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La memoria, nel Giorno della Memoria

Una riflessione sulla Shoah nelle parole di Bruno Segre

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa attenta riflessione sulla Giornata della Memoria e sulla Shoah da Bruno Segre, che ci scrive a partire da una sua precedente lettera pubblicata il 27 gennaio 2017 sul sito di Sinistra per Israele

Ogni anno, dal 2000 in poi, sono andato nelle scuole a parlare di Shoah agli studenti. E avendo fatto “il mio dovere” anno dopo anno, posso testimoniare che, a motivo del carattere rituale della ricorrenza, la Giornata della memoria rischia di esaurirsi in una rievocazione retorica e sterile del male, in una sorta di postumo premio di consolazione offerto alle vittime e ai loro eredi.

Se il ricordo dell’orrore non si salda a un’interrogazione lucida circa il nostro orrido presente, e non suggerisce ai giovani l’idea di un futuro meno indecente del passato che abbiamo dietro le spalle, la rituale invocazione «ciò non deve accadere mai più» cade nel vuoto, non serve a nulla. Trasmettere la memoria della Shoah agli studenti delle scuole d’oggi, a quasi ottant’anni di distanza, ha un senso soltanto se riusciamo a educare le giovani generazioni a leggere la storia e a comprenderne criticamente la complessità, inducendole a mostrarsi pronte, in ogni evenienza, a prevenire e a impedire derive distruttive e criminali. Affinché la Giornata della memoria “funzioni” e significhi qualcosa per i nostri giovani, occorre che favorisca in loro la progettazione di un avvenire vivibile, da condividere fraternamente con tutti i figli degli uomini.

La Shoah rappresenta innegabilmente un capitolo specifico della storia degli ebrei. Infatti, nel “nuovo ordine” che Hitler intendeva instaurare, soltanto noi ebrei eravamo destinati alla distruzione totale, per principio e senza residui. La Shoah portò alla scomparsa di un pezzo rilevante della civiltà europea, quella degli ebrei dell’Europa centro-orientale. Fu dunque a pieno titolo una tragedia ebraica, immane e irredimibile.

Penso però che sia un errore farla passare come un nostro “trauma privato”. Chi usa questo approccio diffonde l’idea erronea che la Shoah sia una questione esclusivamente ebraica, e perciò di scarsa rilevanza per chiunque altro si trovi a fare parte della società contemporanea. Ricordare che anche i rom, gli omosessuali, i disabili e i Testimoni di Geova subirono dai nazifascisti persecuzioni per ciò che “erano” e non per ciò che “facevano”, non comporta affatto una banalizzazione della Shoah. Né la banalizza chi ci ricorda che la Shoah non fu l’unico inferno che la storia abbia partorito nel corso del catastrofico Ventesimo secolo. Una trentina d’anni prima della Shoah ci fu lo sterminio degli armeni, e nella seconda parte del secolo ebbero luogo le feroci stragi e le pulizie etniche in Bosnia, nel Kosovo, in Ruanda, in Cambogia solo per citarne alcune.

Se vogliamo presentare il genocidio degli ebrei d’Europa alle nuove generazioni in modo corretto, in tutta la sua complessità, occorre che lo facciamo rifluire laicamente nella corrente principale della storia dell’umanità. Esso non fu, come alcuni sostengono, un’eccezione patologica, una barbara ma temporanea deviazione dalla via maestra della storia. A mio avviso, il genocidio ebraico, compiutosi nel cuore stesso di quella cultura europea e cristiana che era stata la culla della modernità, è e continuerà a essere la matrice fondamentale per la comprensione del nostro tempo storico. La Shoah rivela con spietata chiarezza il contrasto fra i poderosi strumenti di ingegneria sociale creati dalla modernità e l’inettitudine della specie umana a crescere sul terreno della civiltà. La Shoah si porrà quindi per sempre quale paradigma e testimonianza della millenaria follia del mondo.

Bruno Segre


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