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Shavuot mi ha fatto diventare sionista

Gli ebrei hanno capito che Popolo, Terra e Torah formano insieme un triangolo, “una corda a treccia che non può essere recisa”. Una riflessione di Andrés Spokoiny, Presidente e CEO di Jewish Funders Network

Shavuot mi ha fatto diventare sionista. Forse non è stato solo Shavuot, ma quella festa ha avuto un ruolo importante. Perché? Perché quando cresci nell’emisfero meridionale, le festività ebraiche ti rendono fortemente consapevole di essere nel posto sbagliato; soprattutto quelle che, come Shavuot, hanno una forte componente stagionale.

Nella mia scuola ebraica, portavamo i cesti con i “bikkurim”, i primi frutti maturi, nel cuore dell’inverno e cantavamo canzoni gioiose del raccolto quando mancavano ancora mesi alla maturazione del grano. Marciavamo nel cortile della scuola indossando il “kova tembel” (il cappello un po’ ridicolo dei pionieri israeliani) e cantavamo “fate largo, portiamo i primi frutti dai confini della Terra!”. Nel bene e nel male, tutto questo ci ha instillato l’idea che ci fosse qualcosa di irrimediabilmente perso nel tuo ebraismo se sei lontano dalla Terra d’Israele. Era come se le nostre maestre d’asilo volessero mostrarci quanto fosse ridicolo un ebreo al di fuori della sua patria.

Certo, la maggior parte delle festività ebraiche ha un legame con la Terra d’Israele e i suoi cicli naturali. Non è stato meno disorientante celebrare la Pasqua ebraica come festa della primavera tra foglie che cadono e tempeste autunnali, ma c’era qualcosa di unico in Shavuot che rendeva evidente l’incompletezza di un ebraismo senza terra.

La nostra tradizione collega Shavuot alla consegna della Torah, ma questa sembra essere un’aggiunta successiva. Nella Bibbia, è come se la festa celebrasse semplicemente la ricchezza della terra e il nostro attaccamento ad essa. I testi che leggiamo a Shavuot, in particolare il Libro di Ruth, sono un’ode alla Terra d’Israele e uniscono l’amore per il popolo a quello per la terra.

Questo sembra molto rilevante oggi, mentre sono in corso incessanti tentativi di disgiungere l’ebraismo dal suo rapporto con Israele e di negare che gli ebrei siano autoctoni della terra. Certo, l’ebraismo è sopravvissuto in esilio, perché è adattabile e flessibile, ma uno dei segreti di questa sopravvivenza è stato il mantenimento di un rapporto con la terra. Per due millenni di esilio, gli ebrei non solo hanno invocato “L’anno prossimo a Gerusalemme”, ma hanno imparato le leggi ebraiche che si applicano solo alla Terra d’Israele; hanno memorizzato le leggi sull’agricoltura anche se era loro proibito coltivare la terra, e sono diventati esperti di frutti e specie che esistono solo in Israele. In altre parole, la nostalgia per la terra e la speranza di tornare alla culla della nostra nazione erano parte di ciò che ci sosteneva. Gli ebrei hanno capito che Popolo, Terra e Torah formano insieme un triangolo, “una corda a treccia che non può essere recisa”. (Ecclesiaste 4:12). In definitiva, tutti i tentativi di creare un ebraismo privo del suo rapporto, anche se platonico, con la Terra d’Israele, sono svaniti nell’irrilevanza.

Il nostro rapporto con la terra non è idolatrico. La terra non è un dio e non è sacra di per sé. In effetti, il concetto di Eretz Israel (la Terra d’Israele) è fluido; i saggi del Talmud hanno spostato i confini di “Eretz Israel” in base a diverse considerazioni, ad esempio la continuità abitativa degli ebrei, che, tra l’altro, fornisce una motivazione halachica per un compromesso territoriale con i palestinesi. Quindi, la terra d’Israele non è una divinità che si deve servire e placare. È piuttosto la piattaforma su cui costruire una società ebraica completa, la tela su cui gli ebrei devono dispiegare l’arte di essere un popolo.

Questa società doveva essere, fin dall’inizio, l’opposto delle culture pagane del tempo, soprattutto dell’Egitto, dove gli israeliti avevano sperimentato l’amarezza della schiavitù. Uscito dalla schiavitù, Israele doveva costruire l’anti-Egitto. Mentre l’Egitto era governato dalla forza, Israele sarebbe stato governato dal diritto; mentre l’Egitto glorificava la schiavitù, Israele avrebbe “proclamato la libertà in tutto il paese”; mentre l’Egitto era altamente diseguale e ingiusto, Israele si sarebbe basato sulla giustizia; mentre l’Egitto era governato da caste e semidei, Israele avrebbe sancito l’intrinseca uguaglianza e dignità di tutte le persone.

Ecco perché, a Shavuot, quando il Libro di Ruth celebra il nostro amore per la terra, lo fa raccontando una storia di solidarietà e carità. La storia è ambientata sullo sfondo delle leggi sulla “pe’ah”, che istruiscono i contadini a lasciare gli angoli dei campi non raccolti in modo che i poveri possano prendere il grano per le loro famiglie. Ruth è una di quelle persone povere che sopravvivono raccogliendo “pe’ah”, ed è così che incontra Boaz, il contadino che possiede la terra. Alla fine diventa sua moglie, generando la discendenza di Re Davide. Tra l’altro, la storia mostra come, nell’antico Israele, ogni famiglia avesse diritto a un appezzamento di terra da coltivare, in modo che la povertà e l’indigenza fossero rare.

In altre parole, non c’è amore per la terra senza amore reciproco; non ha senso possedere la terra se non la si usa per applicare norme di solidarietà, giustizia e generosità.

L’ebraismo ha dato al mondo valori unici di umanità, giustizia, compassione e fraternità, ma a che cosa servono questi valori se non sono la base di una società sovrana? A cosa servono i valori senza una terra in cui metterli in pratica? Che senso hanno i principi più alti se si limitano ai libri e agli studi? Possedere una terra, avere un territorio che possiamo chiamare casa, distingue i valori puramente astratti da quelli che servono come fondamento di una società che opera nel mondo reale.

Naturalmente, quando i valori vengono applicati “nella vita reale”, diventano confusi, si scontrano e devono essere soppesati. Un popolo che sogna solo l’indipendenza può permettersi il lusso di immaginare una società pura, senza compromessi dolorosi. Ecco perché oggi alcuni ebrei continuano a preferire l’esilio alla sovranità. Senza le sfide di costruire un Paese nel mondo reale, possono evitare di doversi confrontare con principi contrastanti e di fare scelte sgradevoli in circostanze imperfette. In una sorta di sindrome di Stoccolma applicata alla storia, questi ebrei hanno fatto propria la tragedia – la storica mancanza di terra degli ebrei – e l’hanno trasformata in una virtù. In un certo senso, è un approccio vigliacco, perché la sfida ultima di ogni valore è lo scontro con la realtà. La tradizione ebraica preferisce sempre la complessità del reale alla purezza dell’ideale.

Ecco perché Shavuot era così importante nell’antichità e perché oggi l’ebraismo sarebbe vuoto senza il suo rapporto con Israele. Non solo perché mancherebbe una componente fondamentale della nostra identità, ma perché solo in una terra tutta nostra possiamo costruire una società che sia veramente nostra, una società che si sforzi di essere guidata dai nostri valori e dalla nostra esperienza storica. Un popolo ha bisogno di una terra, così come un pittore ha bisogno di una tela; solo su una terra il carattere del popolo può essere rivelato ed espresso.

Questo compito non era facile ai tempi di Ruth e Boaz e non lo è nemmeno oggi, ma siamo fortunati a poterci provare. Le mie maestre d’asilo ci sono riuscite. Ora so che Boaz, Ruth e io abbiamo lo stesso compito e la stessa sfida: realizzare l’eterna speranza di essere un popolo libero nella nostra terra.

Chag sameach!

L’articolo, apparso su Jewish Funders Network website, è stato tradotto e pubblicato per gentile concessione dell’autore
Andrés Spokoiny
collaboratore

Presidente e CEO di Jewish Funders Network, è un leader comunitario di lunga data è stato CEO della Federazione CJA a Montreal e, prima di questo, ha lavorato per l’American Jewish Joint Distribution Community (JDC) a Parigi. In qualità di direttore regionale per l’Europa nordorientale, è stato responsabile di una serie di progetti paneuropei.

 


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