L'agenda di Joi
Hebraica Robe da Rabbi
Quale dovrebbe essere il rapporto tra Diaspora e Israele?

Un legame unico, complesso, non di rado conflittuale, ma irrinunciabile, come tutto ciò che nutre e arricchisce l’identità

C’è una pagina della Torah che offre spunti di riflessione molto interessanti riguardo al rapporto tra Diaspora e Israele: si tratta del libro dei Numeri (31, 1-54), quando le tribù di Gadi e Reuven propongono a Moshe di non oltrepassare il Giordano e rimanere dunque in Diaspora, per quanto estremamente vicini a Israele, in quanto quel territorio sarebbe più adatto al proprio gregge. Vi è poi uno scambio con Moshe in cui antepongono il gregge ai figli, e alla fine si mettono d’accordo per lasciare indietro mogli, figli e gregge (e qua abbiamo la correzione di Moshe), andare a combattere con tutte le tribù per conquistare Israele e poi tornare indietro. La tribù di Menashe, decide Moshe, si sarebbe stanziata a cavallo del Giordano, così da fungere da “ponte”, anche fisico, tra le tribù di Gadi e Reuven e il resto del popolo ebraico in Israele.

Vi è quindi un doppio rapporto di responsabilità tra Diaspora e Israele. Il modo in cui questo rapporto si esplica è cambiato nel tempo: se pensiamo ai nostri nonni o bisnonni, che perlopiù non erano particolarmente sionisti, Israele era il luogo dell’identità religiosa, di un romantico “l’shanah habah b’Yirushalayim” [“L’anno prossimo a Gerusalemme”] a metà tra epica e realtà. Israele era il luogo in cui si mandavano le offerte, con un atteggiamento quasi filantropico. Con l’avvento del Sionismo, Israele diventa la risposta, specie negli anni del razzismo, alle legge razziali e poi alla guerra. Diventa anche un impegno, un riscatto e un motivo d’onore per il popolo ebraico.

Oggi, che godiamo tutti di libertà e che viviamo in società più o meno stabili e serene, il rapporto tra Diaspora e Israele non può essere quello di rifugio, di unica soluzione al razzismo e ai mali del mondo: questa idea offende lo stesso Sionismo e Israele. Indubbiamente però Israele è oggi un luogo di formazione identitaria per la Diaspora: penso che tutti gli ebrei del mondo dovrebbero vivere un’esperienza di formazione in Israele, anche per sapere che cosa significa, in un mondo che ci vede sempre in minoranza, essere maggioranza.

C’è un rapporto di mutua responsabilità tra la Diaspora e Israele

Di contro, Israele è anche un luogo che pone problematicità alla Diaspora: vuoi per questioni politiche (chi non si riconosce nelle scelte del Paese e poi comunque deve risponderne), vuoi per problemi halachici (specialmente per gli ebrei conservative che non vengono riconosciuti dalla Rabbanut). L’ebraismo conservative e reform, se non pone un problema a livello di identità comunitaria, pone un problema a livello di identità nazionale, una questione complessa che non può essere semplicemente ignorata. Avere gruppi di giovani che si sentono rifiutati da Israele, non riconosciuti, è di sicuro problematico.

La sfida diventa quindi trovare una strada di equilibrio tra una Diaspora che sostiene Israele “senza se e senza ma”, e una Diaspora che in Israele non si ritrova. Vi è un elemento di alienazione in parte della Diaspora, ma Israele è anche il luogo in cui la Diaspora può rendere più forte se stessa.

Al contempo, la Diaspora è ancora una grande ricchezza per Israele. In primis, perché offre un modello di convivenza multiculturale: vuoi per una questione di numeri, la Diaspora ci impone una stretta convivenza con il “diverso”, anche interna, mentre in Israele i diversi segmenti della società più difficilmente si incontrano. Un modello a cui attingere, che ricorda la tribù di Menashe, che si trova a metà.

La Diaspora può anche rimanere delusa da Israele. Un esempio è rappresentato dall’immigrazione francese: vi sono state numerose aliyot, ma davanti alle difficoltà economiche, moltissimi sono tornati indietro, non essendo necessariamente disposti, in nome dell’ideale sionista, ad adattarsi a una qualità della vita diversa da quella a cui erano abituati. Del fenomeno della yeridah (ebrei israeliani che si trasferiscono in Diaspora) si parla poco, ma i numeri sono molto alti. Si calcola che nella sola Madrid vivano più di 2000 israeliani (esempio che mi è vicino). Spesso queste due comunità – israeliana fuori da Israele e locale – non si incontrano, elemento su cui riflettere: vi sono spesso germi di identità israeliana e identità diasporica che non si parlano. Questo può essere in parte perché in Israele i diversi gruppi identitari non sono abituati a parlarsi, e quindi quando un israeliano (studente, famiglia …) va in Diaspora tende a riprodurre questo modello. A meno che non sia osservante, un ebreo israeliano percepirà le istituzioni ebraiche come religiose, e quindi estranee. La Diaspora dovrebbe cercare di inglobare o includere questi gruppi di israeliani all’interno delle comunità, per ricchezza culturale, o addirittura matrimoniale. La tribù di Menashe aveva anche questa funzione: fornire legami, anche matrimoniali, con Israele.

Questi spunti di riflessione dovrebbero rappresentare uno stimolo per migliorare e aumentare i momenti di reciproco incontro tra Diaspora e Israele, attraverso programmi, progetti e soprattutto attraverso la lingua, elemento comune a tutti.

Pierpaolo Pinchas Punturello – Coordinatore studi ebraici Colegio Ibn Gabirol-Estrella Toledano, Madrid.

 


 

Non c’è dubbio che la Terra di Israele sia centrale nella storia, nella teologia, nella liturgia e nel pensiero ebraici. Dal momento in cui Dio parlò ad Abramo e gli disse “Lech Lechà” – parti dalla tua terra, dal tuo luogo di nascita e dalla casa ancestrale e vai nella Terra (el ha’aretz) che ti mostrerò” (Gen. 12:1) – la Terra di Israele è stata parte integrante della nostra storia. La promessa che questa Terra sarebbe appartenuta ai discendenti di Abramo è trasmessa assieme al patto d’alleanza tra Dio e gli Ebrei, impressa su ogni uomo ebreo con il brit milà (circoncisione).

La vediamo svilupparsi con la ricompensa data ad Abramo nella Genesi (15:7 “Io sono l’Eterno che ti ha portato fuori da Ur Kasdim per darti questa Terra da trasmettere ai tuoi discendenti”), formalizzarsi con la misteriosa alleanza delle parti, e poco dopo, con la trasformazione del nome di Abram in Abramo quando Dio gli dice “Stabilirò un patto tra Me, te e i tuoi discendenti dopo di te, di essere il Dio tuo e dei tuoi discendenti dopo di te. E darò a te e ai tuoi discendenti tutta la terra di Canaan per un tempo illimitato e sarò il loro Dio”(Gen 17:7-8). Questo è il patto ed è suggellato con l’atto della circoncisione.

Dal momento in cui Abramo sceglie di seguire il Dio unico, la promessa della Terra di Israele è intrecciata con il destino del nostro popolo, a partire dai discendenti di Abramo – Isacco, Giacobbe, i figli di Giacobbe e le successive generazioni. Giacobbe, mentre torna verso la Terra che ha lasciato anni prima, dopo aver ricevuto la benedizione del patto da Esaù, combatte nella notte con una strana creatura e all’alba riceve la sua benedizione: il nome “Israele”, perché ha “combattuto con Dio e con il popolo e ha prevalso”. Dopo quel momento, nei Testi Giacobbe continua a essere chiamato sia Giacobbe che Israele, ma è a noi che spetta la designazione di “Figli di Israele”. E questo siamo: abbiamo combattuto con Dio e con il mondo e in qualche modo continuiamo.

La promessa del patto appartiene ai figli di Israele e la terra in cui i figli di Israele si sono stabiliti oltre tremila anni fa è conosciuta col nome, ça va sans dire, di Israele. Israele è la terra ancestrale del popolo ebraico e in quanto tale ha un posto speciale nei nostri cuori e nelle nostre menti.

È verso Israele che ci rivolgiamo mentre preghiamo. È nella direzione di Israele che seppelliamo i nostri morti. Molti dei testi della tradizione parlano del nostro anelito per Israele, del nostro desiderio di tornarvi. Il Salmo 137 recita: “Se ti dimentico, o’ Gerusalemme, si dimentichi la mia mano ogni abilità”. Il poeta del XII secolo Yehuda Halevy ha scritto: “Il mio cuore si trova ad Est ed io nell’estremo Ovest / Come posso sentire il sapore di ciò che mangio e come può essere piacevole per me?”.

Questo continuo ricordo della Terra, questo desiderio e questo legame sono una parte fondamentale dell’identità ebraica. Dobbiamo però ricordarci che dalla ribellione contro i Romani nel 135 e.v. fino alla Dichiarazione di Indipendenza di David Ben Gurion nel 1948, gli Ebrei hanno vissuto senza il loro Paese e non solo siamo sopravvissuti, ma siamo prosperati chutz la’aretz – fuori dalla Terra. Ci sono sempre stati degli Ebrei che hanno continuato a vivere nella Terra di Israele, ma non avendo potere economico o politico hanno generalmente avuto un ruolo marginale nello sviluppo dell’Ebraismo.

L’Ebraismo è cresciuto e si è sviluppato lontano da Israele, mantenendo però sempre il simbolismo della Terra, del Patto e del rapporto con Dio al centro del pensiero. Il Rambam nel suo Mishneh Torah cita dal Talmud (Ketubot 110b): “In ogni tempo un Ebreo dovrà vivere nella Terra di Israele, foss’anche in una città dove la maggioranza degli abitanti sono idolatri e non dovrà vivere fuori dalla Terra, foss’anche in una città dove la maggioranza degli abitanti sono ebrei”. Il Midrash dice che “la mitzvah [precetto] di vivere nella Terra di Israele è uguale a tutti i comandamenti della Torah messi insieme”. La realtà è che la maggioranza degli Ebrei ha vissuto nella Diaspora, spesso per generazioni, a volte minacciati dai poteri locali, fino all’arrivo del Sionismo, che non si è presentato come un movimento religioso ma politico.

Il rapporto che noi Ebrei abbiamo con Israele è allo stesso tempo

estremamente chiaro e semplice

ed estremamente complicato e conflittuale

Perché questa lunga introduzione prima di rispondere? Perché il rapporto che noi Ebrei abbiamo con Israele è allo stesso tempo estremamente chiaro e semplice ed estremamente complicato e conflittuale. Da un lato la Terra stessa ha un posto speciale nei nostri cuori: il Deuteronomio dice che è una Terra sorvegliata dagli occhi di Dio. È il posto nel quale i nostri miti fondanti sono ambientati, è una parte centrale della nostra storia, della nostra teologia e della nostra identità e per noi ha, per infiniti altri motivi, un significato profondo. È il luogo verso il quale ci “orientiamo” letteralmente, fisicamente e temporalmente.

Allo stesso modo, quando parliamo dei tre pilastri che formano l’Ebraismo rabbinico come lo conosciamo oggi, pensiamo a Dio, Torah e Israele. A mio avviso, l’Israele di cui si parla non è la terra, ma il popolo. L’Ebraismo risiede nel popolo ebraico e non nella terra, nonostante sia percepita come santa. Il patto è segnato sui corpi degli uomini ebrei e nei cuori di tutti gli Ebrei. Se i primi testi rabbinici erano ancora stati scritti in Israele (a Yavne, Beth Shearim e Seffori), quelli seguenti, che comprendono la maggior parte del Talmud, sono stati scritti a Babilonia.
Sappiamo che gli Ebrei vivevano fuori da Israele già tempo prima dell’ultimo esilio; l’Enciclopedia della Diaspora ebraica riporta che “in effetti, molto prima della distruzione del Secondo Tempio (70 e.v.), vivevano più Ebrei in Diaspora che in Terra di Israele” (Volume 1, p. 126).

I testi ebraici parlano di ‘galut’, dell’esilio dalla Terra, dell’essere sradicati e di trovarsi nel posto sbagliato. Ma gli Ebrei, dall’Eden in poi, hanno sempre provato la galut: la Bibbia è piena di esempi, dalla schiavitù in Egitto all’errare nel deserto, dalla distruzione del Primo Tempio e l’esilio babilonese nel 587 a.e.v., alla distruzione del Secondo Tempio con la dispersione da parte dei Romani. Senza il Tempio, senza un fulcro a Gerusalemme per l’identità religiosa e nazionale, l’Ebraismo avrebbe potuto dissolversi. Ma la costruzione da parte dei Rabbini di un Ebraismo diverso, uno con la preghiera, lo studio e le mitzvot che si può seguire anche fuori dalla Terra, centralmente posta in primo piano, con i rituali per lo Shabbat – che per esempio includono la challah e il sale (in origine un rito del Tempio) -, l’Ebraismo rabbinico ha allentato i legami con il risiedere in una terra e ha creato invece un tipo di Ebraismo che può essere praticato ovunque.

Il popolo ebraico, la pratica e la preghiera ebraiche, lo studio e le case e le comunità: questi sono i luoghi in cui l’Ebraismo ha vissuto per millenni e che rappresentano il contrappeso alla centralità della Terra, presente in molti dei nostri testi. Pertanto non credo possiamo ritenerci in esilio, sradicati e persi e galleggianti in giro per il mondo; noi che viviamo hutz la’Aretz [fuori dalla Terra] abbiamo un Ebraismo ricco e complesso che manteniamo vivo comportandoci “in modo ebraico”. Quando ci consideriamo in relazione a Israele, abbiamo tanto da offrire quanto la nostra controparte israeliana. Meglio, siamo in un partenariato tra pari.

La Diaspora – termine che deriva dal greco διασπείρω [disseminare] – ci ha permesso di sviluppare una ricca varietà di tradizioni: Sefarditi, Ashkenaziti, Mizrachim, Romanioti. Questi contrasti si contrappongono favorevolmente all’egemonia religiosa sempre più angusta e centralizzata che sta crescendo in Israele.

Il Talmud, in Meghillah 29a, ci insegna che quando gli Ebrei furono costretti all’esilio, la Shekhinà (presenza di Dio) li seguì. Durante l’esilio in Egitto, durante quello a Babilonia, la presenza divina è sempre stata con noi. Credo che la Shekhinà sia presente anche con noi, ovunque siamo, sparsi nella diaspora mondiale delle comunità ebraiche, mantenendo vivi noi e il nostro rapporto di alleanza.

Per me, il solo fatto di vivere in Israele non ha lo stesso valore di adempiere a tutte le mitzvot; è importante invece sforzarsi di mettere in pratica i precetti dove viviamo. Non credo che il solo fatto di crescere in Israele renda qualcuno un buon ebreo, anche se la vita risulta essere molto più semplice in termini di rispetto dello Shabbat e della Kasherut, in termini di ferie dal lavoro per celebrare le festività o di avere l’ebraico come madrelingua. L’Ebraismo risiede nel cuore degli Ebrei, dovunque ci ritroviamo a vivere. E il rapporto tra Israele e la Diaspora dovrebbe essere di rispetto, apprendimento e amore reciproco, fondato sul riconoscimento che sia la Terra di Israele che il popolo di Israele rappresentano entrambi un Ebraismo ricco e pieno di vita.

Sylvia Rothschild – Rav presso la sinagoga Lev Chadash

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Pierpaolo Pinhas Punturello
Nato a Napoli nel 1977, affianca agli studi universitari presso l’Istituto Universitario Orientale gli studi rabbinici con Rav Giuseppe Laras z.tz.l. e presso istituti rabbinici israeliani tra i quali il Beit Midrash Sefardi di Gerusalemme e la Yeshivat Hamivtar di Efrat, sotto la guida di una delle voci leader del mondo ebraico ortodosso moderno, Rav Shlomo Riskin. Ha servito come rabbino la comunità ebraica di Napoli, ha lavorato come educatore presso numerosi progetti in Israele, in Italia meridionale e in altri Paesi europei. Appena diventato Coordinatore studi ebraici Colegio Ibn Gabirol-Estrella Toledano, Madrid. Collabora con numerosi giornali italiani e ha pubblicato nel 2018 “Napoli via Cappella Vecchia 31” per Belforte editore (Livorno) e nel 2012 un saggio per Luciano Editore (Napoli) : “Una donna ebrea, Hannah Arendt”. Studioso di identità di confine e di cripto ebraismo.


Sylvia Rothschild
Cresciuta a Bradford da padre rifugiato tedesco e da madre di origine lituana e bielorussa, in una famiglia sempre attiva nella sinagoga. Dopo l’università diventa assistente sociale psichiatrico e terapista; riprende a studiare al Leo Baeck College, e nel 1987 diventa – l’ottava donna rabbino d’Europa. Per 16 anni è stata rav  della Bromley Synagogue. Alla Wimbledon Synagogue ha sviluppato per 11 anni il primo esperimento di servizio di comunità condiviso (rabbinic job share). Adesso officia alla sinagoga Lev Chadash a Milano. 


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