L'agenda di Joi
Hebraica Festività
Il Tikkun di Shavuot

Origini di un’usanza moderna

La consuetudine di trascorrere nello studio la prima notte di Shavuot, oggi diffusa presso le comunità ebraiche di tutto il mondo, ha una origine relativamente recente, almeno se confrontata con numerose altre pratiche della tradizione biblica e rabbinica. La parola Tikkun, da cui Tikkun lel Shavuot (Tikkun della notte di Shavuot), indica una riparazione, un aggiustamento. Ma che cosa c’è da aggiustare a Shavuot in generale e durante la prima notte della festa in particolare? Tikkun è una parola che oggi ha acquisito una certa notorietà, soprattutto nell’espressione tikkun olam, riparazione del mondo, ma le cui radici affondano nella tradizione mistica. E in effetti, come vedremo, il moderno Tikkun di Shavuot deriva proprio da una pratica che attecchisce dapprima in ambienti mistici.

Va segnalato che non ci sono testimonianze chiare del Tikkun prima del Cinquecento, e questo permette di fare chiarezza sul fatto che di un fenomeno non medievale ma moderno stiamo parlando. Nel midrash e nei testi dei commentatori medievali affiorano tuttavia alcune tracce, anche se è arduo valutare se si tratti di riferimenti in embrione a ciò che diventerà il Tikkun – la cosa è difficile da sostenere da un punto di vista scientifico – oppure passi adottati in seguito come appoggio per giustificare l’introduzione di una pratica nuova.

La fonte medievale principale è lo Zohar, la cui composizione va collocata in Spagna nella seconda metà circa del XIII secolo ma la cui fortuna dilaga agli albori dell’età moderna, nei decenni in cui l’ebraismo iberico viene sconvolto da conversioni forzate, fughe e espulsioni di massa. Non un testo della tradizione rabbinica o filosofica bensì di quella mistica, anche se la netta separazione tra gli ambiti proposta a suo tempo da Gershom Scholem è stata rimessa in discussione almeno in parte in anni recenti da altri interpreti come Moshe Idel. Nello Zohar leggiamo un dialogo tra rabbi Abbà e rabbi Chiyà in cui il secondo paragona le sette settimane in cui il popolo di Israele dimora nel deserto tra l’uscita dall’Egitto e l’arrivo al monte Sinai (corrispondenti al tempo che separa Pesach da Shavuot, il tempo dell’Omer) ai sette giorni contati da una donna virtuosa in vista del matrimonio. Il conto in vista di Shavuot culmina e termina la notte della festa, così come il conto alla rovescia della sposa termina con la sua immersione rituale nel mikvè la notte prima del matrimonio. Chi arriva puro alla vigilia di Shavuot senza aver perso il conto dell’Omer, continua rabbi Chiyà, deve legarsi alla Torà studiandola. In questo modo è in grado di conservare la purezza che scende su di lui quella notte. Lo Zohar prosegue specificando che la Torà da studiare la notte di Shavuot è la Torà orale, in modo da congiungersi con la Torà scritta, secondo la tradizione donata al popolo di Israele proprio in questa occasione. Così le due Torot saranno come una cosa sola. Il testo mistico approfondisce a questo punto l’analogia tra preparazione di Shavuot, festa del dono della Torà, e preparazione del matrimonio, paragonando la vigilia di Shavuot a un re che unisce in matrimonio il proprio unico figlio con una donna piena di virtù. Che cosa fa la madre del futuro sposo? Trascorre l’intera notte precedente le nozze nella stanza del tesoro reale, scegliendo i gioielli e gli abiti più splendidi con cui incoronare e vestire il figlio. Così lo prepara al matrimonio. Poi si reca a casa della sposa, le prepara un bagno profumato che la purifichi e veste anch’essa con pendenti e collane preziose.

Il primo Tikkun di Shavuot di cui abbiamo testimonianza storica risale a oltre due secoli dopo lo Zohar. Siamo in Grecia negli anni trenta del Cinquecento. Nella sua opera Shnè Luchot Haberit il cabbalista Isaiah Horowitz, praghese di origine ma spostatosi a Safed, quasi un secolo dopo i fatti riporta la testimonianza di Shlomo Halevì Alkabetz (autore del testo poetico Lechà Dodì) a proposito di una notte di Shavuot trascorsa nello studio insieme, tra gli altri, a Yosef Karo, in seguito autore dell’influente compendio normativo Shulchan Arukh. L’esperienza restituita da Alkabetz (attraverso Horowitz) appare di grande intensità e decisiva nel convincere i presenti a emigrare in Terra di Israele. Nel momento stesso in cui abbiamo cominciato a studiare la Mishnà, dice, sentimmo la voce di rabbi Yosef Karo, “una voce chiara e forte che noi ascoltavamo senza capire. Allora ci inchinammo, e nessuno osava ormai sollevare gli occhi”. E la voce di Karo dice: “Ascoltate miei diletti […] fortunati in questo mondo e nel mondo a venire, in quanto vi siete fatti carico del compito di incoronarmi questa notte. Da molti anni la corona è caduta dalla mia testa, e non c’è oggi nessuno a confortarmi, gettato come sono a terra in mezzo ai rifiuti. Ma voi avete riportato la corona al suo antico splendore”.

Con il Tikkun dunque gli uomini possono contribuire ad aggiustare qualcosa che è stato infranto. È evidente che questa pratica presuppone l’idea, diffusa anche nella letteratura rabbinica e non solo in quella mistica, secondo cui l’uomo può contribuire all’adempimento della volontà di Dio. Si tratta di una forma di teurgia – azione in grado di condizionare il divino – che secondo Idel “indubbiamente costituisce una delle componenti principali del pensiero cabbalistico” (Il male primordiale nella Qabbalah, Adelphi). È significativo che questa idea trovi applicazione la notte di Shavuot e che la riparazione consista nello studio della Torà orale in modo da consentire il ricongiungimento delle due Torot, come abbiamo visto già messo a tema dallo Zohar, e restaurare l’unità. Tuttavia quando Yosef Karo circa trent’anni dopo l’episodio riferito da Alkabetz scrive lo Shulchan Arukh non dice nulla di una notte di Shavuot trascorsa nello studio. Abbiamo invece testimonianze del Tikkun più tarde di qualche decennio. Il cabbalista italiano Abraham Galante, anch’egli legato all’ambiente di Safed, descrive la vigilia di Shavuot sottolineando che il pomeriggio precedente l’inizio della festa vanno ultimati i preparativi, “poi si dorme una o due ore, dal momento che la notte dopo il pasto ci si riunisce nelle sinagoghe – ciascuna comunità nella propria sinagoga – e non si dorme fino al sorgere del sole il mattino dopo”. Fino all’alba, aggiunge Galante, vengono studiati testi della Torà, dei profeti/neviim e degli agiografi/ketuvim, ma anche la Mishnà e lo Zohar. Alle prime luci del mattino ci si immerge nel mikvè, il bagno rituale, prima di recitare la preghiera di Shachrit, “come stabilito dallo Zohar”. Un altro testo della mistica di Safed contemporaneo a Galante in cui Chaim Vital raccoglie gli insegnamenti del maestro Ytzchak Luria, Pri Etz Chaim, chiarisce che “chi non dorme durante questa notte e si impegna nello studio della Torà vivrà sicuramente per tutto l’anno successivo senza che nulla di male possa succedergli, perché il decreto sulla vita di ogni persona viene stabilito questa notte”.

I circoli mistici di Safed nel Cinquecento, profondamente influenzati dalla diaspora sefardita dopo l’espulsione degli ebrei dalla penisola iberica, sono quindi decisivi sia per la fortuna dello Zohar in età moderna sia per la nascita e la diffusione del Tikkun di Shavuot. Verso la metà del Seicento il Tikkun era già diffuso in molte comunità non solo del mediterraneo. L’affermazione sotterranea e no ma comunque decisiva del misticismo luriano molto oltre Safed e l’area palestinese secondo Scholem rappresenta il milieu indispensabile all’esplosione nel 1665 del movimento sabbatiano (per approfondire si veda la prima parte di Shabbetay Tzevi. Il messia mistico, Einaudi) e un secolo più tardi, dopo inevitabili adattamenti e trasformazioni, di quello chassidico. Questa stessa affermazione segna la diffusione di numerose credenze e pratiche tra cui certamente anche il Tikkun di Shavuot. Ma la storia delle idee è influenzata da fattori spesso imprevisti. Così lo storico Elliott Horowitz ritiene che la diffusione del consumo di caffè in Europa sia stato un fattore determinante per l’affermazione del Tikkun (Coffee, Coffeehouses, and the Nocturnal Rituals of Early Modern Jewry, Cambridge University Press). Insomma, la potente caffeina al servizio della Torà.

A metà Seicento ci sono però voci dell’establishment rabbinico e intellettuale che guardano con sospetto alla diffusione di idee e pratiche di origine mistica presso settori crescenti delle comunità ebraiche. Rabbi Avraham Gombiner, per esempio, nel Maghen Avraham si riferisce al Tikkun e ne riconosce la fonte nello Zohar, però cita anche un midrash tratto dalla raccolta Shir hashirim Rabbà che descrive i figli di Israele addormentati sotto il Sinai la vigilia del dono della Torà “perché il sonno di Shavuot ristora e la notte è breve” e Dio che va a svegliarli al suono delle trombe. Qui non si fa riferimento al Tikkun come riparazione di qualcosa di rotto o riunificazione di qualcosa di separato come le due Torot. Ma le voci ormai prevalenti sono quelle di chi sostiene che il Tikkun sia la necessaria riparazione di una mancanza, un torto o un errore. Di quale errore si tratta? Rileggendo il medesimo midrash ma cambiandone il senso, del sonno dei figli di Israele che costringono Dio a intervenire per svegliarli. Erano stanchi? Oppure preoccupati? O volevano riprendere le forze dopo la marcia nel deserto in vista dell’importante appuntamento dell’indomani? Tutte opinioni presenti nel dibattito degli ultimi secoli. In ogni caso, ricorda una voce della chassidut del Novecento come quella di Eliyahu Kitov, il divieto di dormire non c’era, e allora è giusto che ciascuno facesse come sentiva fosse meglio. E dire che neanche avevano il caffè…

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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