Cultura
L’alloggio segreto di Anne Frank

La Casa Museo di Amsterdam è davvero un museo?

Le stanze ariose, vaste del piano terra e del primo piano sono rotte da scale in legno strette e ripidissime, tipiche delle case qui ad Amsterdam. Siamo al numero 263 della Prinsengracht, a cinquanta metri dalla Westerkerk, in una casa affacciata su un canale. Tra la casa e il canale la strada che, come spesso capita da queste parti, è divisa in quattro: due corsie per i ciclisti, una fascia adibita a parcheggio per le bici e il marciapiede per chi si sposta sulle proprie gambe. Automobili, zero. Unici veicoli a motore in vista, alcune barche piene di turisti. La Anne Frank Huis, cioè la casa di Anne Frank, è un luogo straordinario. Da poco ha riaperto i battenti dopo le chiusure imposte dalla pandemia, prima della quale era, con il museo Van Gogh e il Rijksmuseum, il museo più visitato d’Olanda, superando ogni anno abbondantemente il milione di ingressi. Ma la casa di Anne è davvero un museo?

La storia di Anne Frank è nota in tutto il mondo. Il diario della giovane, scritto durantei  due anni vissuti nell’alloggio segreto (dal 6 luglio 1942 al 4 agosto 1944, giorno della cattura), commuove e fa riflettere perché restituisce l’inevitabile quotidianità della vita perfino in un contesto di persecuzione, privazione e paura. Anne scrive di sé, della sorella Margot e dei genitori, degli altri inquilini dell’alloggio segreto con cui non è sempre facile la convivenza in pochi metri di spazio, della guerra e della sofferenza collettiva, dei libri e della scrittura, del futuro, della sgranatura dei piselli e della preparazione delle marmellate. Dai tredici ai quindici anni si affaccia sulla scena della vita nonostante le circostanze più tragiche che si possa immaginare. Un regalo di compleanno ricevuto poco tempo prima di entrare nel rifugio diventa il diario su cui comincia a scrivere.

La Anne Frank Huis non è un archivio pieno di documenti, con scaffali piegati dal peso degli oggetti, lunghe spiegazioni e sterminate biblioteche annesse. I locali dell’edificio principale prima e durante la Shoah erano adibiti a magazzino e contenevano gli uffici dell’azienda di pectina e altri addensanti per marmellate di Otto Frank, padre di Anne. Sono spazi ampi in cui sono messe in risalto soltanto alcune cose, poche perché acquistino rilievo. Su una parete alcune fotografie di Anne, nella stanza successiva un breve video, nel corridoio una locandina che pubblicizza la pectina per fare la marmellata in casa, poi i ritratti dei dipendenti dell’azienda che nascosero ebrei a rischio della vita. Su un muro una scritta dal Diario: “Torneremo a essere uomini e non soltanto ebrei”. Non c’è nulla di patetico qui, anche se è tutto molto coinvolgente. Saliamo.

Al secondo piano, dopo altri ampi vani, ecco lo scaffale girevole che nascondeva l’ingresso nell’alloggio segreto. La luce degli altri ambienti qui si spegne e siamo costretti a muoverci nella penombra. Anne e gli altri ebrei nascosti qui non potevano accendere la luce a piacere, non potevano neanche andare in bagno a piacere in verità. L’audioguida si interrompe, ci dice che proseguirà all’uscita dall’alloggio segreto. Le scale subito dopo il minuscolo ingresso sono ancora più ripide di quelle del piano di sotto, forse per guadagnare qualche centimetro di spazio, le stanze piccole per chi compie la visita di un’ora, a maggior ragione per otto persone che non hanno mai la possibilità non solo di uscire, ma neanche di spalancare una finestra. C’è la copia di un libro di Dickens appartenuto a Otto Frank, il libro di preghiere bilingue – ebraico e tedesco – della madre di Anne, Edith Holländer, aperto alla pagina del primo giorno di Shavuot, una piccola mappa della Normandia con spilli colorati che segnalano l’avanzare degli Alleati nel giugno e luglio 1944. E poi un frammento di tappezzeria con linee tracciate a matita per tenere conto della statura: Anne durante i due anni nel rifugio è cresciuta di tredici centimetri.

Con il ritorno alla luce, all’uscita dagli angusti spazi dell’alloggio segreto, torna la spiegazione dell’audioguida. Ai documenti e agli oggetti originali sono alternati grafici e mappe. La stippenkaart (mappa dei puntini), prodotta nella primavera del 1941 dall’amministrazione olandese sotto occupazione tedesca, mostra dove vivevano gli ottantamila ebrei della città. A ogni puntino nero corrispondono dieci ebrei. Anne e gli altri sette rifugiati nell’alloggio segreto, tutti insieme, non sono rappresentati neanche da un piccolo punto. Poco oltre un massiccio libro di grande formato con i nomi dei deportati, per ciascuno vengono dati gli estremi anagrafici. A un primo sguardo si direbbe contenere i sei milioni di ebrei uccisi, guardando meglio ci si accorge però che si tratta solo di quelli olandesi. Centotremila. Ci vorrebbero sessanta di questi volumi per ospitare i nomi dei sei milioni. Il volume è aperto all’altezza del cognome Frank ma i nomi sulle due pagine, ciascuna divisa in due colonne, partono da Abraham e arrivano appena a esaurire la lettera B. Ci sono due Anne Frank, una nata a fine Ottocento, l’altra nel 1929, non è però l’autrice del Diario che visse in questa casa, che compare subito sotto con il nome completo, Annelies Marie. Le due Anne sono coetanee, entrambe di Amsterdam.

All’interno di queste mura ci si muove in equilibrio tra particolare e universale. La storia individuale di Anne e del suo diario e quella generale della Shoah; Amsterdam, l’Olanda e l’Europa; la specificità della persecuzione antiebraica e l’indispensabile spunto per riflettere sulle persecuzioni di altre minoranze in luoghi e tempi diversi; esigenze didattiche e approfondimento; spiegazione e allusione. A questo equilibrio si sovrappone quello tra spazi e oggetti, cioè tra vuoto e pieno. Se chi ha visitato Auschwitz non dimentica i cumuli di scarpe e di valigie, che come i puntini e gli elenchi di nomi comunicano la dimensione di massa della Shoah, nella Anne Frank Huis prevale il dettaglio che identifica, come il vestito rosso della bambina in Schindler’s List. Sono gli oggetti a imporsi con la loro unicità non per astrarre dalle circostanze ma per aiutare a comprenderle. Come ha scritto il poeta polacco Adam Zagajewski, “La pelle levigata degli oggetti / è tesa come la tenda di un circo. / … / Siamo come palpebre, dicono le cose, / sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità / e la luce, l’India e l’Europa. / E all’improvviso sono io a parlare: sapete, / cose, cos’è la sofferenza?”.

Il Diario fu scoperto dopo la fine della guerra, quando il padre Otto, unico tra gli inquilini dell’alloggio segreto, tornò dalla deportazione. “Mi sono reso conto che la maggior parte dei genitori non conosce veramente i propri figli”, sono le sue parole evidenziate in uno degli ultimi ambienti del percorso di visita. Dall’apertura al pubblico della Anne Frank Huis nel 1960 i visitatori sono cresciuti di anno in anno da qualche decina di migliaia a circa 1 milione e trecentomila. Oltre alla cura della casa museo e dell’archivio della famiglia Frank, la Anne Frank Foundation coordina iniziative didattiche sulla Shoah e sulla tutela di libertà e diritti umani contro violenze, discriminazione e razzismo.

Prima di uscire, un’ultima stanza di nuovo in penombra, come quelle claustrofobiche dell’alloggio segreto. Sono esposti gli originali del Diario: la prima versione vergata sul taccuino ricevuto in dono per l’ultimo compleanno festeggiato in libertà e la seconda su pagine sciolte, in cui Anne negli ultimi mesi prima della deportazione ha rivisto quanto scritto in precedenza e lo ha continuato. L’alloggio segreto avrebbe dovuto essere il titolo del libro, il suo primo. All’uscita, una lunga parete con le edizioni del Diario in settanta lingue, dallo yiddish al coreano.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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