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Un ebraico non binario è possibile?

Sfide, trasformazioni e nuove frontiere linguistiche tra Stati Uniti e Israele

Un ebraico non binario è possibile? Nuove sfide per gli anni a venire

Sono passate le undici di sera quando il sorriso di Regina, una delle mie cugine americane, mi compare sullo schermo del computer. Per lei, che vive a Rochester, nello stato di New York, il pomeriggio sta sfumando lentamente nella sera. Regina mi racconta dell’università dove insegna da ormai dieci anni, di come le cose sono cambiate negli ultimi tempi. “Adesso quando entro in classe” mi dice in inglese “la prima cosa cui devo pensare is doing the pronouns”. Cosa mi sta dicendo: “fare i pronomi”? Sul momento sono perplessa, non credo di capire. Regina mi spiega. Questa espressione indica la necessità di verificare con quali pronomi è necessario rivolgersi a ognuno degli studenti per essere sicura di incontrare le esigenze di chi, eventualmente, non si riconosca nel cosiddetto “binarismo di genere”, dai genderfluid agli agender. Negli Stati Uniti in questi casi di solito si preferisce usare la coppia they/them, considerata neutra e inclusiva. “Non dirmi che voi non fate i pronomi!” Le confesso che no, non è una questione di cui mi sia preoccupata, almeno di recente (“Oddio, avrei dovuto? Avrò offeso qualcuno, pur non volendo?”, mentre rispondo a Regina passo in rassegna mentalmente gli ultimi studenti che ho avuto in aula). Poi la conversazione vira su altri argomenti, ma una voragine – quella della mia evidente noncuranza – mi si apre nella testa.

Lasciamo perdere l’italiano, all’interno del quale il dibattito, per lo più limitato all’uso dello schwà, è tuttora molto acceso. Io, infatti, insegno ebraico, una lingua antica e nuova al tempo stesso, per la quale l’attenzione minuziosa nei confronti della distinzione di genere è una caratteristica fondamentale della grammatica. Penso alla poetessa Yonah Wallach (1944-1985), prima scandalosa sostenitrice dell’annullamento di ogni differenza di genere in Israele, la quale nella poesia Ivrit, ha definito – in maniera evidentemente provocatoria –l’ebraico come una lingua sexmaniakit (credo che la traduzione sia superflua). Sì perché se le prime persone dei pronomi personali – limitiamoci a questo, anche se il discorso potrebbe essere ampliato – sono valide per entrambi i generi (l’anì/io come maschio e femmina: su questo Yonah Wallach avrebbe molto da dire) tutte le altre forme distinguono tra maschile e femminile (attah/at, attem/atten, hem/hen). Un bel problema, almeno in potenza. Qualcuno l’ha definita addirittura “una lacuna grammaticale” della lingua ebraica. Forse non oserei tanto, però è d’obbligo dedicare all’argomento alcune riflessioni. Che cosa si fa davanti a uno scoglio simile, si rinuncia, si ignora, si tira dritto?

Navigando in rete ho scoperto di essere davvero molto in ritardo. Il dibattito sull’ebraico e il gender neutral è, infatti, aperto già da un lustro. Era il 2017 quando Eyal Rivlin, docente israeliano di lingua ebraica presso la Colorado University, e Lior Gross, uno studente non binary dello stesso ateneo, hanno iniziato a lavorare sull’idea apparentemente folle di trasformare – perché di metamorfosi si tratta – l’ebraico in un idioma inclusivo dal punto di vista del genere. L’anno successivo il progetto ha preso corpo nel sito Nonbinary Hebrew Project. Basta scorrerne la pagina principale per comprendere gli intenti dei fondatori: “Abbiamo sviluppato un terzo sistema di genere grammaticale come alternativa valida nei casi in cui il sistema binario originale non funziona”. Rivlin e Gross sono ben coscienti della natura pioneristica del progetto, infatti richiedono la partecipazione attiva degli utenti: “Siamo curiosi di sapere se/come le persone stanno usando il nostro sistema, o quali altri sistemi funzionano meglio!” E ancora: “Saremmo felici di scoprire che cosa fai quando hai bisogno o vuoi usare l’ebraico in questo modo, affinché possiamo elevare le esperienze trans, queer, non binary, intersessuali e non conformi, la loro leadership e l’innovazione, ampliando e migliorando le possibilità per i membri delle nostre comunità per onorare la verità autentica del vostro vissuto”. Non male come obiettivo. Facciamo però qualche esempio concreto, torniamo ai pronomi. Per il “tu” non più attah/at ma atte, per il “voi” atmen, per la terza persona singolare he, per il plurale hemen. A una prima occhiata, notiamo che Rivlin e Gross abbiano pensato di ricorrere alla più neutra vocale “e” per il singolare, mentre il plurale vede la partecipazione dei suoni di entrambi i generi. Rivlin ha dichiarato: “L’ebraico si è evoluto nel corso dei secoli. Possiamo operare queste aggiunte in una maniera che siano sia rispettose della lingua ebraica sia inclusive”. Non è soltanto alla conversazione quotidiana che guardano Rivlin e Gross, ma anche alla pratica quotidiana dei testi sacri, delle preghiere. Pur comprendendo le istanze dei fondatori, confesso che questo ebraico mi lascia perplessa. È un sistema difficile e non immune da travisamenti.

Tuttavia, ciò è avvenuto negli Stati Uniti. Che cosa ne dicono in Israele? Non si è fatta attendere la risposta dell’Accademia della lingua ebraica, la massima istituzione a tutela dell’ebraico in Israele, la quale, se da un lato ha messo in luce come un intervento così radicale andrebbe contro gli intenti dell’istituzione stessa, dall’altro ha ricordato come quest’ultima di fatto si occupi principalmente dei testi scritti, lasciando uno spiraglio, seppur sottile, per un mutamento in altre sedi. La rivoluzione verrà dunque dall’oralità, dal parlato, dal quotidiano? È possibile. Di fatto, all’interno della comunità LGBTQ israeliana tentativi analoghi sono registrati da tempo, almeno negli scambi interpersonali tra i singoli. Va detto che un netto rifiuto verso il “non binary Hebrew” è venuto anche da insegnanti di ulpan in Israele e da individui comuni, occasionalmente persino da membri della comunità LGBTQ. “Perché complicarsi ulteriormente la vita con una lingua che molti avvertono come già ostica di per sé?”, dicono gli uni. “Perché accettare un’operazione costruita all’estero, quando già nello Stato ebraico si avverte il germe del cambiamento? È solo questione di tempo”, dicono gli altri. E forse è davvero così. Non ci resta che aspettare, allora. Del resto la lingua ebraica ci ha già riservato nei secoli non poche sorprese.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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