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La musica liturgica ebraico-italiana è online

Intervista ai curatori del Thesaurus Enrico Fink e Piergabriele Mancuso

È da poco online una nuova preziosa piattaforma per la ricerca e l’approfondimento di un ricco – quanto apparentemente inafferrabile – capitale culturale dell’ebraismo italiano: quello della musica liturgica. Con tanti minhagim (riti locali) diversi quasi quante le sinagoghe, testimoniare la varietà storica e geografica dei canti da sinagoga italiani non è certo impresa facile. A collezionare le testimonianze e, come vedremo, unire i punti tra le micro-costellazioni culturali ci pensa un progetto, affiliato al Centro Leo Levi, che ha lanciato il Thesaurus della Musica Liturgica Ebraico-Italiana, un database che permette di scoprire, ascoltare e consultare repertori rituali trasmesse presso le comunità ebraiche italiane, rendendo disponibili registrazioni audio e partiture.
A illustrarci progetto e database abbiamo i creatori e curatori: Enrico Fink (presidente della comunità ebraica di Firenze) e Piergabriele Mancuso (Norman E. Alexander Family Foundation Director of the Eugene Grant Jewish History Program presso il  Medici Archive Project di Firenze).

Come, dove e quando è nata l’idea?
Enrico Fink: Nel 2020, sia io che Piergabriele ci trovavamo ad Oxford per il Seminar in Advanced Jewish Studies, dedicato alla cultura musicale ebraica nella prima età moderna. Piergabriele si occupava della Venezia ebraica del Cinque e Seicento, mentre io degli influssi cabbalistici nei minhagim italiani. All’epoca io facevo già parte di un’associazione impegnata nella ricerca e conservazione del patrimonio musicale ebraico, il Centro Leo Levi, fondata qualche anno prima dall’ora ex-rabbino di Firenze Joseph Levi, figlio di Leo Levi. Leo Levi, che è stato il primo etnomusicolo in Italia ad occuparsi delle tradizioni rituali degli ebrei italiani, aveva avviato negli anni Cinquanta una monumentale campagna di registrazione dei repertori liturgici in tutta la penisola. Attualmente, queste registrazioni sono sparse tra biblioteche, istituti e archivi italiani e internazionali, tra cui l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma e la Biblioteca Nazionale d’Israele a Gerusalemme. Piergabriele aveva appena pubblicato un libro sulla tradizione musicale ebraica veneziana basato sui materiali raccolti da Leo Levi a Venezia (Musiche della tradizione ebraica a Venezia. Le registrazioni di Leo Levi (1954-1959, SquiLibri: 2018, ndr). Con il Centro Leo Levi avevamo pensato di rifare per la Toscana ciò che Piergabriele aveva fatto per Venezia.
Piergabriele Mancuso: Senonché ci siamo presto resi conto che, per una collana di studi sulle numerose tradizioni musicali italiane, il formato libro-più-cd sarebbe stato difficilmente proponibile ad un pubblico che non fosse una nicchia di lettori specializzata ma anche piuttosto limitata. Ci siamo allora detti: e perché non un database? All’Oxford Seminar, ne abbiamo parlato con Edwin Seroussi, il direttore del Centro di Ricerca sulla Musica Ebraica dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Seroussi ci ha dato uno spunto essenziale facendoci notare che la peculiarità del patrimonio liturgico italiano, se comparato ad esempio ai minhagim ashkenaziti, sta nel fatto di essere estremamente difforme e diversificato al suo interno, tanto che lo stesso Seroussi ha coniato la definizione di “memoria frammentata”. Dato che le tradizioni musicali italiane differiscono a distanza di poche decine di chilometri, una collana di libri, ciascuno dedicato a una singola comunità, sarebbe stata a maggior ragione un’impresa inattuabile. Perciò ci siamo convinti a raccogliere tutte queste componenti particolari, senza stabilire divisioni arbitrarie, in un archivio navigabile. Il database è un luogo assai malleabile, dove un elemento che appartiene a un dato luogo e tempo può facilmente entrare in contatto con elementi di luoghi e tempi diversi, ponendo le basi per un futuro studio comparativo.

In cosa si sta materializzando allora il progetto?
EF: Il Thesaurus si propone di collezionare progressivamente tutto il materiale disponibile relativo alle tradizioni liturgiche dell’ebraismo italiano, riunendo in un unico punto di accesso registrazioni e trascrizioni sparse per il mondo (com’è il caso delle stesse registrazioni di Leo Levi, da cui siamo partiti). Da qui, si tratta di fare una cernita ragionata su criteri scientifici, così da capire cosa rende interessante questi materiali così numerosi e diversi. E, infine, si devono unire i puntini per rispondere a quella frammentazione di memoria a cui si accennava. Al contrario di quanto spesso percepito, i minhagim non sono necessariamente l’emanazione diretta di un’antichità originaria: piuttosto, i riti si spostano con chi ne porta la memoria, mutando con grande fluidità. Quella dei repertori italiani è una storia di micro- e macro-interazioni – basti immaginare un cantore di sinagoga che da Genova si trasferisce a Ferrara e lì porta in eredità nuova musica. Ciò che è davvero interessante è dunque studiare i repertori nelle reciproche relazioni storiche e geografiche. E uno strumento interattivo come un database permette di approfondire la ricerca in questa direzione. Da questo punto di vista, lo scopo del progetto è duplice: creare una piattaforma di accesso per gli studiosi ma anche rispondere alle esigenze delle comunità ebraiche italiane nel lavoro di ricerca, conservazione e rielaborazione del patrimonio liturgico.
Materialmente, il sito è strutturato intorno a una mappa, da cui è possibile iniziare a esplorare il materiale raccolto per città e comunità. La scheda di ogni item contiene una o, dove possibile, più registrazioni di ciascun canto sinagogale, spesso la relativa partitura musicale (originaria o trascritta ad hoc), più informazioni sul contenuto e sulle coordinate liturgiche, link ai record nelle biblioteche o archivi dove è reperibile la registrazione e note biografiche sull’informatore della registrazione. Ogni item è messo in relazione ad altri elementi del database via hyperlink e parole chiave. All’utente, inoltre, il sito offre dei percorsi tematici (gli Exhibit) tra elementi, come una mappa tra le numerose versioni del Lekhah Dodi (un poema cabbalistico per i riti di shabbat, composto a fine Cinquecento, da Shlomo Alkabetz). Si possono ascoltare registrazioni di canti liturgici effettuate negli anni ’30, nel caso dei materiali delle comunità veronesi e piemontesi, ma anche riproposizioni in chiave contemporanea e creativa di pezzi tradizionali. Presto noi stessi inizieremo una campagna di registrazioni dei riti ebraici tripolini e persiani. Quanto alle partiture musicali, invece, le testimonianze più antiche di trascrizioni sono quelle redatte dal compositore veneziano Benedetto Marcello a inizio Settecento – anche se abbiamo alcuni frammenti di notazione compilati nel Cinquecento da ebraisti cristiani come il ferrarese Cosimo Bottegari.

Un “consiglio ai naviganti”: qual è il brano o la composizione la cui scoperta vi ha stupito?
PM:
Da Cincinnati è arrivato un manoscritto livornese dei primi dell’Ottocento intitolato La musica sacra di Venezia. Si tratta di un quaderno dove la “musica sacra” non ha nulla a che fare con la musica del minhag, per così dire, classico, ma è invece musica polifonica per coro e organo. La cosa che mi sorprende è che, per chi ha compilato il quaderno, le tonalità cantate in sinagoga erano sì qodesh, sacre in senso rituale, ma il vero sacro, quello civico e civile, andava ricercato nella musica “nuova”, quella polifonica.
EF: Il brano per me più significativo è invece un Lekhah Dodi ferraresi che non veniva più cantato in sinagoga da molti decenni. L’avevo incrociato per la prima volta in una serie di registrazioni ferraresi di poco successive alla campagna di Leo Levi. Il mio interesse per i materiali ferraresi nasceva anche da ragioni familiari, visto che mio nonno era stato cantore a Ferrara prima della guerra. Mi sono poi reso conto che ce n’erano altre versioni: una fu trascritta Giuseppe Bassani, zio di mio padre, negli anni ’30, mentre l’altra risaliva alle trascrizioni settecentesche di Benedetto Marcello. Ciò che è curioso è che in entrambi i casi quella versione, la stessa, veniva attribuita alla scuola tedesca. Così, una melodia che nel Settecento doveva essere ancora fresca (essendo il Lekhah Dodi una composizione di inizio Seicento) ha viaggiato tra Venezia e Ferrara per due secoli, per poi sparire con la guerra. E ora, da musicista, ho iniziato io stesso a riproporlo in forma trasformata.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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