L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Itzchaq Luria e il mito qabbalistico della redenzione

Chi era il mistico di Safed e quale il suo pensiero? Letture di interpreti e discepoli che affascinano ancora oggi

Chi visita oggi il Museo ebraico di Berlino non può non soffermarsi a riflettere dinanzi alla grandiosa opera dell’artista Anselm Kiefer intitolata Bruch der Gefässe, in ebraico shevirat ha-kelim ossia “rottura dei vasi”. Si tratta del potente mito qabbalistico, ‘creato’ da Itzchaq Luria, per spiegare l’amaro destino della dispersione del popolo di Israele nel mondo e per alimentare l’anelito alla riunificazione delle anime ebraiche alla Shekhinà, ossia alla stessa luce divina di cui sono fatte e dalla quale esse sono state esiliate. La ‘scultura’ di Kiefer è probabilmente la più suggestiva interpretazione artistica, realiazzata in questi anni, di quel mito: si tratta di tre livelli in verticale di ‘volumi scolpiti’ – possiamo vederli come un’ideale biblioteca talmudica – ai quali è stata sovrapposto l’albero sefirotico, dall’indicibile En sof al di sopra e al di là di quei volumi, via via discendendo fino all’ultima sefirà, quella di Malkhut, che giace in mezzo al grande pavimento cosparso di vetri rotti; questi ultimi simboleggiano i cocci, meglio le sceggie, dei vasi o sfere – le sefirot appunto – che si sono infrante in quanto incapaci di reggere l’energia divina e a terra intrappolano come qelipot (gusci) le nitsotsot (scintille) in attesa di essere purificate, redente e riunificate alla loro divina Sorgente.

Quest’interpretazione simbolica della speranza della redenzione di Israele, tarda elaborazione del trauma del gherush Sfarad, ossia della cacciata degli ebrei dalla penisola iberica tra il 1492 (dalla Spagna) e il 1496 (dal Portogallo), si colloca al cuore di un mito cosmogonico ancor più radicale, sempre rintracciabile negli insegnamenti mistici di Itzchaq Luria: il mito dello tsimtsum o auto-restringimento divino. Iddio benedetto, essendo il Tutto, dovette ritrarsi in se stesso, per così dire, per far spazio a qualcosa che non fosse Lui medesimo, e con tale atto si è auto-limitato e ha ‘creato’ il mondo, ossia qualcosa che fosse ‘altro da Dio’. Ma quello spazio vuoto, sempre per così dire, si riempì delle sue emanazioni, raggi luminoso-energetici che si condensarono nei predetti vasi, ma che ‘non ressero’ e si frantumarono… lasciando le anime ebraiche in attesa di una redenzione, chiamata da Luria con l’antico termine halakhico di tiqqun, che significa aggiustamento, riscatto e salvazione. La sequenza tsimtsum-shevirà-tiqqun, specie se combinata con la dottrina delle sefirot (come appare nell’opera di Kiefer) è forse lo teoria teosofica più influente che l’ebraismo abbia mai elaborato per immaginare il drammatico destino storico-metafisico di Israele nel mondo, un mito appunto di caduta-e-redenzione. Chapeau a Luria, allora! Ma è stato davvero lui l’inventore di un così suggestivo mitologema, potente al punto da essere ripreso da decine di filosofi e teologi ebrei contemporanei, per dar conto ad esempio della stessa Shoah?

Ricostruiamo la catena della trasmissione di queste idee e dei simboli che le rendono così attrattive. Quasi tutto quel che è arrivato alla cultura occidentale, di Ytzchaq (Isacco) Luria (1534-1572), è giunto a noi attraverso la sintesi che ne fece Gershom Scholem nel suo Le grandi correnti della mistica ebraica, del 1941, un classico imprescindibile in materia e in italiano più volte ripubblicato. In ebraico sono fondamentali anche gli studi di Isaiah Tishby, mentre in inglese molto ha scritto Lawrence Fine. Ma al netto della ricerca scientifica, la vita e il pensiero di Luria dipendono massicciamente dall’opera di un suo allievo o meglio compagno, Hayim Vital Calabrese (1543-1620), anch’egli studente a Safed/Sfat in Galilea, alla scuola del grande qabbalista sefardita Moshe Cordovero, il Ramak (1522-1570), forse la mente più sistematica tra i maestri di quella città di mistici. Fu l’allievo/compagno a raccogliere gli insegnamenti del poco più anziano Luria e a divulgarli nelle opere, di tutt’alto che facile decifrazione, intitolate Ets chayim, Albero di vita, ed Ets ha-da‘at, Albero della conoscenza. Molto geloso del suo legame con Luria, reclamando di essere il solo vero depositario e interprete del di lui pensiero mistico, Chayim Vital Calabrese è dunque anche la nostra sola vera fonte. Quanto venga da Luria e quanto dall’allievo resta un problema (scientificamente parlando) o un mistero (per usare il termine mistico), così come avvolta nel mito resta la breve vita del maestro, mito sigillato dal nome-acristico con cui è venerato dalla tradizione ebraica successiva: Ha-Ari ha-qodesh, il santo leone.

Nato a Gerusalemme da padre ashkenazita e madre sefardita, sembra che Luria abbia trascorso gli anni della prima giovinezza in Egitto immerso in studi rabbinici ma affascinato soprattutto dalla letteratura zoharica. I biografi, meglio i suoi agiografi, lo collocano a Safed attorno al 1570, dove morì solo un paio d’anni dopo… un paio d’anni sufficienti per farsi conoscere come un precoce visionario e un asceta carismatico, dotato di comunicazione con le anime dei santi rabbini defunti e capace di introspezione dell’anima altrui, in un misto di metoposcopia e fisiognomica. Si dice abbia istituito un circolo di ben trantacinque discepoli (tra il cui il predetto Vital Calabrese) a cui avrebbe insegnato specifiche tecniche mistiche per elevarsi ai cieli superni e dato non pochi esempi di vita e di preghiera. Non lasciò nulla di scritto, ovviamente, altrimenti avremmo un riscontro con l’opera del suo unico esegeta.

Nell’impossibilità di disceverare storia e mitologia, dobbiamo prendere atto dell’immensa eredità spirituale luriana nella storia ebraica dei secoli successivi. Dalle città dell’impero ottomano (Gerusalemme, Damasco, Costantinopoli…) la mistica detta luriana, un siddur [libro di preghiere] in suo nome e altre pratiche ascetiche a lui ispirate si diffusero lentamente nelle comunità ashkenazite dell’Europa orientale, raggiungendo l’Ucraina e la Polonia. In quelle terre tali idee e prassi vennero adottate da Dov Ber di Metzerich, il Grande Magghid (1710ca-1772), colui che sistematizzò il nascente movimento chassidico, il quale a sua volta alimentò con ulteriori leggende il mito di Luria traghettandolo fino a noi. In particolare a Luria è attribuita la pratica degli yichudim ovvero le ‘unificazioni’, tecniche mistico-teurgiche per l’unione dell’anima con Iddio benedetto, o addirittura per la ricomposizione dei diversi attributi divini, temi tutti che, teologicamente parlando, appaiono borderline. Persino lo pseudo-messia Shabbatay Zvi – a sua volta oggetto di studi accademici da parte di Scholem – si appoggiò alle dottrine mistiche di Luria per accreditarsi come ‘unto del Signore’ inviato per il grande tiqqun della redenzione, e la sua apostasia (cioè la sua conversione all’Islàm) fu letta come ‘discesa del giusto’ tra le qelipot, i vetri rotti, al fine di riscattare le scintille disperse.

Nella seconda metà del XX secolo il mito dello tsimtsum è stato ripreso e adotatto come teodicea, ossia come spiegazione del silenzio divino ad Auschwitz, versione mistica del tema teologico (forse più cristiano che ebraico) dell’impotenza divina. Il ritrarsi divino per far posto al mondo significherebbe la divina volontà di non interferire con il corso della storia e della natura, lasciando briglia sciolta anche alla forze del male… Così il racconto del dramma cosmico elaborato a Safed, sempre in bilico tra rivelazione e gnosi, resta una fascinosa risposta al bisogno di spiegazione del perché il mondo non sia stato ancora redento. Luria evergreen.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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