a partire da quelle che si sono ripetute dinanzi alla casa del premier. I rigidi vincoli imposti agli assembramenti, di fatto pressoché vietati, sono stati denunciati da una parte delle opposizioni come una manovra politica dal titolare dell’esecutivo per limitare o azzerare ogni forma di contestazione nei confronti della sua persona. L’accusa di cesarismo nei confronti di Netanyahu è oramai abituale nella discussione politica corrente. Le stime più prudenti degli esperti calcolano in almeno 15 miliardi di shekelim le perdite dirette generate dal blocco parziale delle attività in meno di un mese del calendario commerciale.

La Banca d’Israele ha ribadito una contrazione del prodotto interno lordo annuo intorno al 7%, qualora tuttavia le cose non dovessero ulteriormente peggiorare. Il calo della produzione dovrebbe attestarsi intorno al 14,6%. Sono tuttavia stime miti e benevole, beninteso. Che non possono ancora tenere in considerazioni molte variabili, al momento difficilmente confutabili. Ad esempio, quando il turismo, voce strategica del bilancio israeliano, riprenderà ritmi accettabili? Quanto tempo si dovrà attendere? Anche perché, al netto dei numerosi annunci miracolistici, che risuonano un po’ ovunque in tutto il mondo su vaccini salvifici prossimi ad essere prodotti e distribuiti, la comunità dei virologi invita invece a valutare la reale situazione nella sua problematicità, indicando in almeno un anno, se non più, i tempi per potere contare su un antidoto efficace. Con la seconda metà di settembre i contagi mondiali di Covid hanno abbondantemente superato i 30 milioni (con un tasso di mortalità del 3,5% circa). Purtroppo, le previsioni per i mesi a venire, a Gerusalemme come nel resto del pianeta, prospettano un aumento dei casi (e dei decessi in valore proporzionale) non solo in progressione aritmetica. Qualunque sia il risultato a venire, in Israele come in Italia e nel resto del mondo, sarà ancora una partita lunga e defatigante quella che l’umanità ha dovuto ingaggiare contro il SARS-CoV-2.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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