Cultura
Memoria, l’importanza di un inciampo

Nuove narrazioni e nuove prospettive di un fare memoria lontano dall’identificazione con le vittime. Una lettura del libro di Valentina Pisanty, “I guardiani della memoria”

Partiamo da un fatto di cronaca: l’intervento della senatrice Liliana Segre a Rondine (Arezzo) nell’ottobre scorso di fronte ai ragazzi della Scuola per la pace, come discorso di un testimone diretto della Shoah. Il ricordo dell’evento; la sua vividezza e l’assunzione di responsabilità; l’elaborazione del lutto verso il presente e il futuro; la credibilità del testimone. Segre nel momento in cui lancia il messaggio di responsabilità ai giovani, dice “non voglio più ricordare, non voglio più rinnovare il mio dolore”, ma alla presenza del presidente della Repubblica, afferma di volere sperimentare la strada del dialogo con il diverso. Si diceva, partire da un fatto di cronaca, per parlare del volume di Valentina Pisanty, I guardiani della memoria, perché qui si trova evidenziata e condensata l’essenza del volume che, nella complessità dei suoi articoli, garantisce un orientamento di senso al lettore in una materia difficile e delicata. Molteplici i punti di vista che si dipanano. Prima di tutto il campo del semiologo, poi quello dello storico, e a seguire quello delle istituzioni che presidiano la narrazione della memoria e della commemorazione e ancora quello della vasta produzione cinematografica sul tema della Shoah. Inoltre il dibattito sui mass media dove si registrano slittamenti di senso; e ancora sullo «spettacolo del male», a proposito del “turismo della memoria di Auschwitz”. Infine quello della legislazione che vuole punire il negazionismo. Parole chiave dell’autrice e domande critiche che innervano tutto il testo sono: memoria, guardiani della memoria, consenso sul racconto, contraddizioni, linee di frattura nella narrazione; traccia mnestica, ricordo, testimonianza. Ecco allora, per tornare al discorso di Liliana Segre, come emerga in tutto il suo valore l’apertura verso un discernimento in un momento come quello presente dove si manifestano tanti dubbi e incertezze.

Il dovere della memoria è il titolo del primo capitolo del volume di Pisanty dove l’autrice presenta le caratteristiche del proprio pensiero e metodo. Il campo della semiologia, di per sé vasto e infinito nella vastità dei segni che circondano l’universo delle attività umane, è il criterio guida di tutta l’opera; segni del linguaggio, in particolare, che veicolano significati profondi. La Memoria come atto commemorativo di un evento storico contiene una pluralità di significati che vanno scandagliati. Da qui il termine «dovere» con il suo implicito richiamo al “mai più”, “per non dimenticare”. La parola dovere implica un riferimento etico che porta alla consapevolezza e all’urgenza di agire, tuttavia l’autrice vuole sottolineare un concetto di dovere che riveste un’accezione negativa: istituire una ricorrenza, definirne i contorni, gli attori, le aspirazioni, che risuona come obbligo, automatismo soggetto alla ripetitività e non sottoposto a verifica. La studiosa, per uscire dalle maglie strette della mercificazione, auspica il superamento di una eccessiva rigidità nella ricorrenza della memoria. Dalla tragedia della Shoah alla riscossa morale del dopoguerra, alla necessità di memoria, di non dimenticare, di scongiurare la ripetizione del male, fino a una progressiva perdita, oggi, di senso nel commemorare col rischio di perderne in specificità.

In definitiva Pisanty parla di “aporie della memoria” e citando Nietzsche (1874, Seconda considerazione inattuale), parla di ipertrofia della memoria. Con il significato di sovraccarico della storia passata, Nietzsche manifesta un bisogno di rinnovamento del pensiero occidentale. Il titolo del volume della studiosa, è preso a prestito da un dibattito televisivo di inizio anni Novanta e assume il peso specifico di un argomento e l’occasione per una assunzione di metodo. Il termine guardiano viene preso in considerazione come segno linguistico vivo e dotato di una autorevolezza che gli proviene dal protagonista del dibattito, Alain Finkielkraut. Guardiano è diverso da custode. Guardiano è colui che sta a presidiare un campo, un perimetro. Il guardiano controlla e autorizza gli ingressi. Il campo è quello della memoria. Il custode dovrebbe essere invece colui che ne ha cura. Nel caso della memoria individuale è al singolo che spetta tale il compito, ma la memoria è anche collettiva, quindi, è il gruppo o la nazione che dovrebbe tutelarla e trasmetterla. Pisanty analizza in modo sistematico gli ultimi quarant’anni di dibattito su questo tema evidenziando il pericolo della sacralizzazione fino a giungere all’analisi del negazionismo. La studiosa alla disamina del fenomeno non propone una via d’uscita, ma la intravede in un prossimo futuro quando la narrazione finora accreditata sarà superata. Restano quindi da interpretare i segni del cambiamento. A proposito di perimetrare gli spazi della memoria, pensiamo sia utile qui richiamare un particolare tipo di spazio, quello del museo. Spazio linguistico, dunque, e spazio architettonico. In particolare lo spazio dell’architettura sacra è stato sempre spazio interno, inaccessibile in quanto sacro e spazio esterno non sacro. Nel volume viene citato il National Holocaust Museum di Washington che custodisce il ricordo dei campi di sterminio con una ricostruzione fedele dell’ambiente. Al contrario il museo di Berlino di D. Libeskind innova la tipologia del museo contenitore con una forma fortemente espressiva ed evocativa. In definitiva l’architettura dei musei è letta come segno all’interno della semantica e vagliata col metodo della semiologia. Altro riferimento imprescindibile per Pisanty è il metodo storico, garanzia di autenticità nella analisi rigorosa delle fonti, nella messa in campo delle ipotesi e nel vaglio della verifica che può anche smentire le premesse: in questo simile al metodo scientifico. In particolare lo storico contribuisce a definire e a formulare la memoria dei fatti sulla base dei testimoni diretti e indiretti della Shoah: dalla memoria al ricordo, alla testimonianza. Detto tutto ciò, lo specifico dello sguardo dell’Autrice sta nelle domande che, lungo il corso del suo lavoro, aprono spazi di riflessione su una situazione tanto incerta e contradditoria quale quella che sta prendendo questo dibattito. Come abbiamo già accennato questa apertura critica si manifesta con parole chiave illuminanti: oltre a “guardiani della memoria”, il termine “occhio della memoria”, sta a indicare, per esempio, non tanto uno sguardo conoscitivo, ma un fattore di controllo sull’ortodossia del dibattito, sul « perimetro » delle celebrazioni, sul diritto di veto a chi non può entrare nel recinto sacro, a chi non ha titolarità per farlo. E qui, ancora, il concetto di sacralizzazione, intesa non già nel senso originario, quanto piuttosto nel senso di una rigida istituzionalizzazione.

Ambiti di analisi del volume sono poi la produzione legislativa contro il negazionismo e la filmografia, a partire dal dopoguerra: Notte e nebbia (1956), Kapò (1960), Vincitori e vinti (1961). Olocausto (1978), Shoah (1985), Schindler’s List (1993), La vita è bella (1997). In che modo Pisanty analizza i film e quale è il criterio guida? Film come narrazione sulla base dei documenti, film per chi? Per ricordare, per mostrare? Mostrare tutto il male originario andando contro la sensibilità dei testimoni, in funzione di una pretesa crescita di consapevolezza o piuttosto perché non si è capaci di passare dalla registrazione documentaria a una scelta più libera? Un capitolo significativo del volume è Nuovo cinema sulla Shoah; nuovo, appunto, rispetto a un prima. “Ogni decennio ha avuto il suo titolo chiave”. E così, oltre i film citati, Pisanty indaga quattro film che mostrano le principali tendenze della memoria europea: Il labirinto del silenzio (2014), Una volta nella vita (2014), Il figlio di Saul (2015) e Il processo del secolo (2015). Per tutta questa produzione vale, nel campo semiotico, una considerazione generale: come è possibile conciliare la natura del film, narrativa e per immagini, con la non rappresentabilità della Shoah in quanto non conoscibile e per sua natura indicibile? Più nello specifico il film si fonda sullo sguardo, sul saper vedere. Nulla a che fare con la compulsione a fotografare qualsiasi frammento di realtà, ma un’attitudine che si serve dello strumento fotografico per entrare in contatto con ciò che l’occhio ha saputo osservare. In definitiva, con l’occhio critico che seleziona. Dunque l’immagine filmica e la narrazione vengono a costituire uno straordinario segno linguistico, come tale mutevole. Da qui la difficoltà di rapportarsi a questa produzione cinematografica che viene man mano stratificandosi con il passare degli anni. Se nel caso dei Testimoni vale come condizione necessaria la loro credibilità, sarebbe auspicabile altrettanta credibilità per il regista, nella sua capacità di rapportarsi alla comunità di riferimento come nella tragedia greca vi era corrispondenza tra narrazione e uditorio.

I film costruiscono immagini che partono dalla realtà, la modificano perché la interpretano e si scolpiscono nella mente. Il processo filmico è simile a quello psicanalitico. In psicanalisi un soggetto, titolare della propria storia, porta i ricordi, «tracce mnestiche» del proprio vissuto. Quindi le parole, il racconto vengono interpretate. Ricordando, il soggetto costruisce coscienza e quando questo processo ha termine il «Titolare» si appropria della sua identità e la riconosce. Il film, come detto, basato sul racconto, ha nelle immagini gli elementi base per la costruzione di senso. Da ciò, tuttavia, anche la possibilità che certe forme filmiche di identificazione con le vittime della Shoah siano riduttive: lo spettatore infatti non può essere eguale alle vittime, partecipe sì, ma non uguale. Vera empatia, dunque, è non partecipazione allo ” spettacolo del male». Importante è il riferimento al lavoro di Susan Sontag , Regarding the pain of Others (2003). A questa valenza negativa di identificazione, si contrappone una memoria etica. Nei quattro film citati si evidenziano modalità diverse della post memoria. In Il Labirinto del silenzio (del regista G. Ricciarelli), la prospettiva è quella dei « perpetratori» della Shoah, coloro che nel processo di Francoforte (1963), testimoniano del passaggio senza soluzione di continuità tra il prima e il dopo. E qui la citazione che viene da A. Assmann, dalla sua pubblicazione del 2015, Holocaust Cinema in the Twenty-First Cebtury: Memory, Images, and the Ethics of Representation . Trasmissione etica perché la memoria è necessaria, tanto quanto il dimenticare è regressione involutiva. Significativo è il titolo del film: labirinto sta a indicare smarrimento; silenzio può portare all’oblio come apposto a consapevolezza. Ci piace ricordare il progetto architettonico dell’americano P. Eisenmann a Berlino che è costituito da un labirinto di pietre che immergono il visitatore in uno sprofondamento della memoria che genera disorientamento. Annullate le parole o le citazioni commemorative, si lascia spazio al silenzio, qui altresì inteso come estrema libertà per pensare. Altro film importante è Una volta nella vita di M.C. Mention Schaar . Narra l’incontro di un ex deportato con una classe liceale parigina. Il film incarna un modello educativo dove la testimonianza è esempio di vita. Quanto è lontana quella ossessione identificativa col dolore degli altri, di cui si diceva.

A conclusione di questa riflessione sulla post-memoria, Pisanty dice che occorre ripensare oggi a questa vicenda operando uno scatto di narrazione, denunciando una stanchezza della memoria. Vogliamo quindi accennare a una nuova forma di testimonianza della Shoah che al contrario è vitale e feconda. L’artista Gunter Demnig ha creato con le pietre d’inciampo un modo inedito e rispettoso di fare memoria. Sulla soglia delle abitazioni delle vittime di deportazione, piccoli cubetti di pietra ricoperti di ottone lucente portano scritti i nomi, le date di nascita, di cattura e di morte. Si passa per strada, si calpesta, ci si scontra col ricordo. Torniamo alla parola chiave della studiosa, traccia. Traccia mnestica come filo conduttore tra esperienza, ricordo e testimonianza, ma anche indizio per ricostruire una storia non solo del singolo, ma della comunità, della città. L’artista ha iniziato questa azione come opera aperta. Queste tracce, questi segni, intanto in quanto appigli utili per ricostruire una storia, sono indicatori di una continua e viva interpretazione. Forse sono indizi anche di una differente narrazione. Tanto è lontana questa forma artistica dalle celebrazioni ufficiali della memoria, non sollecitando alcuna forma di identificazione con le vittime, tanto più ce le avvicina.

 

Valentina Pisanty, Guardiani della memoria, Bompiani, 242 pagg, 11 euro

Sandra Sicoli e Pierpaolo Nicolini
collaboratori

Sandra Sicoli, storica dell’arte, ha lavorato presso la pinacoteca di Brera e la soprintendenza alle Belle arti di Milano.
Pierpaolo Nicolini, architetto, docente di Storia dell’arte


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