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Miriam Peretz e Isaac Herzog in corsa per la carica di Presidente di Israele

Il parlamento voterà il 2 giugno. Un profilo dei candidati e del ruolo del presidente nello stato

La politica in Israele sembra battere un colpo, dopo settimane di violenze da Gaza e un lungo interregno di incertezze dovuto alla stasi nei processi decisionali. A un giorni dalla scadenza del mandato esplorativo potrebbe infatti essere pronto un nuovo governo, il primo in dodici anni senza Benjamin Netanyahu. Lo ha detto Naftali Bennet, leader di Yamina, formazione nazionalista, nel corso di una conferenza stampa: «vi annuncio che farò un governo di unità nazionale con Yair Lapid, per far uscire Israele dalla voragine. Con Lapid ci sono diversità ma siamo intenzionati a trovare l’unità». Ed ancora: «intendo agire con tutte le mie forze per formare un governo unitario. Quattro tornate elettorali hanno indebolito il Paese. Si tratta di una crisi politica senza eguali nel mondo. Stiamo smontando l’edificio dello Stato e rischia di crollare tutto».

Bennett ha poi attaccato Netanyahu: «Intende trascinare tutto il campo nazionalista verso la propria Masada personale». Poiché, il governo che si sta per varare, «non solo non è un governo di sinistra come dice Netanyahu, ma sarà anzi più spostato a destra di quello attuale. Non faremo ritiri e non consegneremo territori». Secondo le ipotesi avanzate dalla stampa israeliana il nuovo governo sarebbe formato da otto delle tredici liste presenti in parlamento. L’accordo di coalizione prevede che Bennett – con sei soli seggi – diventi premier di un esecutivo paritetico di rotazione, che vedrebbe Lapid (diciassette seggi) alla presidenza del consiglio nel 2023, mentre nella prima fase ricoprirebbe il ruolo di ministro degli Esteri. Dell’accordo farebbe parte anche Mansour Abbas, a capo del partito islamista Ra’am.

Mentre sembra quindi profilarsi all’orizzonte un nuovo governo, dopo ben quattro tornate elettorali in due soli anni, Israele, ovvero il suo parlamento, si appresta ad eleggere anche il nuovo presidente dello Stato. Reuven «Ruvi» Rivlin, entrato in carica nel 2014, sta infatti concludendo il suo settennato, che spirerà definitivamente il 9 luglio. In base alle sezione 3b della Legge fondamentale che regola l’istituto della presidenza dello Stato, Rivlin non può più ricandidarsi. Se fino al 2000 il mandato era di cinque anni, con la possibilità di ricandidarsi, la riforma intervenuta in quell’anno, volendo slegare del tutto la più importante carica istituzionale del Paese dalle legislature della Knesset (di durata quadriennale) ne ha riformato integralmente il profilo, pur non modificandone le attribuzioni di ruolo. La data dell’elezione del successore di Rivlin è stata fissata dal Parlamento medesimo – che in Israele costituisce la massima fonte di legittimità nei processi politici. Il 2 giugno, quindi, la Knesset è convocata per eleggere l’undicesimo presidente. Il voto avverrà secondo coscienza, ossia accentuando quell’aspetto di indipendenza dei singoli deputati dalla loro lista di appartenenza, e con scrutinio segreto.

Il ruolo di garante dell’unità nazionale e di conservatore dei «simboli dello Stato», ossia di massima figura di tutela dello spirito di indipendenza e sovranità dei poteri pubblici, dovrebbe porre al riparo dalle pressioni politiche, così come da un uso altrettanto politico della carica medesima, chi ricopre l’Alta magistratura della presidenza. Tuttavia, al pari di altri suoi omologhi in Europa, in questi anni anche Rivlin è intervenuto in più di un’occasione, marcando le differenze soprattutto con il premier Benjamin Netanyahu laddove ha ritenuto che ci fossero motivi per esprimere la sua posizione, proprio in quanto presidente di tutti gli israeliani. Sui temi della cittadinanza, ossia dell’essere parte di una comunità politica nazionale, non ha quindi mai nascosto o lesinato le sue opinioni, al pari delle eventuali preoccupazioni come anche dei molti pensieri rispetto al problema della governabilità politica del Paese, tanto più dal momento che la formazione di maggioranze parlamentari si è rivelata pressoché impossibile in quest’ultimo biennio. Peraltro, il sistema costituzionalistico delle Leggi fondamentali israeliane non prevede in alcun modo la carica di vicepresidente. In caso di vacanza, il ruolo è temporaneamente assunto dallo Speaker della Knesset, fino alla nomina del sostituto, sempre in base alla manifestazione di volontà del Parlamento.

Detto questo, anche per l’attuale tornata l’elezione del nuovo presidente avverrà seguendo una rigida procedura. Il sistema previsto è a due turni: se un candidato non ottiene la maggioranza assoluta dei voti, si procede al ballottaggio. Nel caso vi fossero più candidati, sono possibili sessioni elettorali in successione, escludendo di volta in volta colui che ha ottenuto meno assensi, fino al ballottaggio definitivo tra gli ultimi due rimasti. Poiché ogni candidatura alla Presidenza richiede il sostegno di almeno dieci membri della Knesset (MK), che firmano per la sua presentazione, l’accesso alla medesima – in ipotesi aperta a qualsiasi cittadino israeliano, posto il suo pieno possesso dei diritti civili e politici – è vincolato alla capacità di costruire intorno a sé il consenso di almeno un decimo dei parlamentari, scremando quindi le eventuali richieste civetta o comunque prive di fondamento.
Alla data del 20 maggio, termine per la presentazione delle candidature, solo due nomi hanno ottenuto il sostegno di un numero sufficiente di parlamentari. Saranno quindi Yitzhak “Bougie” Herzog, più comunemente noto come Isaac Herzog, presidente dell’Agenzia ebraica per Israele (ruolo nel quale dal 2018 ha sostituito Nathan Sharansky), figura di lungo corso della politica israeliana, e Miriam Peretz, prestigiosa figura della società civile, a doversi confrontare sul medesimo campo. Herzog, figlio di Chaim Herzog, quest’ultimo già presidente d’Israele dal 1983 al 1993, ha ottenuto ventisette voti parlamentari, espressi dai membri di quasi tutto l’arco politico israeliano, con l’eccezione dei partiti arabi; Peretz ne ha invece raccolti undici.

Prima di tornare sul profilo dei due candidati, vale la pena fare un veloce richiamo su quanti invece, pur avendo annunciato la loro intenzione di partecipare, sono poi stati esclusi dalla corsa. Tra di essi, infatti, ci sono Yosef Abramowitz, imprenditore e manager, presentatosi come «pioniere dell’energia solare»; Michael Bar-Zohar, già membro di rango della Knesset per l’Allineamento e il Partito laburista, che il 19 maggio, abbandonando il confronto, ha dichiarato la sua preferenza per Herzog; Yehoram Gaon, cantante e attore, anch’egli ritiratosi il 19 maggio insieme a Yehudah Glick, già membro della Knesset per il Likud; Elham Khazen, farmacista, ex responsabile della divisione Blue and White’s Women in Arab Society nonché già candidata del partito laburista; Amir Peretz, già leader del partito laburista e ministro dell’Economia in carica; ex ministro della Difesa ed ex sindaco di Sderot, Peretz ha abbandonato la gara il 5 maggio; infine, Shimon Shetreet, il primo ad annunciare l’interesse a candidarsi, professore di diritto ed ex ministro ed ex membro della Knesset per il partito laburista.

Il confronto sarà quindi giocato tra Herzog e Peretz. Entrambi si presentano come “indipendenti”, una condizione peraltro pressoché indispensabile per cercare di fare convergere su di sé il maggiore numero di voti parlamentari. Le previsioni aggiornate al 21 maggio, tuttavia calcolate sulla base degli indici di gradimento pubblico dei due candidati tra la popolazione ebraica, indicano una buona prevalenza di Miriam Peretz, attestatasi al 49,05%, di contro ad Herzog che non va oltre il 38,36% (il resto è composto da indecisi oppure da non disponibili a pronunciarsi). Va da sé che un tale scarto, decisivo qualora Israele fosse una repubblica presidenziale (poiché a votare sarebbero gli stessi cittadini), conta assai meno in una democrazia parlamentare, dove per l’appunto sono i membri della Knesset a decidere.

Herzog, sessantuno anni, che di professione fa l’avvocato, ha un lungo curriculum politico alle spalle. Già segretario di governo nel gabinetto di Ehud Barak, presidente dal 2000 al 2003 dell’Autorità nazionale antidroga d’Israele, nello stesso anno è entrato in parlamento nelle liste laburiste. Nel 2005 è divenuto ministro dell’Edilizia residenziale e delle costruzioni, tra il 2006 e il 2007 ha ricoperto l’incarico di ministro del Turismo, nei due anni successivi quello di ministro della Diaspora e per la lotta all’antisemitismo e fino al 2011 ha tenuto il dicastero del Welfare e per i servizi sociali. Già nel 2009 era peraltro divenuto coordinatore per il governo Olmert della fornitura di aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. Nel 2011 si candidò alla leadership del Labur, tuttavia perdendo le primarie interne, superato da Amir Peretz e Shelly Yachimovich. Due anni dopo, il 22 novembre 2013, riuscì a vincere il confronto, diventando presidente del partito, sulla base di un programma politico basato sui temi della sicurezza e della negoziazione del conflitto israelo-palestinese. La sua posizione rimane quella dei «due popoli per due Stati». Anche in ragione di ciò, e come leader dell’opposizione alle maggioranze governative di destra, a più riprese ha duramente attaccato il premier Benjamin Netanyahu. La convergenza in una lista elettorale – l’Unione sionistadi laburisti e del partito Hatnua («il Movimento», capitanato da Tizpi Livni), sulla base di una piattaforma avversa a Netanyahu, ha garantito ad Herzog ventiquattro deputati nelle elezioni del 2015, senza tuttavia permettergli di entrare nella maggioranza di governo. Dal luglio 2017 ha perso la leadership dei laburisti, tuttavia mantenendo quella dell’opposizione parlamentare, fino alla sua elezione a presidente dell’Agenzia ebraica per Israele, quando si è dimisso anche dal parlamento. In quest’ultima veste, a più riprese ha avuto modo di pronunciarsi a favore del superamento del «divario tra il popolo ebraico e lo Stato d’Israele». Vanno in tale senso le dichiarazioni d’impegno contro l’antisemitismo, a favore del rafforzamento di Israele in quanto «Stato democratico», per il consolidamento dei diritti civili ma anche in opposizione ai matrimoni misti, considerati un fattore di depotenziamento dell’ebraicità israeliana.

Diverso è il profilo di Miriam Peretz, sessantasette anni, espressione della società civile, conosciuta come educatrice e oratrice. Nata a Casablanca, in Marocco, si trasferì insieme alla famiglia in Israele nel 1963. Cresciuta a Beer Sheva, ha in seguito studiato letteratura e storia all’Università Ben Gurion del Negev per poi risiedere in alcuni insediamenti ebraici (Ofira, nel Sinai; Giv’on HaHadasha e Giv’at Ze’ev in Cisgiordania), svolgendo funzioni didattiche e di amministrazione scolastica. Dei suoi sei figli, Uriel, Eliraz, Hadas, Avichai, Elisaf e Bat-El, i primi due sono morti durante l’assolvimento del servizio militare (Uriel nel 1998, in Libano; Eliraz nel 2010, a Gaza). Anche a seguito di questi ripetuti eventi luttuosi, accompagnati dal decesso per malattia del marito, Miriam Peretz si è lungamente impegnata come oratrice sui temi riguardanti il sionismo e la cultura d’Israele, rivolgendosi soprattutto ai giovani militari. Dopo avere ottenuto un dottorato honoris causa dall’Università Bar-Ilan nel 2018 le è stato assegnato il più alto riconoscimento culturale nazionale, il premio Israele.

Fin qui il quadro dei candidati. Il ruolo del presidente dello Stato in Israele è per molti aspetti equivalente a quello dei suoi omologhi in regime di democrazia parlamentare. Tra le sue attribuzioni di maggiore rilievo vi è la firma delle leggi approvate dalla Knesset (fatta eccezione per quelle concernenti i suoi poteri istituzionali), dei trattati internazionali e bilaterali già votati dal parlamento, il ricevimento e l’accettazione delle credenziali dei diplomatici stranieri, il concorso alla nomina del governatore della Banca d’Israele, del controllore dello Stato (una figura a sé nell’ordinamento israeliano, che svolge una funzione di supervisione e garanzia degli interessi collettivi rispetto alle decisioni e alle procedure attivate dai poteri pubblici), dei membri del Consiglio dell’Istruzione superiore così come di altre istituzioni di interesse nazionale. Il presidente ha anche il potere di perdonare o di commutare le sentenze nei confronti di soldati e civili mentre concorre all’investitura cerimoniale dei giudici presso i tribunali, inclusa la Corte Suprema, previa nomina da parte del Comitato di selezione giudiziaria. Il paragrafo 29a della Legge fondamentale sul governo (del 1968, poi riformulata nel 1992 ed infine emendata nel 2001) statuisce che il presidente dello Stato deve procedere allo scioglimento della Knesset su richiesta del primo ministro quando il governo abbia perso la maggioranza parlamentare e quindi non possa più funzionare efficacemente.

Rimane il fatto che, a differenza della maggior parte dei presidenti nelle repubbliche parlamentari, il presidente di Israele non abbia nemmeno un ruolo esecutivo nominale, completamente avocato al governo. Da tale punto di vista, la funzione più importante del presidente è quindi quella di concorrere ad indirizzare il processo di formazione dei governi. Il sistema elettorale israeliano, e il panorama politico frammentato, rendono infatti impossibile per un partito governare da solo. Dopo ogni elezione, il presidente si consulta con i leader delle formazioni politiche per determinare chi abbia maggiori probabilità di formare una maggioranza alla Knesset, in genere affidando poi il mandato esplorativo all’esponente del partito di maggioranza relativa.
La maggior parte dei presidenti israeliani, prima di assumere l’incarico, sono stati coinvolti nella politica nazionale così come nelle attività sioniste. Infine, una curiosità sulle origini: i primi presidenti d’Israele provenivano dall’ex Impero russo mentre il primo presidente autoctono, in quanto nato a Gerusalemme, nonché anche primo tra quelli di origini sefardite, fu Yitzhak Navon. Il primo presidente con un background dell’Europa occidentale fu invece Chaim Herzog, originario di Belfast. Il primo presidente di origini mizrahi è invece stato Moshe Katsav, nato in Iran.

Questo è il quadro di riferimento nel quale, durante la settimana che è iniziata da poco, si inseriscono alcuni fondamentali passaggi per Gerusalemme. Vedremo quale sarà la configurazione di essi a breve.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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