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L’Italia chiamò: prove tecniche di cittadinanza

La mostra itinerante “1915-1918 – Ebrei per l’Italia” è approdata al Memoriale della Shoah di Milano. La storia della partecipazione ebraica alla Grande Guerra ha molto da insegnare su cittadinanza, appartenenza, inclusione.

Succede, a volte, che quel qualcosa su cui abbiamo fiduciosamente costruito la nostra sicurezza riveli d’improvviso la sua fragilità. Un qualcosa che per la popolazione ebraica dell’Italia post-unitaria prendeva il nome di cittadinanza.

Quello della cittadinanza, come ha spiegato il direttore della Fondazione CDEC Gadi Luzzatto Voghera, martedì 4 settembre durante la conferenza stampa di presentazione, è il vero tema della mostra “1915 – 1918: Ebrei per l’Italia”, inaugurata giovedì 6 settembre presso il Memoriale della Shoah di Milano.

 

Una mostra itinerante

Un’esposizione sulla partecipazione degli ebrei italiani alla Grande Guerra che, partita da Ferrara, a Milano giunge alla sua quinta tappa. Le fotografie che compongono i pannelli tematici provengono in gran parte dall’archivio della Fondazione CDEC, ma non meno importante è stato il contributo di altre istituzioni museali e dei privati. I quali spesso, osserva Daniela Scala, responsabile dell’Archivio fotografico del CDEC, non si rendono del tutto conto del valore di quegli album di famiglia composti da poche foto color seppia sbiadita. A chi interessa, cento anni dopo, la foto che un “ragazzo del 99” si fece fare in divisa da combattimento e inviò alla famiglia per lettera per far sapere che stava bene? O quella di una bambina che legge la lettera del padre? O dei soldati ungheresi entrati a pregare nella sinagoga di Conegliano Veneto, oggi il Tempio Italiano di Gerusalemme?

I pannelli espositivi sono integrati da una banca dati multimediale, presto pubblicamente consultabile: la sua fonte principale è costituita dall’elenco dei soldati raccolto dallo storico Pierluigi Briganti (autore de “Il contributo militare degli ebrei italiani alla Grande Guerra 1915-1918”, Torino 2009) ma, spiega Daniela Scala, si tratta di una risorsa in continuo aggiornamento. Al momento presente, la banca dati conta 3807 soldati, 48 crocerossine, 544 decorati e oltre 600 caduti.

 

Una patria che tradisce

Indossare la divisa e arruolarsi, non di rado volontariamente, rappresenta per gli ebrei d’Italia una novità assoluta e, insieme, una celebrazione della cittadinanza. Allo scoppio del conflitto, a malapena due generazioni sono passate dalla chiusura dell’ultimo ghetto (Roma, 1870). Un nuovo inizio, così voluto e così fragile. La banca dati ci dice anche che 241 ex soldati furono vittime della Shoah. La cittadinanza e, in non pochi casi, le decorazioni al valor militare non servirono. La partecipazione, l’adesione all’ideale nazionale (che per una parte significò anche appoggiare il fascismo) non servirono. Il monumento progettato da Giuseppe Terragni e dedicato a Roberto Sarfatti, medaglia d’oro al valor militare (il soldato più giovane d’Italia ad averla ricevuta per la Grande Guerra), fu inaugurato a Sasso di Asiago (VI) dal re Vittorio Emanuele III in persona, appena un mese prima di firmare le leggi razziali. E nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra, ci fu un gruppo di ebrei che scrisse a Mussolini chiedendo di essere arruolati.

Senza perdere di vista la specificità di ogni epoca storica, vale la pena rifletterci nel momento in cui sembrano, più o meno globalmente, tornare di moda idee molto asfittiche di popolo, nazione e confini. Che costringono, in un modo che non pensavamo più possibile, tutti coloro che non rientrano nella definizione a vivere nell’incertezza, nel migliore dei casi. Nella paura, nel peggiore. Come vale la pena rifletterci ogniqualvolta la causa della mancata concessione di diritti è attribuita alle mancanze dell’altro (“Se vogliono stare qui devono integrarsi”). O quando deleghiamo le basi della nostra sicurezza a istituti come la cittadinanza e i diritti civili in modo passivo, come fossero immutabili, dimenticando che per ogni meta non può fare a meno, oltre che di chi la conquista, anche di chi la protegge.

La mostra, resa possibile grazie al contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri e con il patrocinio di Regione Lombardia, Comune di Milano, Ucei, Comunità ebraica di Milano, Milano Attraverso, resterà aperta fino al 4 novembre.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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