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Cultura
L’ebraicità di Bob Dylan

Anarchico e imprevedibile nelle scelte musicali così come nell’approccio spirituale alle sue origini: il lungo viaggio di un genio eretico

Sul tema dell’ebraicità di Bob Dylan sono stati versati fiumi d’inchiostro. Ma del resto questo è accaduto per tutti gli aspetti della personalità, oltre che della poetica, di Robert Allen Zimmerman. Nel corso dei suoi quasi ottant’anni di vita (li compirà il 24 maggio), Bob si è offerto alle più varie e contraddittorie interpretazioni, a volte lontane anni luce dalla realtà o dalla sua stessa volontà. La questione religiosa, però, presta il fianco a qualche equivoco e perplessità in più. Soprattutto a uno sguardo ebraico.

Come si legge su Foreign Policy, il problema starebbe non tanto e non solo nella confusione che spesso circonda il musicista Premio Nobel, quanto in che cosa significhi essere ebrei. Concentrandosi sulla semplice storia familiare, sul giovane Robert Allen, nato da Abraham e Beatty Zimmermann a Duluth, Minnesota, e cresciuto a Hibbing, nello stesso Stato, non ci sarebbero dubbi. Come riporta anche la Jewish Virtual Library, Dylan aveva frequentato la scuola religiosa dell’Agudas Achim, la sinagoga ortodossa di una piccola comunità composta da circa 300 persone, all’interno della quale i genitori, figli di immigrati ebrei dell’Est Europa, ricoprivano ruoli istituzionali. Campeggiatore presso l’Herzl Camp di Webster, nel Wisconsin, a 13 anni aveva avuto il suo Bar Mitzvah con la partecipazione di ben 400 ospiti, il più grande mai organizzato nella cittadina.

Tra le tante identità del nostro, però, quella del “bravo ragazzo ebreo” sarebbe quella rimasta più nascosta. Sempre secondo Foreign Policy, Dylan avrebbe raccontato il suo Bar Mitzvah solo decenni dopo avere esaurito tutte le altre storie. Ma questo non farebbe che confermare, paradossalmente, la sua essenza ebraica. La ribellione di Dylan verso la sua identità sarebbe uno dei tanti modi di essere ebrei, nonché uno dei più produttivi.

Al pari degli “ebrei non ebrei” Baruch Spinoza, Leon Trotsky o Sigmund Freud citati dello storico marxista Isaac Deutscher, Dylan sarebbe un perfetto eretico ebreo, parte integrante della tradizione ebraica. Già nei lavori dei primi Sessanta, l’artista non avrebbe respinto l’ebraismo, ma si sarebbe limitato a trascenderlo. Chiaro esempio di questa operazione sarebbe la citatissima apertura di Highway 61 Revisited, nell’omonimo album del 1965. Qui l’episodio biblico della legatura di Isacco si trasforma in un dialogo dai toni apparentemente irriverenti tra Dio e Abramo: “Uccidimi un figlio”, dice l’uno, “Amico, mi stai prendendo in giro?” risponde l’altro. Secondo My Jewish Learning , questa scherzosa familiarità con l’Onnipotente sarebbe essa stessa qualcosa di molto ebraico, che si trovi nei testi ortodossi o negli spettacoli di Broadway come Il violinista sul tetto. Tra gli altri esempi di ebraismo più o meno velato vengono poi citati All Along the Watchtower, tratto da Isaia 21: 1-10, e Forever Young, in cui il testo “Che Dio ti benedica e ti protegga sempre”, sarebbe tratto direttamente dalla benedizione sacerdotale, con un riferimento al sogno di Giacobbe che diede agli ebrei il nome di Israele. 

Nonostante gli indizi disseminati qua e là, Dylan avrebbe continuato a non professare alcun passato ebraico o religione. Salvo poi sconvolgere fan e colleghi, ebrei e non solo, con la sua conversione al cristianesimo evangelico alla fine degli anni Settanta. Non pago di aver sognato Sant’Agostino nell’omonimo brano contenuto nell’album del ’68, John Wesley Harding, l’ebreo non ebreo abbraccerà la religione cristiana in modo plateale, con tanto di sermoni dal palco. Nota curiosa, per produrre il più cristiano dei suoi album, Slow Train Coming, Dylan sceglierà Jerry Wexler, ai tempi “un ateo ebreo di 63 anni confermato” (per usare le parole dello stesso produttore) che peraltro si mostrerà piuttosto divertito dalla faccenda: «Mi piaceva l’idea che Bob venisse da me, l’ebreo errante, per cogliere lo spirito di Gesù».

Davanti allo sconcerto, invece, dei tanti fan delusi, l’articolo di Foreign Policy si chiede se il profeta ebreo a quel punto potesse dirsi ancora ebreo. La risposta, dal tocco squisitamente ebraico, è: “Dipende”. Se il giudaismo fosse solo una religione, allora sì, Bob sarebbe stato ormai perduto. Ma se invece essere ebrei va a toccare altri e più vasti campi dell’essere, del vivere, del pensare e dell’appartenere, allora Dylan aveva comunque fornito indizi che c’era ancora speranza. E infatti anche questa parentesi si sarebbe chiusa relativamente in fretta.

Già alla fine degli anni Ottanta Dylan partecipava ai Chabad Telethon e veniva avvistato in preghiera presso il Muro Occidentale di Gerusalemme o in visita a saggi rabbinici. Pare che avesse persino preso in considerazione di trasferirsi in Israele, oltre ad averci già portato il figlio in occasione del suo Bar Mitzvah. Il ritorno all’ebraismo, si legge in My Jewish Learning, lascerà un’influenza meno diretta sulla musica di Dylan rispetto alla fase da cristiano evangelico, tanto che non ci sono canzoni ebraiche o citazioni esplicite paragonabili al proselitismo degli anni precedenti. Questo, però, non ne esclude la presenza.

Nessuno può sottovalutare il messaggio implicitamente filo sionista di Neighbourhood Bully, dall’album Infidels del 1983. Parabola ben poco velata della storia del popolo ebraico e di Israele, la canzone parla di un fantomatico “bullo” cacciato da ogni paese, la cui famiglia è stata dispersa, costantemente sotto processo per il solo fatto di essere nato, ma che “Ha fatto un giardino di paradiso nella sabbia del deserto”. Dal canto suo, la Jewish Virtual Library ricorda canzoni degli anni Novanta come Not Dark Yet, contenuta in Time Out of Mind del ’97, dove Dylan canta: “Sono nato qui e morirò qui contro la mia volontà”, qualcosa di molto simile a quel “Contro la tua volontà sei nato, contro la tua volontà morirai” presente nella Mishnah.

Maestro nel reinventarsi e capace di perseguire una visione fino a quando il resto del mondo non l’ha raggiunta, Dylan sarebbe dunque quanto di più vicino ci possa essere a un moderno profeta ebreo. Un esponente, sempre secondo Foreing Policy, di quella categoria di persone due volte alienate: prima dalla società principale come ebrei e poi dalle comunità ebraiche in cui sono cresciute, ma proprio per questo dotate di intuizioni speciali su entrambe.

 

 

 

 

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


3 Commenti:

  1. Ottimo articolo. Essere “Ebrei”, aggiungerei, è andare ” al di là” (dal mitico antichissimo Eber) delle tradizioni storiche religiose e sociali cristallizzate, per un mondo nuovo, diverso e migliore da vivere e conquistare…In ciò Bob Dylan è certamente “ebreo”…E lo possiamo essere tutti…Questa per me è la sua accettazione del Rabbi Yeoshua (Gesù) e del suo ritornare all’Ebraismo, la scala sognata dall’antico patriarca di Yakov dove angeli salgono e scendono….


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