L'agenda di Joi
Cultura
Thomas Lay: i miei rabbini con gli occhi di Candy Candy

Intervista al creatore dei Jewish manga, dalla passione per Candy Candy al Giappone e ritorno. Con una sosta londinese piuttosto decisiva…

Era impossibile, sul finire degli anni 70 del secolo scorso, rimanere immuni all’ondata di cartoni animati giapponesi che, improvvisamente, si affacciarono nelle nostre case nei pomeriggi di chi tornava da scuola. Semplicemente perché prima non c’erano. Incredibilmente, perché portavano un mondo delicato, sensibile, dagli occhi scintillanti e pieni di speranza. Erano Candy Candy, un mito per chi all’epoca viaggiava tra i sei e gli otto anni, Georgie e Lady Oscar un po’ dopo, ma anche Jig Robot d’Acciaio… insomma i manga. Uno stile ben preciso in cui i ragazzini potevano identificarsi, tra magia e realtà, in un sogno animato da piccolo schermo. Che poi passava, crescendo, per restare per sempre tatuato sul cuore di chi ne aveva fatto scorpacciate sul divano.

Poi però c’è chi ha fatto sul serio. Il suo nome è Thomas Lay, che poco più che ventenne, cresciuto a Cagliari, appena diplomato all’Accademia di arte drammatica di Parigi, i rudimenti del giapponese imparati in un corso fai da te (quelli con le audiocassette da ascoltare) e una vagonata di entusiasmo, parte alla volta del Sol Levante. Obiettivo: lavorare fianco a fianco con la creatrice di Candy Candy. “Prometto di prenderti”, gli aveva detto lei al primo colloquio e dopo una disamina delle sue tavole, “Ma solo quando parlerai il giapponese come me”. La parola di un giapponese è esattamente l’opposto di quella di un marinaio e la determinazione di Thomas più granitica dell’Himalaya. Così due anni dopo aver frequentato la scuola di lingua, si realizza il sogno: una scrivania nello studio di Yumiko Igarashi, la mamma di Candy, e un posto alla scuola di manga (è l’unico italiano ad avere questa formazione).

12 anni di vita in Giappone lo rendono un traduttore perfetto, professione che eserciterà al suo ritorno in Italia, un ottimo creatore di manga e un giapponese nella mentalità: “Se questo non succede, non puoi disegnare i manga”, racconta Lay, “Bisogna essere nipponici nella testa”.

Londra 2014. Lavora come interprete per un’azienda giapponese, partner con alcuni membri della comunità ebraica. “Arrivo da una famiglia di ebrei laici, quasi atei, certamente agnostici”, spiega Lay, “ma hanno lasciato noi figli liberi di fare come volevamo. Il mio è stato un avvicinamento progressivo, ora sono reform, ma da sempre sono stato interessato a questa cultura. E a Londra ho cominciato a frequentare rabbini italiani che ormai si erano fermati lì in pianta stabile, famiglie ortodosse e gli eventi della comunità: ogni giorno ero impegnato con queste persone e soprattutto avevo colloqui interessantissimi con i più religiosi, a proposito di testi (Talmud e letteratura rabbinica)”. Può una situazione del genere rimanere sterile per uno che ha attraversato il pianeta per coronare il suo sogno?

“Erano anni che non disegnavo più seriamente e mi sono detto: disegno il mio popolo in chiave manga“, rivela l’artista, “Così mi sono messo a studiare: avevo conoscenze troppo scarne della cultura ebraica. Ho frequentato assiduamente famiglie ortodosse londinesi. Una dimensione aliena: sono inglesi a tutti gli effetti ma vivono completamente in un altro modo. E io ne ero estremamente affascinato, a cominciare dall’estetica: gli ebrei ortodossi a livello visivo sono quasi delle rockstar!”.

E qui comincia una nuova avventura, quella dei Jewish Manga. “Ho unito le mie due passioni, quello che sono io senza esserlo, cioè l’ortodossia ebraica, che rappresenta appunto l’universo ebraico a cui appartengo e l’arte che ho amato e studiato. Il risultato è piaciuto subito anche ai miei modelli: temevo si offendessero, invece si sono appassionati anche loro”. La parola chiave del suo lavoro è Candy, “l’anello che congiunge il mio percorso da quando ero bambino a oggi”, commenta, ma è anche quello che lo rende noto a livello planetario: “Mi scrivono dall’America latina e anche dalle comunità latine di San Francisco, tantissimo, perché Candy lì fu un fenomeno di costume travolgente nella versione doppiata in spagnolo, come in tutti i luoghi in cui Candy ha messo piede negli anni 80”.

Tre mostre in Italia (Roma, Cagliari, Venezia) e altre due in arrivo (la prima a Padova inaugura l’11 luglio, poi a Lecce), il nuovo obiettivo di Thomas Lay è Tel Aviv, passando però da New York (“A Tel Aviv sono assetati di arte pop, New York resta ancora il centro di ogni sperimentazione artistica”, spiega ). Tecnica esclusivamente manga, in china e acquarello per le tavole a colori, china nera e sei pennini diversi per quelle in bianco e nero su carta speciale giapponese che non si deforma con l’acqua (“me la faccio mandare da un’amica giapponese”) e retini pronti. “Sono degli ottimi strumenti per realizzare le illustrazioni in tempi compatibili con quelli attuali, naturalmente prima ho imparato a disegnarli a mano, ma ora applico quelli che sono in commercio”. Il digitale non esiste sul pianeta Lay, che fa tutto rigorosamente a mano e che sceglie con cura anche le cornici da esporre nelle sue mostre: “Si può passare dal bello al perfetto se si curano anche le rifiniture. Ogni quadro ha la propria storia e la cornice giusta finisce il lavoro: perché non farlo?” si chiede Lay, pronto a lavorare su nuove illustrazioni per un art book di prossima pubblicazione, materiale che insieme a gadget da museo dovrebbe accompagnare le sue mostre all’estero.

L’intervista sta per chiudersi, ma con Thomas è impossibile non continuare a parlare. L’entusiasmo domina ogni cosa che fa e il racconto non può che conquistare chi lo ascolta. Fa tutto da solo, in una spirale che lo conduce alla distanza giusta per guardarsi indietro: “Mi chiedono se tornerei in Giappone. No, è un posto lunare, e quell’esperienza lì per me si è conclusa. Ora voglio fare tutto il possibile per coltivare e vivere della mia arte”. Beh, guardiamola da vicino: qual è il messaggio di queste illustrazioni? “La scelta di immagini così stereotipate, ultrapop e universali come i manga insieme a una simbologia ultra ebraica è un modo per mostrare a tutti, giovanissimi compresi, cos’è l’ebraismo. In fondo la mia è una battaglia contro l’antisemitismo. Gli “altri” ci conoscono molto poco, sono vittime di pregiudizi antichi e questo è un modo per dire che non facciamo paura!”, risponde Lay. Che poi conclude: “La mia arte è un messaggio di libertà: faccio dell’iconoclastia a mezzo Manga…”.

Il prossimo appuntamento è al Museo della Padova ebraica dall’11 luglio al 31 ottobre

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *