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Cultura
Il sottile filo rosso che unisce Iran e Qatar

Le forme della falsità

In Iran le proteste popolari non accennano a diminuire. In Qatar, invece, iniziano i campionati di calcio. Quelli dell’ipocrisia. Ragioniamo con un poco di calma, per non farci prendere da facili indignazioni, come tali destinate ad essere bruciate quasi subito sul falò delle vanità. Posto che stiamo vivendo un’epoca di assoluta reversibilità, dove idee, valori e solidarietà sembrano essere avvicendabili e sostituibili con totale disinvoltura, come se fossero i mattoncini del gioco del Lego. Tra le due vicende, in apparenza, c’è assai poco di comune. Nel primo caso, infatti, si ripete la sollevazione di una parte della popolazione, dopo il «movimento verde» del 2009, destinato allora ad un prevedibile fallimento, malgrado la diffusione delle proteste. In assenza di approdi politici, in grado di trasformare l’onda dei movimenti in richieste capaci di influenzare stabilmente le istituzioni, arrivando semmai anche a mutare queste ultime, la rabbia delle piazze e le urla nelle strade erano inesorabilmente destinate a cadere nel vuoto. Così come è poi accaduto.

Al tempo si era trattato dello scontro tra quella parte di società iraniana che cercava di sostenere le ragioni del secolarismo, della laicizzazione delle istituzioni, della diminuzione delle pressioni religiose e ierocratiche sulla vita quotidiana, di contro al tradizionalismo non solo clericale, poiché proprio di un’ampia parte della collettività che, invece, si riteneva (ed evidentemente si ritiene a tutt’oggi) meglio tutelata dallo stato di cose esistenti. A partire dalla brutale violenza con la quale le cosiddette polizie del «popolo», gli istituti armati della «rivoluzione islamica», i garanti della pubblica «moralità» si stanno esercitando contro la rinnovata domanda di libertà e giustizia che una parte crescente della società va esprimendo, si ripropone quindi il problema di come l’Iran, che evidentemente sta vivendo una lunga stagione di transizione, possa sopravvivere a se stesso senza trasformarsi in un carnaio, come sono invece divenute altre società mediterranee e mediorientali, a partire dalle esperienze della Libia, dell’Iraq e della Siria.

La spaccatura è netta e, per più aspetti, non ricomponibile. È qualcosa che rimane innervato nel cuore di quella società e che contrappone non solo “laici” a “religiosi” ma quanti intendano rifarsi ad una modernità che non sia basata sulle retoriche della perenne mobilitazione ideologica, alle quali segue di prassi la repressione di ogni forma di dissidenza, e coloro che invece si sentono avvantaggiati, o comunque riconosciuti, da una sorta di «nazione in armi». La linea di frattura è netta. Si tratta di una faglia che separa la società urbana a quella rurale, la borghesia intellettualizzata ad un proletariato militarizzato, una parte della società civile al resto di una collettività comunque numerosa, quest’ultima in qualche modo dominata, o comunque avvinta, dalla mitografia ierocratica, quella di un sacerdozio che si fa ordalia civile.

Quale sia il disegno degli interessi geopolitici dietro a questo conflitto, ce lo possono raccontare, almeno in parte, le analisi di merito. Le quali svelano – come d’abitudine – che dietro ad ogni domanda di liberazione c’è la passione di coloro che la formulano così come i calcoli di quanti ritengono di poterla volgere, prima o poi, a proprio beneficio. La seconda condizione, beninteso, nulla muta o trascolora della veracità della prima. In fondo, già così era avvenuto con le vicende a cavallo del biennio 1978-79, quando il potere della fragile dinastia dei Pahlavi fu deposto dall’impetuosità di quella che si stava presentando agli occhi del mondo nella sua natura di «rivoluzione khomenista». Quest’ultima, non a caso, costituiva il prodotto della convergenza di interessi diffusi e di classi sociali tra di loro anche molto diverse, galvanizzate dalla possibilità, che si sarebbe poi rivelata illusione, di dare corso ad una nuova società, fondata sull’equità e sulla giustizia. I temi della corruzione e della decadenza erano allora dominanti nel linguaggio politico corrente. Ne trassero giovamento, a conti fatti, quanti si erano mossi alle spalle dei moti popolari, dirottandone tuttavia gli effetti a proprio beneficio. Una parte del clero sciita si sovrappose e si sostituì ai soggetti del cambiamento, dando poi corso ad una teocrazia tiepidamente mitigata dalla presenza di alcune istituzioni scarsamente secolarizzate e brutalmente accompagnata da violenze sistematiche.

Come ogni falsa rivoluzione (ma ne esistono di storicamente vere, ossia di autentiche, poiché concretamente ispirate ai principi che dicono di volere perseguire?) l’ossessione sulla quale anche quella iraniana ha puntellato la propria continuità è quella della morale collettiva. Ossia, del minuzioso controllo dello spazio pubblico, dove gli individui manifestano la loro identità all’interno delle diffuse e quotidiane relazioni di cittadinanza. Poiché è in quel punto di sutura tra privato e collettivo, tra dimensione domestica ed espressione sociale che si insinua, in maniera intossicante e in misura urticante, il veleno di una «moralità» che cerca di spezzare qualsiasi forma di pluralismo, non solo politico. È «morale», infatti, l’obbligo di adesione pedissequa e acritica al modello di subordinazione delle esistenze che viene riprodotto come obbligo verso un unico modo di essere patrioti, ossia allineati ai principi vigenti. È morale, non a caso, quanto promana da un qualsiasi potere pubblico laddove esso, celando la sua natura di parte, entra nella vita quotidiana di ogni individuo dettandone condotte, vagliandone comportamenti, censurandone le eventuali espressioni autonome. È morale, infine, ciò che, oltre a imporsi come censura, viene cristallizzato nell’autocensura preventiva, quella introiettata da quanti sono costantemente vessati, temendo di esserlo ancora di più qualora dovessero prendere parola.

Le proteste per il velo, le tumultuose assemblee di giovani (e meno giovani), i sommovimenti quotidiani rimandano tutti, non a caso, al bisogno inderogabile di potere vivere la propria quotidianità come opportunità e non come mero vincolo. L’opportunità di essere quel che si è e non il vincolo di simulare ciò che non si è mai stati. La stretta religiosità, in questo caso, serve come tagliente strumento per delegittimare qualsiasi espressione dell’esistenza che non sia allineata con gli interessi dei gruppi di potere dominanti. Non è una prerogativa del solo Iran di oggi ma rimane il fatto che adesso è lì, in quei luoghi, che si misura, più che mai, la sua morsa oppressiva. Ed è in casi come questo che l’uso pubblico della «religione», intesa come una falce che taglia le teste, si trasforma in vero e proprio «oppio per i popoli», strumento di irretimento ed obnubilamento della speranza di emancipazione. Diceva a tale riguardo il filosofo: «Il fondamento della critica irreligiosa è: l’uomo fa la religione, e non la religione l’uomo. Infatti, la religione è coscienza di sé e il sentimento di sé dell’uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma l’uomo non è un’entità astratta posta fuori dal mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne completamento, il suo universale fondamento di consolazione e giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. […] La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo».

Ogni sodalizio indirizzato al totalitarismo, ossia alla cancellazione del pluralismo, alla disintegrazione della separazione tra i poteri, alla frantumazione delle garanzie, si presenta come intrinsecamente morale e, quindi, religiosamente legittimato. Quand’anche si tratti, nel qual caso, di una cristallizzazione di credenze più o meno diffuse, senza alcun reale fondamento in una qualche effettiva tradizione. I regimi del Novecento ce ne hanno offerto ampia dimostrazione. L’Iran è allora un banco di prova di questo orizzonte, dove ai diffusi disagi dei molti si legano le poche speranze dei tanti. Un paese che vanta ancora una diffusa comunità ebraica, i cui membri sono stimati sui 25mila, dopo che con la nascita della «repubblica islamica», nel 1979, almeno 60mila correligionari sono emigrati negli Stati Uniti (35mila), in Israele (20mila) e la parte restante in Europa. Quale sia la reale condizione di ciò che un tempo furono gli ebrei persiani, a loro volta soggetti ad una diffusa diaspora, è pressoché impossibile dire ora con assoluta certezza. Le minoranze vivono spesso in una condizione di temporanea tolleranza, revocabile all’occorrenza.

Anche per queste ragioni, il silenzio occidentale su quanto si consuma nelle strade e nelle piazze iraniane risulta ancora più intollerabile. A fronte del fatto, ed è la seconda vicenda all’ordine del giorno, che si stanno aprendo i mondiali di calcio nell’emirato del Qatar, una monarchia assoluta retta dalla dinastia Al Thani, che finge di essere invece alla guida di uno Stato costituzionale. Più volte molte voci hanno richiamato l’attenzione sulla costante violazione dei diritti civili come di quelli umani, al pari della più assoluta omissione del rispetto di quelli sociali. Élite possidenti si garantiscono la granitica continuità dei loro privilegi, a fronte di una popolazione autoctona demograficamente risibile (poche centinaia di migliaia) e di un elevato numero di immigrati senza tutele né riconoscimenti. Ancor più stridenti, quindi, paiono essere le recenti affermazioni di Gianni Infantino, presidente della Fifa, quando afferma che: «oggi mi sento qatarino. Oggi mi sento arabo. Oggi mi sento africano. Oggi mi sento gay. Oggi mi sento disabile. Oggi mi sento un lavoratore migrante». Già un tale incipit, espresso da un membro delle classi dirigenti, dove si dice di essere tutto per non assumersi la responsabilità di nulla, puzza di bruciato da molto lontano. Se a poi si aggiungono le frasi successive – «mi sento come loro e so cosa vuol dire essere vittima di bullismo perché lo sono stato. Ho pianto e ho cercato di reagire. Sono figlio di lavoratori migranti che hanno vissuto in condizioni molto difficili in Svizzera per come vivevano e i diritti che avevano. Ho visto come veniva trattato chi cercava di entrare nel paese, ma ora la Svizzera è un esempio di tolleranza. Il Qatar ha fatto progressi e ne parleremo, come spero che parleremo anche di calcio», denunciando quella che sarebbe solo «ipocrisia», poiché «per quello che noi europei abbiamo fatto negli ultimi 3.000 anni dovremmo scusarci per i prossimi 3.000 anni, prima di dare lezioni morali agli altri» – allora il quadro dell’amoralità è pressoché completo. Si tratta di una strategia retorica che letteralmente affoga i singoli problemi nel “benealtrismo”. Un po’ come dire che, posta la diffusione universale del latrocinio, allora ogni singolo crimine non sarebbe degno d’essere considerato in sé, visto l’orizzonte di nequizie in cui si consuma. Se tutti sono colpevoli, nessuno lo è fino in fondo.

Colpisce, in questo lavacro dell’incoscienza, il silenzio di chi, invece, è abituato a strepitare a senso unico contro l’«imperialismo». Quello occidentale, si intende. Proprio perché quest’ultimo è esistito, e mantiene ancora ben saldi alcuni suoi presidi, il ripetersi in maniera maniacale ed esclusiva sulle sue nefandezze, senza considerare che si deve intervenire su ciò che è in essere, non su quello che è stato, costituisce soltanto l’espressione di una vile indifferenza, che è tanto più abrasiva quando si riveste dei panni di una falsa coscienza, ossia, come afferma il filosofo Peter Sloterdijk, della più compiuta «forma del cinismo moderno». Tutti spettatori, sentimentalmente coinvolti; nessun lottatore per le libertà di tutte, a parte, si intende, quelle piazze mediorientali abbandonate a se stesse.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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