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La scelta di Angel Blue

La cantante lascia l’Arena di Verona come protesta contro l’uso del black face imposto dalla regia. Un ragionamento circa il razzismo, il politicamente corretto e l’identità

La notizia ormai è di qualche giorno fa ma l’argomento è uno di quelli che non scade, anzi, è terribilmente attuale e scotta. La cantante Angel Blue lascia l’Arena di Verona perchè la regista ha preteso che la compagnia dell’Aida usasse il black face. Nel comunicato dove motiva le sue dimissioni si mostra indignata per un atto che a suo avviso non può che essere considerato razzista e offensivo. Parte immediato il coro dei commenti. Un primo articolo su Repubblica che tra le righe sembra implicitamente condannare la cantante, colpevole di un atto temerario, impulsivo ed esagerato. Poi sempre sullo stesso quotidiano una spiegazione più accurata su che cosa storicamente sia il black face, il suo significato storico e i motivi per cui in America è considerato un’offesa gravissima, al pari della N word. Infine il commento di Elena Stancanelli, umoristico suo malgrado, che sostiene che gli italiani sono superiori a queste cosucce, questi dettagli ormai antiquati: noi abbiamo avuto talenti come Carmelo Bene che non si sono fatti problemi a fumettarsi la faccia, perchè siamo artisti, siamo dei geni, voliamo alto rispetto a un pugno di americani isterici. Ho letto i commenti e tutti supportavano il contenuto di questo testo. Ma si, che esagerazione. Gli americani, proprio loro che i neri li uccidono per le strade. E poi stanno a farla tanto lunga. Insomma quello di Angel Blue viene fatto passare per il capriccio di una diva e anche i toni del comunicato stampa dell’Arena di Verona sono paternalistici e la invitano a ripensarci dato che gli italiani, si sa, non sono razzisti, son brava gente, tutti amici.
Molte sono le questioni che questo episodio solleva. La prima è di natura artistica. È ancora così necessario nel 2022 sottolineare che Aida è di colore schiaffandoglielo sul viso, oppure Otello deve ancora tingersi la faccia di nero fumo come faceva Tommaso Salvini nell’Ottocento? Non è già abbastanza chiaro, dato che il testo di Shakespeare  lo dice tante volte, che Otello è il Moro di Venezia? Non possiamo crederlo e basta, in virtù dell’immaginazione? Adoro Elio De Capitani, mio amico, persona stupenda, probabilmente il più grande attore italiano, ma sono sicura che anche se non si fosse tinto la faccia di nero nella sua produzione sarebbe stato ugualmente efficace. Qualcuno dirà, ma le radici? Il senso della diversità, deve essere calcato, fatto capire. Beh, nel caso estremo allora si potrebbe scegliere un attore nero, se è così indispensabile, o una Madama Butterfly orientale. In America farebbero sicuramente così. Perfino un autore ebreo e non afro americano come George Gershwin ha lasciato specifiche istruzioni su Porgy and Bess: negli States può essere interpretato soltanto da attori neri. In caso contrario sarebbe cultural appropriation. Nel caso di Shakespeare e Verdi forse anche no. Non credo che sarebbe necessario scegliere un attore ebreo per fare Shylock (Al Pacino ce ne ha dato prova) perchè appunto Shylock, Otello, Aida, ormai sono personaggi del nostro immaginario, scritti per giunta da autori non ebrei e non africani. Sono personaggi , appunto, e la loro funzione è già precisa così. Diverso il caso di un Tevye del Violinista sul tetto. Lì per esempio che l’attore sia ebreo, conosca quelle tradizioni, le gestisca, le senta sue è importante. Forse sarebbe il caso che fosse molto vicino a quel mondo. Io stessa quando ho messo in scena I Cannibali di George Tabori – e ne ho parlato in un altro articolo per Joimag e in varie conferenze – ho avuto serie difficoltà ad affrontare tematiche ebraiche come la memoria della Shoah con attori italiani che si sono rivelati a digiuno e non riuscivano ad entrare nello spirito dell’opera perchè non capivano il senso, il linguaggio, il valore, i riferimenti culturali a cui l’autore accennava..
Ma tornando all’episodio dell’Aida, quello che mi colpisce tutte le volte è l’odio che gli italiani hanno per il politically correct. Inutile spiegare loro che il black face veniva usato in America proprio per proibire agli attori afro americani di interpretare ruoli al cinema ed escluderli e discriminarli o era una maschera caricaturale usata dai bianchi (perfino dagli ebrei, ricordiamo The Jazz Singer) nel vaudeville, una specie di stereotipo fortemente oltraggioso. I gesti portano con sé memoria, si chiama storia e la storia va conosciuta. Tantopiù che questi gesti fanno ancora male, al punto che al giorno d’oggi, anche sul piano artistico, sono state realizzate provocazioni che fanno riflettere, come il capolavoro Hamilton dove attori afroamericani interpretano i padri fondatori dell’America. Un messaggio preciso per riappropriarsi dell’identità, per dire, guardate che il paese è anche nostro, abbiamo contribuito pure noi a costruirlo.
Con la stessa disinvoltura in Italia si usa tranquillamente la N word (ho litigato con molti amici su Facebook  anche sedicenti intellettuali e di sinistra): ma che vuoi che sia, la usano anche “tra loro”: Tra loro? Noi, loro. Okay, partiamo da qui allora. C’è un noi e c’è un loro. Perchè “noi” dovremmo decidere cosa è razzista e cosa non lo è per “loro”? Perchè deve deciderlo Elena Stancanelli e non Angel Blue? Facciamolo dire a chi subisce tutti i giorni soprusi sulla propria pelle, facciamo giudicare a chi patisce discriminazione se i gesti si possono ancora considerare offensivi. E non è che l’Italia non faccia parte del mondo, sia un’isola felice perchè abbiamo avuto Totò che si tingeva il muso di nero e, ammazza, come ci faceva ridere. Veniamo da un passato razzista e colonialista e dovremmo andarci molto cauti con i giudizi e le semplificazioni. Invece c’è sempre questo snobismo, questa intellettualizzazione totalmente priva di umanità ed empatia, questa svalutazione del linguaggio: quisquiglie,  noi siamo superiori. Noi chi? E rieccoci. Occhio però. Le parole possono essere malate, scriveva la giornalista Rosellina Balbi, e veicolano pensieri malati e dannosi. Occhio. Soprattutto quando si gioca con la pelle degli altri.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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