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Le streghe, storie dietro i travestimenti di Halloween

Cosa c’è dietro l’immaginario delle sovversive, anticonformiste, diverse disegnate con il naso adunco e il cappello a punta?

Dalla paura alle streghe. Andata e ritorno. Esiste un filo rosso che collega il timore del nuovo e del diverso alla nascita dell’immaginario stregonesco. Lo sconosciuto viene da sempre visto come potenzialmente sovversivo dell’ordine costituito e quindi da combattere. E quale modo migliore per farlo che crearne un’immagine distorta e terrificante, che lo releghi immediatamente tra le cose da rifuggire? La nascita delle streghe così come sono state dipinte a partire dalla prima epoca moderna sarebbe il risultato di questa deformazione. Un’immagine simbolo di tutto ciò che va evitato perché pericoloso. Esiste però anche il percorso inverso, quello cioè di chi, per ribellarsi a quella stessa società stretta e retrograda, ha vestito di buon grado i panni della strega pur di far sentire la propria voce e dimostrare la propria posizione alternativa e volutamente destabilizzante.

A pochi giorni da Halloween, l’interesse per tutto ciò che è legato alle streghe e all’occulto in genere aumenta significativamente. Due esempi tra i tanti sono la mostra Stregherie allestita dal 29 ottobre al 26 febbraio presso la Villa Reale di Monza e, passando Oltremanica, The Horror Show! inaugurata il 27 ottobre alla Somerset House di Londra. L’esposizione italiana, ideata da Chiara Spinnato e curata da Luca Scarlini, ripercorre l’iconografia classica delle streghe attraverso stampe antiche, illustrazioni, manufatti, trattati e amuleti, cercando di restituire dignità a queste donne e ricercandone l’eredità nella società contemporanea. Nelle intenzioni dei suoi ideatori e curatori, in un’epoca in cui il senso del sacro sembra essere scomparso così come l’armonia con la natura, la stregoneria andrebbe riabilitata e accolta per la sua capacità di giocare con entrambi gli elementi e di usare l’occulto e la magia per risolvere i problemi del quotidiano.

Segue se vogliamo il percorso inverso la mostra londinese, che prende le mosse da oltre 200 opere e manufatti di alcuni degli artisti più provocatori della Gran Bretagna per raccontare l’ultimo mezzo secolo inglese, dal punk ai giorni nostri. Divisa in tre sezioni, Monster, Ghost e Witch, l’installazione parte dagli archetipi horror per mostrare “come l’alchimia anarchica dell’orrore, la sua sovversione, la sua trasgressione e il soprannaturale, può aiutare a dare un senso al mondo che ci circonda”“L’orrore – prosegue la presentazione della mostra, co-curata dai registi Iain Forsyth e Jane Pollard e da Claire Catterall della Somerset House – non solo ci permette di esprimere le nostre paure più profonde; dà una voce potente agli emarginati e ai valori anomali della società, fornendoci strumenti per superare le nostre ansie e immaginare un futuro radicalmente diverso”. Le creature mostruose di Monster serviranno così a raccontare le turbolenze e i disordini economici e politici degli anni Settanta così come la divisione sociale degli Ottanta. Nel secondo atto, denominato Ghost, si vedrà invece la caduta della cultura ipergonfiata degli anni Ottanta fino alla crisi finanziaria del 2008, all’alba di un’era informatica di un fantasmatico pubblico senza volto. Con Witch infine si parla di una nuova stregoneria contemporanea, quella di una generazione giovane e iperconnessa. Fondata sull’integrazione e l’uguaglianza, sostituisce una vecchia forma di occultismo a favore di una stregoneria radicata sull’ecologia e l’autonomia corporea.

Si tratta di due mostre molto diverse per quanto riguarda le basi di partenza, ma non completamente negli scopi e nella conclusione. Entrambe vedono nella strega una figura quasi salvifica, lontana anni luce rispetto alla megera che ispira i travestimenti di Halloween. A dirla tutta, l’immagine negativa della strega è confinata ormai a queste occasioni ludiche e goliardiche oppure all’ambito degli improperi. Per il resto, trattando di stregoneria, non si può certo dire che questa sia scomparsa completamente dalla nostra società, compresa quella ebraica. Come ha raccontato Ilaria Briata qualche tempo fa su queste stesse pagine, la magia come forma di ricerca spirituale è una pratica viva e vegeta, rinata anche con il favore della Rete e dei canali social che fanno da cassa di risonanza. Che poi queste pratiche, come del resto la stessa celebrazione di Halloween, possano riguardare anche gli ebrei è tutto da dimostrare. Nel caso della festa dei morti, come è già stato trattato su JoiMag, trattandosi di una usanza non ebraica e in più pure priva di “una spiegazione ragionevole”, sarebbe consigliabile non celebrarla, limitandosi ad accogliere con benevolenza i ragazzini travestiti a caccia di dolcetti.

Per quanto riguarda la stregoneria, questa come si diceva ha ormai tutto un altro senso rispetto a quello che gli veniva un tempo attribuito, anche se c’è sempre il rischio di ricadere nelle pratiche divinatorie proibite dalla Bibbia. Ciò non ha impedito alle stesse Scritture di riportare episodi di consultazione dello spirito dei morti e lo stesso Talmud Babilonese, ricorda sempre la Briata, sarebbe pieno zeppo di testimonianze di pratiche magiche.
Passando alle streghe, vanno distinte quelle create nel Medioevo dal potere cristiano per tacciare e perseguitare chiunque rischiasse di comprometterne l’ordine, da quelle moderne, donne così autoproclamatesi in quanto rappresentanti e seguaci delle nuove forme di spiritualità esoterica sviluppatesi nella seconda metà del Novecento. Fortemente intrecciate con le istanze femministe, queste novelle streghe si rifanno alla teologia della Dea Madre in contrapposizione al monoteismo patriarcale e non mancano di trovare adesioni anche all’interno del mondo ebraico, in particolare americano. Le jewitches, ossia le “streghe ebree”, sarebbero legate a una pratica magica più individuale che collettiva che le salva dal rischio di sforare nel paganesimo, idolatra e quindi anti-giudaico. Questa stessa magia viene inoltre intesa in un’ottica di sincretismo, anello di congiunzione con pratiche ebraiche antiche come gli incantamenti talmudici e le meditazioni cabalistiche.

Le povere streghe, però, non se la sono passata sempre così bene. Come testimonia ancora l’immaginario da Halloween, la vecchia dal naso adunco e il cappello a punta è la raffigurazione più classica della fattucchiera, i cui intenti non sono peraltro neppure dei più benevoli. Ad attribuire intenzioni cattive alle donne che praticavano la magia o, semplicemente, a quelle che non rientravano nei canoni imposti e riconosciuti dalla società, era stato come si è detto il potere costituito. Come ricorda Ellie Baker in un intervento pubblicato dal PIT Journal e dedicato alla rappresentazione storica delle streghe, si trattava di donne indisciplinate, ritenute una minaccia alla coesione della società europea proveniente dal suo interno. Dall’esterno invece bisognava guardarsi da altri pericoli, rappresentati in generale da tutto ciò che era estraneo al cristianesimo. Gli ebrei in primo luogo.

Secondo la studiosa, per diffondere il più possibile il messaggio sarebbero state commissionate opere d’arte che rappresentavano le donne come animali selvatici, incontrollabili e infidi per definizione, e gli ebrei come demoni. Da queste prime immagini ne sarebbero sorte di sempre nuove e confuse, in cui il “demone ebreo” e la “donna selvaggia” si combinavano fino a creare l’immagine della strega che ancora conosciamo. Oltre che sui tratti somatici, che ricalcavano i cliché della fisionomia ebraica, la Baker si concentra sul copricapo, evidentemente ispirato allo  judenhut o “cappello da ebreo” che molti ebrei europei indossavano, o erano costretti a indossare, per designare la propria etnia durante quel periodo. Le calunnie di cui queste donne erano vittime erano molto simili, se non le stesse, subite dagli ebrei, tanto che la caccia alle streghe iniziata nel Medioevo si sovrapponeva alla persecuzione per eresia che ha segnato secoli di Inquisizione.

Un articolo uscito su Hey Alma e dedicato alla storia antisemita delle streghe sottolinea come la misoginia sia stata senz’altro una delle spinte alla caccia alle streghe, anche se non l’unica. In tre secoli di persecuzioni si stima che furono uccise tra le 40mila e 100mila persone accusate di stregoneria. Di queste, la stragrande maggioranza, tra il 75% e l’85%, erano donne, ma non mancavano gli uomini. Secondo gli studiosi Lara Apps e Andrew Gow, autori di un saggio sui “male witches” nella prima Europa moderna, la mania per le streghe avrebbe preso piede solo dal 1450. Prima con questo termine si indicavano gli eretici e genericamente chiunque non fosse conforme nella società cristiana contemporanea. Tra questi spiccavano gli ebrei, che oltre a condividere le sorti delle streghe finirono col fornirne anche il modello nell’immaginario popolare. Tra cliché somatici antisemiti alle accuse calunniose neppure la pratica religiosa è stata risparmiata. Nel XII secolo ogni tipo di raduno eretico veniva indicato con il termine di sinagoga, nome che due secoli dopo sarebbe stato sostituito con quello di Shabbat delle streghe o semplicemente di Shabbat (e in seguito di sabba). In ogni caso, nei primi tempi moderni, ogni tipo di riunione che non fosse tra cristiani finiva automaticamente nel calderone dell’eresia. E da questa al satanismo il passo era evidentemente breve. Dal canto loro, gli stessi ebrei venivano raffigurati come demoni, dotati di artigli e corna, mentre il sistema medico medievale dei quattro umori attribuiva loro gli stessi temperamenti flemmatici e malinconici distintivi delle donne, qualità intrinseche che li avrebbe resi più propensi a dedicarsi alle pratiche demoniache. Interrompendo qui la lista delle scelleratezze che sono state pensate, dette e sciaguratamente messe in pratica nei secoli passati, possiamo a questo punto augurarci che si tratti davvero solo di tempi lontani. E tornare con relativa tranquillità ai travestimenti di Halloween. Sorridendo con indulgenza alle streghette che tra un paio di giorni busseranno alla nostra porta.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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