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Cultura
La miccia dell’antisemitismo: le parole pronunciate dal Papa in Ungheria

Il rispetto per l’altro da sé e un’educazione alla fraternità sono gli strumenti per disinnescare l’odio

È stata una visita decisamente breve, accelerata, quella che Papa Francesco ha fatto alla «cristianissima» Ungheria. Non più di sette ore. Arrivato alle otto del mattino a Budapest, nel primo pomeriggio era già in viaggio verso la Slovacchia. Si tratta del suo trentaquattresimo viaggio dall’inizio del suo magistero sulla cattedra petrina. Rimangono le immagini dell’incontro con le massime autorità magiare, il presidente della Repubblica János Áder, il premier Viktor Orbán ed il suo vice Zsolt Semjen, durato quel numero di minuti necessari per garantirne non solo il formale decoro ma anche un’incisività di contenuti che, non a caso, si è manifestata soprattutto negli echi delle parole pronunciatevi. Ad una leadership ungherese, e soprattutto al suo primo ministro, impegnata a ribadire la centralità del cattolicesimo (i culti cristiani interessano circa il 75 della popolazione, tre quarti della quale legata alla Chiesa di Roma), Jorge Bergoglio ha inteso declinare la natura del messaggio evangelico dal punto di vista del suo pontificato.

Il primo passo in questo senso è stato il negoziare, per parte del Vaticano, un incontro di vertice che non fosse solo tra il solo Papa e il premier. Il timore di una potenziale strumentalizzazione da parte di quest’ultimo (che peraltro ha immediatamente postato sul web le immagini del conciliabolo, non appena terminato), aveva infatti indotto i vertici pontifici a privilegiare uno scambio tra più partecipanti. Così è stato, di fatto essendosi trattati di circa quaranta minuti, convenevoli compresi, in cui una piccola delegazione romana (insieme al Papa il cardinale Parolin e l’arcivescovo Gallagher) ha conversato con quella ungherese, evitando le eccessive ritualità di circostanza ma rispettando ognuna le altrui posizioni e ribadendo quindi le proprie. Il tutto in un ambiente che non era quello dei palazzi del potere ma il Museo nazionale delle belle arti, a volere mantenere il significato delle parole dette all’interno di un recinto di calcolata occasionalità. Tra gli argomenti in agenda, il ruolo della Chiesa, gli impegni per la tutela della famiglia, la salvaguardia dell’ambiente. In realtà, a fronte degli inviti di Bergoglio a non ricorrere al cattolicesimo come ad una corazza da indossare dinanzi alle tensioni dei tempi correnti, la figura di maggiore spessore politico presente, il premier Orbán, non ha deflesso di un centimetro dalle sue ben note posizioni. Già nei giorni scorsi, dinanzi agli esiti della crisi afghana, si era infatti incaricato di affermare che il suo impegno politico era quello di «difendere l’Ungheria dalla crisi dei migranti»

Durante il summit istituzionale, dinanzi al Papa che ribadiva come «la diversità fa sempre un po’ paura perché mette a rischio le sicurezze acquisite e provoca la stabilità raggiunta», tuttavia, costituisce una «grande opportunità per aprire il cuore al messaggio evangelico: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati», Orbán ha appellato Francesco affinché l’Ungheria cristiana non «perisca» (concetto ribadito poi su Facebook). A suggello di tale richiesta ha offerto al suo illustre interlocutore una copia della lettera che il re ungherese Béla IV nel 1250 aveva scritto a Papa Innocenzo IV, in cui chiedeva l’aiuto dell’Occidente contro i bellicosi tartari che minacciavano l’Ungheria cristiana. Propriamente, non un segno conciliante rispetto al magistero pontificale nel merito dell’arrivo degli stranieri in Europa e in Ungheria. Nella messa recitata davanti ad un pubblico di grandi dimensioni – almeno centomila presenti – in piazza degli eroi, Bergoglio ha ribadito la posizione del suo pontificato: «il sentimento religioso è la linfa di questa nazione, tanto attaccata alle sue radici»; la croce «esorta a mantenere salde le radici, ma senza arroccamenti; ad attingere alle sorgenti, aprendoci agli assetati del nostro tempo. Il mio augurio è che siate così: fondati e aperti, radicati e rispettosi». A quella parte del Paese, non certo secondaria, che guarda alla religione come ad un elemento di una tradizione fortemente conservatrice, declinandola quindi sul versante della chiusura identitaria nei confronti anche della stessa Unione europea, Francesco ha avuto modo di affermare che «è difficile esigere un’Europa più fecondata dal Vangelo senza preoccuparsi che non siamo ancora pienamente uniti tra noi nel Continente e senza avere cura gli uni degli altri». A tale riguardo ha ripreso l’immagine del Ponte delle Catene, che collega le due zone simbolo della capitale ungherese, Buda e Pest: «non le fonde insieme», ha affermato, «ma le tiene unite; così dovrebbero essere i rapporti tra di noi».

Ed è sul tema dell’«altro da sé», durante il successivo incontro con il Consiglio ecumenico delle Chiese e con le Comunità ebraiche, che il Papa rilancia il tema della persistenza dell’antisemitismo, «minaccia che ancora serpeggia in Europa e altrove, una miccia che va spenta. Ogni volta che c`è stata la tentazione di assorbire l`altro non si è costruito, ma si è distrutto, così pure quando si è voluto ghettizzarlo, anziché integrarlo». Ragion per cui, «dobbiamo vigilare e pregare perché non accada più» e impegnarsi a «promuovere insieme una educazione alla fraternità, così che i rigurgiti di odio che vogliono distruggerla non prevalgano».

Se il contenuto delle affermazioni papali può sembrare di mero auspicio, ciò che conta in esse sono i tempi e i luoghi in cui sono state pronunciate. Benché il viaggio pontificale abbia un carattere «spirituale» (così come ribadito alle agenzie stampa, posto che il motivo formalmente addotto era la celebrazione della messa a conclusione del Congresso eucaristico), esso avviene per primo dopo la non semplice operazione subita da Francesco poche settimane fa e in due nazioni che sono al cuore dell’Europa sovranista e identitaria. Le implicite frizioni tra alcune delle leadership politiche di questi paesi e la dottrina sociale dell’attuale pontificato, che mette al centro dei suoi diversi passaggi i temi dell’incontro con la differenza e della mediazione tra le alterità, non potevano incontrare alcuna soluzione in una irrituale visita di cortesia. Le due delegazioni di vertice si erano quindi disposte ben sapendo che i propri interlocutori avrebbero ribadito ancora una volta le ragioni di cui sono titolari.

L’aperto richiamo all’antisemitismo da parte di Papa Bergoglio si inscrive quindi all’interno di questa trama, nella quale il nesso con l’Europa è ribadito a partire dalla memoria di un passato che in Ungheria si rivelò particolarmente tragico, laddove dei 725mila ebrei che vivevano nel Paese, dopo l’occupazione nazista del 19 marzo 1944, più della metà (438mila, per l’esattezza) fu deportata nei campi di concentramento e di sterminio. Si ritiene che ad Auschwitz siano arrivano 53 convogli, ognuno dei quali con almeno 3mila vittime. Per il pontefice è evidente che gli echi di quei trascorsi non possano non riflettersi direttamente e pesantemente anche nel presente. Se si parla di Europa, e di unione continentale, l’assunzione di quelle pagine piene di sangue come deposito e monito morale per il tempo corrente, è una scelta ineludibile. Ragion per cui, il ricorso sia ad un antisemitismo diffuso, di grana grossa, presente nella società locale ed impastato di antichi pregiudizi antigiudaici, che alle molte ambiguità istituzionali e di segno politico, a partire dalle campagne contro Georges Soros, è inaccettabile. Lo è tanto più dal momento che va volutamente a confondersi con i temi della «lotta contro l’invasione straniera», il modo in cui è declinato il rifiuto degli immigrati, tematizzati come le minacciose falangi di un complotto internazionale che intende distruggere i popoli autoctoni e con essi le loro «radici» storiche, culturali e morali.

In altre parole, il cristianesimo identitario dei politici sovranisti ha ben poco da condividere con quello del pontificato in corso. Non si tratta, come vorrebbe invece un approccio banalizzante, della contrapposizioni tra “duri” da una parte e “buonisti” dall’altra. Non è una sola questione di visioni contrapposte del mondo, che pure sussistono, ma della comprensione – o del rifiuto – di ciò che costituisce il tessuto connettivo della coesione sociale, oggi sottoposto alle tensioni e alle torsioni dei mutamenti dettati da un mondo globale. Soprattutto quando quest’ultimo esprime una feroce dialettica tra modernizzazione, spesso senza volto, e ritorni di arcaicità che, illusoriamente, certuni credevano essere stati consegnati alla notte della storia. La quale, invece, potrebbe in qualche modo ripetersi, sembra quasi suggerire Francesco parlando proprio di antisemitismo.

 

 

 

 

 

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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