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“The Fabelmans”, storia di un artista delle emozioni

La recensione del film di Steven Spielberg

Agli americani le saghe piacciono, come abbiamo visto recentemente con lo spettacolo Leopolstadt di Tom Stoppard, grande successo a Broadway di cui abbiamo già avuto occasione di parlare o con Lehman’s Trilogy di Stefano Massini portata in scena da Sam Mendes. Spielberg a settantasei anni sente il bisogno di raccontarsi, creando una sua versione personale di Nuovo cinema Paradiso, usando il materiale della sua vita – che è lo stesso dei primi sei capitoli dell’autobiografia scritta da Joseph Mc Bride – ma sfruttando la preziosa collaborazione con Tony Kushner per fare il salto nella fiction.

Già dal titolo, The Fabelmans, che contiene fabel, un richiamo alla parola favola, si capisce che il film avrà un’atmosfera fiabesca e quasi magica. Al centro della narrazione infatti sta una famiglia solida e affettuosa che ricorda molto quella del regista: la madre Mitzi (Michelle Williams) pianista mancata e il padre Burt (Paul Dano) ingegnere geniale dedito al lavoro, più le tre sorelle, sostenitrici del talento del fratello maggiore e protagoniste dei primi tentativi cinematografici del filmaker da giovane. Una famiglia legata dall’amore, raccontata con tenerezza, colta nei momenti divertenti, spontanei del quotidiano e in quelli più intimi delle relazioni. Ma come sappiamo tutte le fiabe raccontano un’iniziazione alla consapevolezza e nascondono pericoli e insidie. Ed è quello che succederà anche ai Fabelmans, a poco a poco: il velo della perfezione mostrerà strappi e ricuciture fino a squarciarsi del tutto. Non è un caso che la prima scena inizi con un film che Sam, l’alter ego di Steven, va a vedere con i genitori al cinema, The Greatest show on Earth di Cecil De Mille. A colpire la fantasia del bambino, preoccupato ancora prima di entrare in sala di vedere dei giganti sullo schermo, è il momento in cui un treno deraglia dai binari investendo una macchina e una casa e provocando una tragedia. Presagio di quello che accadrà alla quiete familiare ma anche primo presentimento che l’arte può essere pericolosa, misteriosa, oscura, destabilizzante.

E Spielberg racconta se stesso e i suoi demoni: una madre che avrebbe voluto essere un’artista, imprigionata in una esistenza familiare che le va stretta fino al crollo nervoso, un padre che sogna per il figlio un futuro di normalità e si limita ad essere spettatore ammirato della vita matrimoniale fino ad essere scalzato dal ruolo principale da Bennie l’amico di famiglia, quasi uno zio, che prende il suo posto nel cuore di Mitzi. E poi il divorzio dei genitori quando Sam è un adolescente, l’antisemitismo dei bulli in California, dove il padre quasi costringe la famiglia a trasferirsi sperando in una ripartenza, ma creando una rottura definitiva. In fondo in ogni film Spielberg ha raccontato un pezzetto della sua storia privata. In Incontri ravvicinati del terzo tipo, c’è una coppia in cui lei è una pianista e lui uno scienziato, il terrore dei bambini che vengono caricati in macchina da Mitzi durante un uragano ricorda quello davanti ai dinosauri di Jurassic Park. Siamo abituati a conoscere uno Spielberg legato alle favole e al divertimento di massa e a uno più impegnato come in Schindler’s List o Il colore viola che lui stesso definì il suo primo film da adulto; ma in fondo anche nelle opere destinate al grande pubblico si trova sempre una commozione, una malinconia di fondo che sembrano la sua cifra costante, la nostalgia per la purezza dell’infanzia, lo stupore davanti a quello che l’immaginazione può generare e produrre.

Nel film sarà fondamentale l’incontro con il prozio Boris (Judd Hirsch) domatore di leoni, personaggio scomodo, il primo che gli suggerisce che l’arte non è qualcosa di pacifico, è sofferenza, come la musica straziante suonata dalla madre in salotto, è qualcosa che quando non c’è manca come l’aria da respirare, un concetto che il padre Burt non potrà mai capire. Quando Sam riprende per caso il tradimento della mamma durante una vacanza in campeggio abbandona la cinepresa, sconvolto dalla paura della verità che un film può rivelare. Inizia il conflitto tra abbandonare qualsiasi velleità artistica e cercare di essere un altro – quello che il padre vorrebbe, addirittura cristiano per far contenta la fidanzatina bigotta – e il prorompente desiderio di catturare la realtà, di nutrirsi di emozioni e restituirle. Sam impara a usare i drammi che accadono intorno a lui. Fa un film di guerra quando la crisi tra i suoi è pronta a scoppiare. Capisce che il dolore può essere trasformato e trasceso, come quando rende omaggio nella pellicola di fine anno al bullo antisemita che lo ha perseguitato. “L’arte non è la realtà” gli dice quest’ultimo dopo essere scoppiato in lacrime, quasi sopraffatto per aver visto proiettata sullo schermo una versione migliore di sé. “No, però ti ha fatto riavere la tua ragazza” gli risponde Sam. Il finale è un happy end. Ci si può chiedere perché Spielberg abbia voluto fare questo film che non aggiunge molto alla sua sfolgorante carriera o godercelo in sé per la sua delicatezza, nelle due ore e trenta della sua durata che scorrono piacevolmente.

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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