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Cultura
Lo sradicamento delle comunità ebraiche dai paesi arabo-musulmani

Storia e ragioni di una diaspora nella diaspora

L’esodo, altrimenti detto «evacuazione», più propriamente «espulsione», «sradicamento» ma anche «fuga», ovvero «emigrazione forzata» (useremo tali parole come sinonimi, quand’anche il loro significato non coincida in tutto e per tutto in diversi aspetti delle rispettive accezioni) dai Paesi arabi delle comunità ebraiche che vi risiedevano da molte generazioni riguarda, ad oggi, poco meno di un milione di ebrei, nel corso di un lungo stillicidio. Insieme ai loro figli e nipoti, nati e cresciuti nelle società ospiti ma ancora legati, per più ragioni, alle tradizioni originarie. Quindi, alle terre abbandonate. Si tratta di una peculiare dispersione nella più ampia, millenaria Diaspora ebraica. Di tale processo diamo, nelle righe a seguire, un primo canovaccio, affinché il lettore possa beneficiare della conoscenza non solo delle dimensioni di misura ma anche di quelle che sono state le dinamiche sottese e, al medesimo tempo, degli effetti che per tali ragioni ne sono derivati.

Benché dai tratti del tutto specifici, per nulla assoggettabili ad esperienze precedenti, lo sradicamento delle comunità ebraiche in terra arabo-musulmana – in quanto fenomeno storico – attraversa quasi tutto il Novecento. Trova tuttavia i suoi punti di maggiore tensione e fermento tra il 1947 e il 1979. Nel primo caso, si ha a che fare con la guerra civile innescatasi tra la componente ebraica e quella araba nella Palestina mandataria, a fronte del declino della presenza britannica e delle pretese conflittuali avanzate su quella terra dagli attori politici regionali; nel secondo, invece, con gli effetti dell’ascesa al potere in Iran dello sciismo rivoluzionario, destinato a condizionare non solo il paese ma l’intera regione mediorientale, anche con progressivi trasferimenti forzati di popolazioni, all’insegna soprattutto di una maggiore omogeneità ideologica delle collettività.
Il tratto comune, in tutte le circostanze, è costituito dalla repentina, molto spesso violenta, quasi sempre coercitiva azione esercitata contro il gruppo ebraico locale, costretto, in genere nel volgere di pochissimo tempo, a fuggire dalle proprie abitazioni, abbandonando i beni di proprietà e affidandosi ad un incerto espatrio. Il più delle volte, infatti, alla separazione fisica dai propri luoghi di origine si accompagnava – come nella quasi totalità degli altri esodi e degli spostamenti forzati di popolazioni civili – la perdita di ciò che si possedeva. Ovvero, la vendita a prezzi stracciati oppure il sequestro per opera delle amministrazioni pubbliche. Da questo punto di vista, la fuga delle comunità ebraiche dai paesi arabi si legava ad un sincronico processo di appropriazione, da parte delle autorità civili e politiche – e nelle spoglie restanti, per parte delle società locali – di quanto era stato lasciato in loco, sia perché non trasportabile a mano sia perché legato al territorio, a partire dai beni immobili.

Di fatto, il fenomeno dell’esodo ebraico si manifestò non solo come un abbandono di massa ma anche nella sua radice di grande processo di spoliazione collettiva, a danno soprattutto di famiglie completamente prive di altra protezione che non fosse quella accordatagli da quegli Stati dei quali, sia pure con persistenti limiti giuridici e di fatto, avevano fatto parte fino ad allora in quanto cittadini o sudditi. Peraltro, nessuna compensazione o risarcimento sono stati posti in essere a tutt’oggi, così come lo stesso riconoscimento ufficiale del fenomeno continua ad essere negato o rimosso da buona parte delle autorità nazionali. Israele, per parte sua, malgrado i notevoli problemi che l’arrivo in massa di rifugiati gli causò, per essi non chiese alle organizzazione internazionali il riconoscimento della condizione di profughi. Non di meno, le molte dinamiche innescate dall’espatrio per espulsione sono pesantemente entrate in gioco nelle vicende del Mediterraneo del secondo Novecento, intervenendo sia nelle logiche di lungo periodo del conflitto israelo-arabo-palestinese, sia nei rapporti interni agli Stati arabo-islamici così come nella composizione socio-demografica d’Israele.

Nel primo caso, dinanzi alla rivendicazione delle comunità arabo-palestinesi del «diritto al ritorno» si è accompagnata, a lungo in un binario parallelo, da molti obnubilato, la rilevante questione dell’insediamento e dell’integrazione dell’ebraismo mediterraneo e mediorientale nel tessuto civile, sociale, economico e infine politico israeliano. Le due cose, ovvero la vicenda palestinese e quella ebraica, non sono strettamente interconnesse nei fatti ma ne costituiscono interfacce simboliche, oltre che poi anche materiali. Si tratta infatti di dinamiche storiche accomunate dall’essersi originate in tempi coevi, all’interno di una contrapposizione esistenziale, mai veramente negoziata tra mondo arabo ed Israele, vivacemente alimentata dalla logica di isolare il nuovo Stato ebraico. Non era estranea, a tale riguardo, la convinzione nutrita da alcune élite arabe che l’espulsione degli ebrei, e il conseguente rifugio di essi nel nuovo Stato, composto nel 1948 da soli 600mila elementi, ne avrebbe comportato un probabile collasso organizzativo. Così, tuttavia, non andarono le cose.

Nel secondo caso, se si sposta il quadrante sulla dimensione geosociale, gli effetti si sono misurati su più piani: l’esodo ebraico ha portato, nel corso degli anni, ad un impoverimento culturale, come anche economico, delle società arabe d’origine, che si sono in tale modo private di una parte della loro originaria ossatura (la perdita dell’artigiano e dei commerci ebraici hanno pesato soprattutto nelle trasformazioni del locale tessuto urbano); non di meno, l’ingresso di molti rifugiati nella società israeliana, allora ancora in corso di formazione, ha trasformato una parte degli indirizzi stessi dei processi di modernizzazione che l’hanno caratterizzata dai primi anni Cinquanta in poi. Lo Stato d’Israele, generatosi attraverso le aliyot, le ondate immigratorie succedutesi nel corso di settant’anni, tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX, fino ad allora aveva infatti raccolto perlopiù ebrei provenienti dall’Europa, connotati da culture politiche, relazioni sociali, fisionomie professionali ed organizzazioni civili per molti aspetti estremamente diverse da quelle dei correligionari del Mediterraneo orientale. Ne sono quindi derivati, nel corso del tempo, frizioni e conflitti che hanno accompagnato l’evoluzione del giovane Stato, caratterizzandone decisioni, condotte ma anche incertezze e tensioni, soprattutto nel merito del posizionamento nella scala sociale di gruppi che, a lungo, si sono vissuti come sfavoriti rispetto alle componenti di origine europea. Di fatto, ancora oggi, benché molte linee di frattura siano state nel frattempo ricomposte, nelle complesse dinamiche della società israeliana permane il calco di una sorta di irrisolta differenziazione, il cui punto di maggiore tensione è la rivendicazione del diritto all’accesso alle funzioni decisionali e ai ruoli di potere.

Di quel grande insieme di individui costretti a lasciare i propri luoghi di origine nei paesi arabo-musulmani, infatti, due terzi si sono recati in Israele, oltre 200.000 in Francia (in particolare gli ebrei algerini e tunisini) mentre la parte restante si è divisa tra gli Stati Uniti e l’Europa. L’esodo ebraico è un complesso evento storico, che non può essere ricondotto ad un’unica ragione, anche se l’ostilità araba, spesso fomentata dalle autorità locali e nazionali, ha giocato un peso decisivo. Così come gli effetti che ne sono derivati, risultano essere a tutt’oggi molteplici. Anche per questo, al netto delle tante banalizzazioni, occorrono alcuni incisi di merito. La presenza ebraica nelle società arabe, precede la loro islamizzazione. Si tratta di insediamenti di antichissima radice, successivamente rafforzati, a partire dalla fine del XV secolo, dall’espulsione degli ebrei dalla Penisola iberica, confluiti quindi nelle società del Mediterraneo meridionale ed orientale. Nel suo complesso, si parla di un ebraismo sefardita e mizrachi, ovvero di comunità ebraiche che, nel corso dei secoli, hanno costituito ed affinato insediamenti a sé stanti, con loro abitudini, tradizioni e riti. Anche da ciò, ne sono derivati soggetti collettivi con un profilo autonomo rispetto alle società, a maggioranza araba, di cui sono stati pur elementi attivi ed in continua interazione. Se da una parte la presenza ebraica, intesa come tale su un piano non solo religioso ma anche culturale ed economico, ha sviluppato rapporti endogamici, basati sul matrimonio tra correligionari, dall’altra è stata componente partecipe di quei processi di modernizzazione, quindi di trasformazione alle loro radici, che hanno attraversato, nell’età moderna, e contemporanea, le società non ebraiche del Medio Oriente. Questo rimane il punto da cui partire per articolare una riflessione di ordine storico, stabilendo delle scansioni non solo cronologiche ma anche logiche, rispetto alle dinamiche che hanno obbligato gli ebrei, per grandissima parte, ad abbandonare i loro luoghi di origine e radicamento nei paesi arabi.

Prima della nascita dello Stato di Israele nel 1948, circa un milione di ebrei vivevano nelle terre che a tutt’oggi costituiscono le società mediorientali. Le stime variano oscillando tra i 1.011.000 e il 1.035.000. Di questi, poco meno di due terzi risiedevano in quella parte del Nord Africa originariamente controllata da Francia e Italia; il 15-20 per cento, invece, nel Regno dell’Iraq; circa il 10 per cento in Egitto così come il 7 per cento nello Yemen. Altri 200.000, inoltre, vivevano tra l’Iran e la Repubblica di Turchia. Godevano dello statuto di «dhimmi», ossia di «popolo del Libro», quindi di sudditi protetti, associati ad una religione monoteista, come tali titolari di diritti civili, politici e sociali minori rispetto a quelli riconosciuti ai musulmani. A tutt’oggi, quel che resta di quei gruppi originari nei paesi arabi non supera, nel suo insieme, le 10.000 unità. Con l’eccezione dell’Iran e della Turchia, società islamiche ma non arabe, che arrivano nel loro insieme a circa 50.000 elementi.

Il primo grande esodo avvenne con la nascita d’Israele, quando in circa sei anni, compresi tra il 1948 e il 1953, dall’Iraq, dallo Yemen e dalla Libia la quasi totalità della popolazione ebraica abbandonò i suoi paesi di origine, e quindi i suoi stessi beni, essendo costretta ad un’emigrazione forzata. La meta per molti obbligata fu Israele stesso. Paese nel quale, in quel medesimo lasso di tempo, venne ben presto componendo più della metà della popolazione, con innumerevoli effetti di lungo periodo sul piano delle culture sociali e politiche. In altre parole, una società che era stata fondata da ebrei provenienti dall’Europa orientale, si trovava adesso a doversi confrontare con persone, famiglie e costumi che erano espressione di un universo di significati ed abitudini completamente diverso da quello che, in origine, l’impresa sionista andava propugnando e realizzando. Tra il 1948 e il 1951, quindi, almeno 600.000 ebrei orientali vi giunsero. La composizione della popolazione nazionale, infatti, subì un radicale cambiamento: Israele non era più un paese di soli ebrei europei, diventando semmai una società ibridata, composta da molti immigrati mediterranei e mediorientali.

L’espatrio obbligato dai paesi arabi, originato da violenze di piazza ed omicidi, pogrom giustificati politicamente dalle autorità, brutalità diffuse e continuative, atti vandalici, persecuzioni istituzionali, stigmatizzazioni politico-ideologiche, razzismo diffuso, emarginazioni di fatto, antisionismo viscerale, antisemitismo antico e di nuova generazione ed infine vere e propri espulsioni, accompagnate dalla perdita della cittadinanza, conobbe peraltro fasi tra di loro differenti. In un primo momento, ossia intorno al 1948, fu segnato dalla sollevazione delle componenti arabe urbane contro la presenza ebraica, soprattutto a partire dall’area maghrebina. Dopo la crisi di Suez del 1956, fu la volta degli ebrei egiziani. Nel caso delle società nordafricane gli eventi più significativi si verificarono comunque negli anni Sessanta, con l’abbandono delle residue comunità sefardite, sotto la pressione politica del panarabismo, che propugnava un’omogeneizzazione politica delle società nazionali e la lotta senza quartiere contro Israele. Di fatto, ad oggi, i discendenti di prima, seconda e terza generazione degli ebrei dei paesi arabo-musulmani, costituiscono più della metà della popolazione israeliana. Le residue comunità ebraiche, di una qualche consistenza, rimangono, a parte l’Iran e la Turchia, soprattutto in Marocco. La diffusione, diretta o indiretta, dell’ideologia razziale nazista, così come l’azione del collaborazionismo di Vichy, in Marocco, Tunisia, Libia e Algeria, al pari del resto del Medio Oriente, durante gli anni della Seconda guerra mondiale, avevano peraltro già contribuito ad esacerbare le posizioni di una parte delle società arabe nei confronti delle minoranze ebraiche autoctone. Queste ultime erano ora identificate come gli agenti del residuo colonialismo franco-britannico. Se ne denunciava l’espressione di un’identità autonoma, che stava minacciando, per il fatto stesso di mantenere una soggettività sua propria, il radicamento altrimenti profondo delle comunità arabo-musulmane. In controluce, si può leggere in queste posizioni, allora assai diffuse tra la popolazione locale, un malinteso senso di costruzione dell’identità nazionale, basato anche sulla persecuzione e l’esclusione della minoranza ebraica.

Più in generale, all’origine del processo di espulsione degli ebrei dai paesi mediorientali e mediterranei si pongono comunque fattori che solo in parte minore sono raccordabili al conflitto armato innescatosi tra la componente ebraico-sionista e quella arabo-palestinese nella Palestina mandataria negli anni Quaranta. Tra di essi, quindi, vanno annoverati i molteplici percorsi che attraversavano le società arabe locali, dove i processi di modernizzazione, propiziati dalle trasformazioni del mercato internazionale, avevano avviato un percorso di decomposizione delle vecchie strutture sociali ed economiche nazionali; la diffusione di ideologie e di identità nazionaliste, sul modello e a ricalco delle esperienze europee, con una rilevante presenza e un non indifferente successo del nazionalsocialismo; la nascita, e l’evoluzione, di giovani generazioni di militanti politici che aspiravano a sottrarre alle vecchie classi dirigenti il ruolo di primazia da esse assicuratosi nel corso del tempo, anche grazie alla compromissione con le élite coloniali europee, interessate a mantenere comunque una presenza indiretta in Medio Oriente; la diffusione di un antisemitismo basato sugli stereotipi della vecchia giudeofobia così come sulla capacità di mobilitazione di un nuovo razzismo antiebraico, di radice biologica e di visione apocalittica, direttamente ispirato all’esperienza nazifascista; il crescente convincimento, alimentato dal nazionalismo panarabo e poi transitato nell’islamismo radicale, che la presenza ebraica fosse non solo un elemento di alterità identitaria ma anche, e soprattutto, una minaccia agli equilibri della società a venire; il rifiuto del pluralismo e della modernizzazione politica di matrice europea, con il rigetto del lascito illuminista, dell’esperienza liberale ma anche del collettivismo comunista, a favore della visione organicista, comunitaria e razzista praticata dalle destre radicali, di cui sia il nazionalismo panarabo che il fondamentalismo musulmano si sono alimentati, il secondo continuando tutt’oggi a farlo, a fronte dei fraintendimenti di coloro che hanno interpretato entrambi i fenomeni come manifestazioni di «progressismo»; la radicalizzazione religiosa, che a partire dagli anni Settanta, con l’affermazione del khomeinismo in Iran, diverrà un elemento ideologico trasversale nella coscienza di sé di una parte del mondo musulmano. Un quadro di riferimento – quindi – senz’altro composito, che non si presta, facendo proprio uno sguardo storico, a semplificazioni di sorta. Laddove ad entrare in gioco, ancora una volta, attraverso il prisma della presenza (e poi assenza) ebraica, è il rapporto tra minoranze e maggioranza nei processi di National Building.

Nel complesso, secondo le stime – in parte tuttavia incerte, destinate a rimanere tali – tra il 1948 e il 2019 la popolazione ebraica del Maghreb, in Nord d’Africa, è passata dagli originari 550mila elementi a meno di 3.200. Il Marocco ha perso il 99% della sua comunità, passando da 260mila elementi a circa 2.100; l’Algeria l’ha vista quasi azzerarsi, transitando da 140mila a una cinquantina di soggetti; così anche la Tunisia, che conta ancora un migliaio di ebrei a fronte di un nucleo originario che variava, secondo i calcoli, in un gamma di oscillazione compresa tra i 50mila e i 100mila componenti. Ed ancora, la Libia, in settant’anni ha perso la totalità dei 35mila ebrei e più sui quali poteva contare ancora nel 1948. L’area mediorientale compresa tra l’Egitto, il Sudan e lo Yemen, a sua volta è transitata da più di 300mila soggetti a qualche centinaio. L’esodo più copioso si è compiuto in Iraq, dove dai 140mila si è passati a meno di una decina di elementi; l’Egitto conta attualmente su un centinaio di individui a fronte degli 80mila originari; così per lo Yemen e Aden, da 60mila a meno di una cinquantina; la Siria, dai 15/30mila ai cento di oggi, al pari del Libano. Se questo è il drastico quadro dei paesi arabo-musulmani (o con una presenza fortemente maggioritaria della componente islamica), nel caso delle nazioni musulmane non di lingua araba, ossia dell’Afghanistan, del Bangladesh, dell’Iran, del Pakistan e della Turchia si è transitati ad un quinto della componente originaria, passando dagli oltre 150mila agli attuali 24mila.

Nel suo insieme, l’esodo è stato efficacemente definito da David Meghnagi come «un processo combinato di fuga, espulsione, condizione di terrore progressivo e sogno di rinascita». Quest’ultimo elemento ha inciso soprattutto a cose avvenute, quando lo strappo con le società di origine si era oramai definitivamente consumato. Il problema della comprensione della condizione dell’esilio dell’ebraismo dalle terre arabe, rimane tuttavia incompiuto a tutt’oggi. Soprattutto per una serie di ordini di ragioni che possono essere così riassunte: gli insediamenti ebraici originari sono stati completamente cancellati, posto che l’integrazione dei tanti fuggiti ha riguardato individui e famiglie piuttosto che comunità, semmai segmentate nel nuovo Stato e all’interno della società di nuova costituzione; l’avversione pregiudiziale contro Israele ha integrato i fantasmi del rifiuto antisemita, tanto più corposi dal momento stesso in cui gli ebrei sono pressoché scomparsi, alimentandosi quindi di un immaginario patologico e degenerato; quei paesi hanno vissuto un lungo tumulto sociale, economico e politico che, in molti casi, non ha prodotto i risultati che in origine erano attesi: anche da ciò, ovvero da una sorta di oramai persistente sfasatura tra aspettative e risultati, derivano molte delle ragioni dell’impossibile dialogo tra società arabe e mondo ebraico. Gli ebrei arabi divennero peraltro «ostaggi» (ancora Meghnagi) dei paesi di cui, fino al 1948, avevano invece fatto parte. La radicalizzazione politica araba si è rivelata funzionale ai medesimi percorsi di decolonizzazione ma non nel senso della costruzione di un sufficiente pluralismo sociale e civile. Semmai è intervenuta una sommatoria di processi incompiuti, suggellati dalla marginalità che buona parte delle società arabo-musulmane scontano rispetto agli equilibri del mercato internazionale, confrontandosi poi con gruppi dirigenti autoreferenziali e patrimonialisti, incapaci di dare corso a percorsi di costruzione del consenso che non siano fondati su una buona dose di clientelismo e di assoggettamento delle collettività. Il ricorso all’antisemitismo istituzionale ha lavorato nel senso di favorire il consolidamento di questo stato di cose, motivando l’espulsione degli ebrei in base alla necessità di rigenerare le società nazionali, salvo poi rivelare la sua prevedibilissima fallacia, oltre che l’intrinseca natura menzognera. L’una cosa e l’altra, tuttavia, non contribuiscono a smentirne il prosieguo, basato anche sul persistente disconoscimento del dramma collettivo degli ebrei dei paesi arabi.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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